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Picasso e il suo amore per la giovane Ondine

Picasso e il suo amore per la giovane OndineLa ragazza che amava Picasso, romanzo d’esordio di Camille Aubray, edito dalla casa editrice Piemme nella traduzione di Elena Cantoni, rappresenta in un certo senso un amore appassionato e appassionante per la Costa Azzurra e per l’arte in ogni sua forma e bellezza. L’autrice stessa sceglie di descrivere dunque un momento assai particolare dell’intensa vita del genio spagnolo; che del resto è stato anche un grandissimo amatore.

La frenesia creativa, che Picasso ha incanalato con estrema dolcezza e delicatezza nelle sue molte pitture e sculture, è andata sempre alla pari con le numerose e documentate vicissitudini sentimentali. Le sue varie relazioni amorose sono state estremamente complesse e assai travagliate: da quella con la prima moglie Olga Korlova, la giovane danzatrice che ha dato alla luce il piccolo Paulo; a quella con l’ingenua modella Marie-Thérése Walter, dalla quale il maestro ha ricevuto in dono la figlia Maya, dalla famosa fotografa Dora Maar alla tosta e libertina Francoise Gilot, madre di Claude e di Paloma, che ebbe l’impensabile primato di essere stata forse l’unica donna capace di lasciare l’indomabile Pablo, vendicando così tutte le altre.

 

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Camille Aubray in questa sua pregevole opera d’esordio ha dunque una naturale e piacevole capacità di mischiare, con pregevolezza e dovizia d’intento, fantasia e realtà, creando in questo modo una melodia di contenuti, che intrigano e coinvolgono emotivamente lo stesso lettore attento e rapito dalla medesima economia di questa narrazione.

Picasso e il suo amore per la giovane Ondine

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L’autrice racconta quindi un anno assai particolare per Picasso. Ci catapulta nel 1936, quando il sommo artista fugge in una rocambolesca marcia di “protesta”, in rottura con la frenetica vita della capitale francese, perché cerca un luogo adatto per lavorare in assoluta libertà. E lo trova a Juan-les-Pins, un inimmaginabile paradiso terrestre, dove il cielo azzurro si confonde poeticamente con il mare cristallino.

È inutile dire che in questo luogo di magia Picasso ha la straordinaria opportunità di ritrovare finalmente il suo io più intimo; ha la straordinaria occasione di riunire il suo nesso umano con quello della natura, dando vita in questa maniera a un pathos emozionale che tocca tutte le corde più intime e segrete dell’arte, un’arte intesa come un tutt’uno con una realtà trascendente e illuminata.

In questo luogo paradisiaco ed estremamente lontano dalla corruzione di una Parigi modaiola e forviante, si può perciò affermare che il medesimo artista spagnolo ha avuto la concreta opportunità di lavarsi – come ha fatto, a suo tempo, il Manzoni nelle “sacre” acque dell’Arno in terra toscana – la sua anima poetica, un’anima fino a quel momento sdrucita che, dopo un vero e proprio blackout di forma, prende coscienza di sé. E si rialza, vestendosi di una nuova dignità preziosa. Si riprende così la sua giusta autorevolezza e riammette a sé la sua ispirazione più bella e più pura.

Si assiste in questo modo a una sorta di rinascita a tutto tondo del maestro Pablo, dell’artista Picasso in tutto il suo splendore, in tutta la sua meravigliosa aurea di grande forgiatore del Bello Ideale.

 

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Qui l’artista si stabilisce in incognito e come per incanto il suo pennello, fino a quel momento astemio di ispirazione, riprende a danzare sulla tela intonsa, e quindi il maestro ricomincia a pieno ritmo a dipingere, dopo una lunga pausa di inattività forzata. E nei suoi quadri appare una misteriosa ragazza dai capelli neri e fluenti.

Si tratta di Ondine, una giovane ragazza dall’età apparente di circa 17 anni, che lavora come cameriera nel piccolo ristorante della madre. Una figura femminile che diventa famigliare per lo stesso Picasso, in quanto la stessa ogni santo giorno gli porta a domicilio i suoi pasti.

Picasso e il suo amore per la giovane Ondine

L’incontro tra il genio e la tenera fanciulla, ambasciatrice della nouvelle cusine francese, si trasformerà dunque nell’emblema della gioia di vivere.

Tra i due protagonisti indiscussi di questa prima fatica letteraria di Camille Aubray nascerà quindi una tenera e innocente amicizia i cui effetti dureranno perfino nel tempo; infatti molti anni dopo Cèline, nipote di Ondine, truccatrice in quel di Los Angeles, prenderà la decisione di intraprendere un viaggio nel Sud della Francia per comprendere fino in fondo il valore intrinseco e l’essenza del rapporto tra sua nonna e la leggenda della pittura, andando così alla ricerca del passato e di se stessa.

 

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La Aubray ha il merito di aver confezionato un delizioso affresco tessuto con sapienza e intensa generosità emozionale. È come se lei stessa, quasi invasata dallo spirito guida del maestro, avesse dipinto una tela appassionata, usando pennellate soffici e avvolgenti, servendosi di colori caldi e intensi immersi in una luce soffusa che accarezza e tocca armoniosamente il cuore vibrante di quel lettore curioso che si lascia sedurre da questa piccola narrazione di genere.

È lecito quasi azzardare, con cognizione del poi, che il lettore stesso, leggendo questo gradevole romanzo di maniera, ha il grande privilegio di entrare, con silenziosa forma di rispetto e soprattutto in punta di piedi, in un quadro immaginario, ben fatto e ben confezionato, dove con garbo ed eleganza viene trasportato in un mondo parallelo, in cui tutto è poesia e ogni cosa è da vivere intensamente e da esplorare fino in fondo.

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