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Piero Chiara e il cinema – 2. "Il cappotto di astrakan"

Piero Chiara e il cinema - 2. "Il cappotto di astrakan"Dopo La stanza del vescovo, continua l’excursus sui romanzi di Piero Chiara che divennero film, sotto lo sguardo non sempre d'approvazione dell'autore luinese. Se ne La stanza del vescovo Dino Risi rimase molto fedele alla trama, ai personaggi e alle relazioni fra loro, Marco Vicario, nel suo film Il cappotto di astrakan (1980),rimaneggiò non poco le vicende dell’omonimo romanzo del 1978.
Il regista romano, che dieci anni prima aveva sceneggiato con Chiara Homo Eroticus (nato da un’idea di Vicario e privo di origini letterarie “chiariane”), non solo aggiunse personaggi secondari  che non comparivano nel libro, ma cambiò anche le relazioni fra i protagonisti.
Il cappotto di astrakan (romanzo) ha un’anima autobiografica che scorre nelle vicissitudini di un “doppio” di Chiara il quale, tornato dall’internamento in Svizzera durante la seconda guerra, dopo un’estate di decompressione passata nel suo paese sul Lago Maggiore, tra la barca a vela, il biliardo e gli amici, decide di trascorrere l’autunno nella Parigi dei suoi sogni letterari e d'avventura. Giunto a destinazione, si ritrova a essere il “sosia” di tale Maurice, figlio della sua affittacamere, la signora Lenormand, una donna sui sessantacinque anni “un po' elefantesca nei movimenti” che lo sistema nella stanza che fu del figlio.  Per una beffa del destino il protagonista (al quale Chiara non dà un nome ma che anch’io, come Vicario, chiamerò Piero) diventa anche l’amante della bellissima ex fidanzata di Maurice, Valentine, sedotta, anch’essa, dall’incredibile somiglianza con Maurice, il quale è in galera per una rapina andata male. Credendolo, invece, scappato in Indocina, Piero legge con interesse poesie, riflessioni e strani brevetti che il colto Maurice aveva radunato all’interno di una specie di Zibaldone nascosto su uno scaffale della sua stanza. Sarà poi un cappotto di astrakan, prestatogli dalla Lenormand per far fronte all’inverno parigino alle porte, a far unire i puntini a Piero e Valentine. L'evasione di Maurice precipiterà gli eventi e porterà Piero a tornare di tutta fretta a Luino. Nella calma del lago affonderà nel suo orgoglio maschile e rinuncerà all'amore di Valentine.

Non si può dire che Vicario non abbia azzeccato il cast. Johnny Dorelli (Piero) è una calzante personificazione del luinese doc. Il suo sobrio provincialismo con un tocco d’eleganza altoborghese lo ha reso più volte protagonista di opere di derivazione “chiariana”. Senza contare la sua provenienza geografica che tanto lo avvicina alle corde di Chiara. Difficile giudicare Andréa Ferréol (signora Lenormand) perché non è affatto l’elefantessa “chiariana”, a cominciare dal fatto che nel film non è la madre di Maurice ma, bensì, sua moglie. Una variazione che cambia tutti gli equilibri e confonde un po’ il rapporto fra Piero e Valentine, interpretata con la giusta evanescenza dalla giovane Carole Bouquet. Ampio spazio anche al protagonista letterario felino, Domitien, il gatto che fa la guardia al ricordo di Maurice.  

La prima cosa che si nota nel film è un’attualizzazione della vicenda: non siamo nel 1950 ma, piuttosto, alla fine degli Settanta, il periodo in cui uscì il romanzo. Basti pensare che la Fiat Ritmo guidata da Valentine fu in produzione tra il 1978 e il 1988. Per rispettare i tempi del cinema la trama viene comprensibilmente semplificata e contratta, concentrando in poche sequenze un pot-pourri di eventi che, nel libro, erano avvenuti vent'anni prima.  Tuttavia, in gran parte del film, Vicario altera anche il “mood”, interpretando le vicende in chiave quasi esclusivamente umoristica e alzando di un’ottava il tono del libro. Già la partenza di Piero per Parigi ha un altro sapore. Il viaggio non contempla affatto il poetico ricalcare le orme di Modigliani, De Chirico, Degas, Matisse o Apollinaire, ma si serve di un espediente unicamente “vitellonesco” del viaggio come premio di un torneo di biliardo. Prevale, nel film, l’umorismo e lo spirito. Le gag della valigia, della barba fatta nella fontana e del malinteso che porta all'arresto appena arrivato a Parigi sono degne di Amici Miei, così come lo scherzo del delfino gonfiabile che la combriccola di amici perdigiorno fa al gestore del mitico ritrovo, il Caffè Clerici.  Il film di Vicario è figlio del suo tempo in tutto e per tutto; quegli anni Settanta dei grandi schiaffi plateali e dei comici colpi sul naso. Anche tra Piero e la Lenormand volano sberle, morsi e tirate di capelli impensabili per le pagine di Chiara. Proprio per coerenza con quell’impronta di commedia all’italiana, viene tagliata tutta la lenta “conquista” di Parigi che Piero effettua attraverso le passeggiate tra i boulevard e il lungo Senna, con le cene nelle latterie e le soste nei maestosi giardini.

