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Pietro Grossi: «Il bello e il brutto dello scrivere è la libertà»

Pietro Grossi: «Il bello e il brutto dello scrivere è la libertà»È appena uscito da Mondadori L’uomo nell’armadio (e altri due racconti che non capisco) di Pietro Grossi, autore toscano già segnalatosi negli anni scorsi per Pugni (Sellerio, 2006) e Incanto (Mondadori, 2011).

In questo caso si tratta di una raccolta di tre racconti, Lo sgabello, Bisturi e L’uomo nell’armadio, dal taglio decisamente surreale. Nel primo, un anonimo sgabello girevole, collocato nel bar di un aeroporto, inizia all’improvviso a girare senza fermarsi, causando lo sconcerto di tutti, fino a indurre nelle persone che lo attorniano una sorta di rapimento mistico. Il secondo ci racconta invece della stravagante mania di un ricco scapolo solitario, che impara a incidere la superficie degli oggetti utilizzando con perizia uno strumento chirurgico, mentre nel terzo una ragazza intreccia una stramba relazione con un uomo pronto ad apparire e a scomparire secondo le sue esigenze, disposto persino a dormire chiuso in un armadio pur di non disturbarla.

Racconti piuttosto eccentrici, quindi, sempre giocati sul filo del paradosso e che non mancano di generare nel lettore una certa dose d’inquietudine, anche se stemperata da una vena ironica e dissacrante.

Ne abbiamo parlato con l’autore nel corso di un incontro alla nuovissima libreria Mondadori di Milano.

 

Nella sua introduzione, Giulia Ichino (editor Mondadori) l’ha definita uno scrittore sorprendente, che propone alla casa editrice opere molto diverse da quelle che uno si aspetterebbe. Questi racconti sono dunque molto diversi dalle sue opere precedenti?

Sì, dalle precedenti e probabilmente dalle future, anche se sono sempre racconti lunghi, perché pure i miei libri precedenti erano così. Pugni, che a volte è considerato un romanzo, in realtà è formato da tre parti distinte: ne avevo scritta una almeno due o tre anni prima delle altre due, e pensavo che fosse solo un racconto lungo, ma poi verso la fine mi sono reso conto che uno dei personaggi pronunciava una frase che mi apriva altri mondi. In seguito ho cercato di ricostruire la vita di questi ragazzini, protagonisti del primo racconto, nei due successivi. Scrivo sempre di getto, senza programmare nulla prima.

Sostanzialmente credo di non aver scritto altro che racconti, ma questi ultimi sono davvero diversi da tutti gli altri. Sempre in Pugni c’era un personaggio che impazziva e credeva di essere una scimmia, ma non era comunque una vicenda così bizzarra come queste tre di L’uomo nell’armadio.

Credo di non essermi divertito così tanto a scrivere come durante la stesura di queste storie.

 

Ha detto che scrive sempre di getto, ma poi cosa succede? Come funziona il suo lavoro?

Scrivo cercando di pensare il meno possibile: non so mai cosa succederà tre righe dopo ciò che sto scrivendo. Spesso immagino subito la frase finale, e allora devo poi rincorrerla per cento pagine. Scrivo rigorosamente a mano, senza nemmeno guardare il testo. Poi ricopio, rileggo, a volte non capisco niente di ciò che ho scritto e chiedo l’opinione di mia moglie o di qualche amico.

 

Qual è secondo lei la differenza tra scrivere romanzi e scrivere racconti?

Per me romanzo e racconto sono due approcci diversi, c’è chi scrive bene uno e chi l’altro, con poche eccezioni di scrittori dotati per entrambi, penso a Salinger o a Hemingway, ma è senz’altro più facile passare dal racconto al romanzo rispetto al contrario. Io credo che sia più facile imparare a complicare e allungare le storie che a semplificarle.

Per me è più facile scrivere racconti: anche Incanto, che è considerato un romanzo, è nato come una storia breve, su cui poi ho lavorato.

Pietro Grossi: «Il bello e il brutto dello scrivere è la libertà»

Quindi è un forte lettore di racconti?