Tra i personaggi "inventati", oltre al rapinatore (Ninetto Davoli), allo iettatore compaesano e al commissario intollerante verso gli italiani, c'è anche l'intellettuale tedesco che, sul treno del turbolento ritorno in Italia, incuriosito dal passato di Piero, prima di sciogliersi in improbabili avances, fa una richiesta “chiariana” fino al midollo: vuole ascoltare le sue gesta. In questa sequenza c'è un chiaro omaggio all'amore di Chiara per la narrazione dei fatti della vita.
Altro indubbio merito del film è l’ottima resa del leitmotiv del “doppio” che tanto fa riflettere Piero nel romanzo, finendo per convincerlo di essere, per Valentine, solo la brutta copia di un amante. Vicario potenzia il concetto nell’atelier di Valentine, che lui immagina artista esperta in falsi d’autore invece che impiegata all’Unesco. Guardando le sue riproduzioni Piero sospira: “Mi sento la copia di un originale messo in banca”.  Nel finale il regista aggiunge un dubbio esternato da Piero: “Se nessuno sa che esiste l’originale, la copia è una copia o l’originale?”. Una domanda senza risposta, simile al tormentone: se un albero cade in una foresta dove non c’è nessuno, ha fatto rumore? In questo caso, però, conosciamo bene il romanzo originale, di cui il film non può che essere una copia imperfetta.

 

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Commenti

Il cappotto di astrakan di Vicario, più che una copia imperfetta, mi sembra un film che poco ha a che fare con il romanzo di Chiara. L'ho trovato veramente brutto e piuttosto volgare, già a partire dai titoli di testa. Uno dei travisamenti che meno ho apprezzato è che allo iettatore che sale sullo stesso treno di Dorelli a inizio film vien dato lo stesso nome di un personaggio chiave nel romanzo: Rapazzini.
Credo che proprio per Rapazzini, per imitarne le gesta e poi raccontarle al caffè di Luino, l'io narrante del romanzo scelga di andare a Parigi ("mi feci portare sul boulevard du Montparnasse, il campo di battaglia del Rapazzini, che al caffè, quando raccontava la sua vita a Parigi, nominava quel celebre viale come una sua proprietà"). Nel film di Vicario invece tutto sembra voluto dal caso, senza capo né coda.
I giudizi di Chiara sulle riduzioni cinematografiche dei suoi scritti son spesso negativi e non sempre a ragione, ma qui, secondo me, Vicario non ha fatto un buon lavoro. Forse bisognerebbe considerare separatamente libro e film (d'altronde la pellicola è "LIBERAMENTE tratta da"), ma confrontarli mi viene spontaneo...

@Anonimo
Sono d'accordo. Con "copia imperfetta" ho voluto giocare sul tema centrale del romanzo, il doppio, ma un film tratto da un romanzo è, per definizione, "altro" e va sempre considerato come opera a sè. Trovo però stimolante accostarli proprio per intercettare atmosfere e sfumature più o meno fedeli, come quelle che hai condiviso tu. E' sempre un'occasione per andare a rispolverare passaggi e descrizioni, e risentire il "battito" di un'opera.
Non c'è dubbio: Vicario ha stravolto "Il cappotto di Astrakan" e lo ha proposto in chiave commedia italiana anni Settanta, con una carrellata iniziale e gag degne delle pellicole di Lino Banfi a quei tempi. Solo Dorelli ha proiettato una vibrazione chiariana e, quando non era coinvolto in scazzottate varie, ha saputo trasmettere un po' di quella sospesa rassegnazione e del personaggio di Chiara.

Molto bella questa espressione "risentire il battito di un'opera"! Complimenti per questa tua serie di articoli su Piero Chiara e il cinema, sono molto interessanti. Spero che continuerai (magari con il Piatto Piange di Nuzzi: io purtroppo non l'ho visto). Buon lavoro!

Io, invece, sarei molto curioso di saperne di più sull'adattamento del "Balordo", che dai pochi spezzoni su Youtube sembra un adattamento - almeno per il ruolo del protagonista - quasi miracolosamente fedele.

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