Sì e no, perché leggo sia romanzi che racconti, e non sono né ossessivo né sistematico nelle mie letture. Da qualche tempo devo dire che sono interessato solo alle biografie, non riesco a leggere tutti i bei romanzi di cui mi parlano. Ne ho appena finita una bellissima di Philip Roth, e un’altra di Borroughs.

 

Lei è un appassionato motociclista, e allora le chiedo: tra andare in moto e scrivere, cosa preferisce? E che differenza c’è?

Andare in moto, tutta la vita. Ma riguardo alla differenza, è una bella domanda.

Direi la libertà. Per me la motocicletta non è affatto segno di libertà, come sono portati a pensare in tanti, ma è l’apoteosi del controllo, perché sei su un mezzo difficile da guidare.

La letteratura è abbastanza il contrario: scrivere per me è la cosa più libera che esista, tu sei ogni giorno un principiante di fronte a un campo aperto. Sì, il bello e il brutto dello scrivere è la libertà. Tutto ciò in cui avverti una costrizione produce cattiva letteratura.

In moto poi dai tutto e scarichi adrenalina, mentre nello scrivere non devi mai dare tutto, ma controllare le emozioni. Non devi dare fondo all’ispirazione. Anni fa lessi un’intervista a Hemingway che diceva questo e per me è stata una folgorazione. Io devo sempre smettere di scrivere nel momento in cui mi sto divertendo.

 

Com’è nata l’idea dello sgabello, che dà il titolo al primo racconto?

Stavo andando in America da mia moglie, e mentre mangiavo una pizza in aeroporto ho guardato distrattamente uno sgabello girevole, e ho iniziato a pensare alla storia.

L’uomo nell’armadio invece è stato ispirato da mia moglie, durante una telefonata mentre era lontana. Io le avevo detto «Vorrei essere lì», lei mi ha risposto «Ma non ci staresti», e quando le ho detto «Ma io starei anche nell’armadio» lei mi ha preso in giro chiamandomi «L’uomo nell’armadio». Poi mi è venuto in mente un vecchio “corto” di Roman Polanski, uno dei primi, in cui si vedeva proprio un armadio da cui entravano e uscivano le persone.

A bisturi invece ho iniziato a pensare una notte in cui non dormivo perché avevo problemi alla schiena ed ero imbottito di cortisone, per distrarmi leggevo un vecchio libro di esercizi di disegno, e da lì è nato tutto. Troppo cortisone, forse.

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Quindi gli spunti sono sempre molto concreti?

Sì, ogni racconto è nato da un’idea precisa.

 

Scrivendo di getto, capita quindi che in principio non sappia come andrà a finire la storia?

La fine sì, non so mai cosa succederà nel mezzo. A volte un personaggio dice una frase di cui nemmeno io capisco il senso, ma poi rileggendo tutto diventa chiaro.

 

E il suo grande amore per Philip Roth, quando è iniziato?

L’amore nasce da Pastorale americana. Ho una vecchia foto fattami da un amico mentre lo leggo, che rappresenta il momento iniziale. L’ho letto sette volte, e ora  mi rendo conto che la prima volta in realtà non avevo capito niente. Mi è successa la stessa cosa con Underworld di De Lillo.

Pietro Grossi: «Il bello e il brutto dello scrivere è la libertà»

In quale fase della vita ha scoperto la letteratura?

Il mio incontro con i libri veri è avvenuto tardi, verso i diciannove anni, mentre a scrivere avevo iniziato molto prima, e tutti mi ripetevano «se scrivi, devi leggere». Gli autori importanti sono stati soprattutto i grandi americani del Novecento, Hemingway, Salinger.

 

Niente della letteratura italiana?

Se la metti a confronto con le vere grandi letterature di altri Paesi è un po’ di serie B: pensate all’Ottocento russo, a quello francese o al primo Novecento americano.

Noi non abbiamo veri autori assoluti, ma qualche libro importante qua e là, come La coscienza di Zeno.

 

E Buzzati? È uno scrittore affine al suo stile.

Non ci sono ancora andato fuori a cena, non mi ha ancora preso, non è sulla mia bacheca. Sognavo da sempre di fare una bacheca dove mettere i libri da portare sull’isola deserta, e poi me la sono fatta nella mia casa in campagna. Buzzati è ancora sullo scaffale a fianco, non è entrato in bacheca.

 

Lei ha lavorato come copywriter, dove ti ossessionano a proposito della famosa “idea creativa” e qui ce ne sono tre. Quell’esperienza le è servita per scrivere?

Ottima domanda! Mi verrebbe da dire di sì, perché non ci ho mai pensato in questi termini. Io in realtà sono una persona di idee scarse e banali. Ho buone idee mentre cammino per la strada, ma ho imparato che poi non servono. Il lavoro pubblicitario l’ho abbastanza odiato, non è per nulla creativo ma altamente frustrante. Passi le giornate a risolvere rebus per cose che in definitiva non ti interessano. Spesso le campagne migliori vengono massacrate, e poi si ha troppa paura di sbagliare. Però mi sono divertito come un pazzo in quell’ambiente.

 

I suoi libri sono molto apprezzati dalla critica. C’è qualcosa che ha scoperto di se stesso leggendo qualche recensione?

Gabriele Pedullà ha scritto che le mie storie sembrano ambientate dentro dei quadrati, come un ring, entro cui io cerco di riportare il senso delle cose, e questo mi è piaciuto molto.

La cosiddetta critica però in un certo senso mi ha un po’ deluso, perché alla fine non fa critica. Forse sbagliavo io che confondevo le recensioni con la critica militante.

Ormai le recensioni sono un po’ troppo fini a loro stesse: vedi passare un libro dopo l’altro, dici tre cose, però alla fine dovremmo accendere un po’ di più il cervello.

Le persone non credono più a chi ogni settimana annuncia la nascita del nuovo Philip Roth o cose del genere, io in una recensione preferirei leggere una cosa del tipo “quel dialogo a pagina tre vale l’acquisto” e non “questo è il capolavoro degli ultimi vent’anni”.

Pietro Grossi: «Il bello e il brutto dello scrivere è la libertà»

Il mondo dei social non la interessa molto?

È come parlare un’altra lingua, ho provato a starci dentro ma non lo capisco.

Mi sono reso conto che io sono morto nel 1999, sono un uomo del ventesimo secolo rimasto fermo alle mail, al primo internet …. Trovo folgorante accedere alla dose d’informazione, ma di fronte alle cose più recenti resto spaesato. Avevo Facebook ma ho smesso di usarlo, è mia moglie a seguire la mia pagina pubblica. Di sicuro la mia vita è migliorata, anche se non ci stavo neanche tanto tempo. Trovo inquietanti le persone che intrattengono rapporti solo virtuali.

La comunicazione di sicuro è una cosa fantastica, ma il mondo non ha ancora trovato il modo di viverla in modo salutare, magari tra dieci o vent’anni le cose andranno meglio.

 

Non usa neanche Twitter?

Ho iniziato da poco, mi hanno spiegato come funzionava, credo che il mondo stia andando lì ma per me cose come la “twitteratura” sono su un altro pianeta, come se uno parlasse di una battuta in una sinfonia a me che non so leggere la musica.

Penso che di fronte a queste cose si possa anche scegliere se ci si debba assuefare o si possa anche combattere certe tendenze. Secondo me puoi anche scegliere di resistere. Se bisogna credere nei buoni libri bisogna anche farne meno e curarli di più, non credo che un libro sia buono solo perché vende 40.000 copie in rete.

E credo che i libri validi siano soprattutto quelli che la gente impiega tanto tempo a scrivere, non quelli sparati in quattro settimane.

 

Quando scrive cose fa, si isola?

Se sono in campagna, nel mio studio, lavoro meglio, ma quando sto portando avanti una storia riesco a scrivere un po’ dappertutto. Però non riesco a scrivere una storia mentre sono in viaggio. Ho bisogno della mia tranquillità piccolo borghese, alzarmi presto al mattino, bere il mio caffè e sedermi al tavolo. Cerco di non farmi interrompere, ma non sempre è facile far passare il messaggio, ho anche un bambino di nove mesi. Contano il buonumore e l’energia. Secondo me chi non riesce a scrivere se non in condizioni particolari ha qualche problema.


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