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“Piangi pure” di Lidia Ravera

Lidia Ravera, Piangi pureNon è per niente semplice stare alla larga dai luoghi comuni. Ce ne sono a bizzeffe, soprattutto sui risvolti delle copertine dei libri (strategie di marketing editoriale? Una trama qualificata come di facile lettura attira un pubblico di lettori più ampio?). Prendete Piangi pure (Bompiani, 2013) di Lidia Ravera: a leggerne il risvolto, tutto sembra ridursi alla scontata apologia dell’amore senza età.
Ma quello che l’autrice ha concepito è, in realtà, un intreccio intenso e notevolmente più complesso, un’architettura narrativa che, obliquamente, accumula micro-storie generazionali, perlustrando una condizione umana particolare e universale insieme, condizione femminile (conviene dirlo), che, forse proprio per questo, non si può spiegare pienamente nelle poche righe concesse dalla bandella.
Qui, al limite, si può sfiorare la fabula, che ci dice che la protagonista si chiama Iris De Santis, che ha 79 anni, un rapporto sull’orlo dell’insofferenza reciproca con una figlia perennemente in bilico tra inquietudine e ascesi; uno, blandamente più pacifico, con la nipote bella e stupida; che vive sola, gode di buona salute e che, per risolvere definitivamente le proprie difficoltà economiche, decide di vendere la nuda proprietà della casa in cui abita, giocando d’azzardo con la sua stessa aspettativa di vita. Il colpo di scena è rappresentato dall’approfondirsi della conoscenza con il signor C., psicanalista che esercita al pianterreno e con cui Ines prende il caffè – stessa ora, stesso bar – ogni giorno da tre anni, e di cui finisce inevitabilmente per scoprirsi innamorata, «quella confessione di fantasia, che sta diventando realtà a tradimento».

L’amore e il desiderio non hanno età, la vita vale la pena di essere vissuta fino al suo ultimo battito, non si può mai sapere cosa il destino ha in serbo. Eccoli i cliché, accompagnati dall’intelligenza sorniona della protagonista, dalla sua grande vitalità, baldanza, ironia; eccoli qui gli ingredienti per un libro gustoso, leggero, senza troppe complicazioni. In superficie. Poi si inizia a leggere e affiorano, dalle latenze carsiche della scrittura, una serie di obiezioni all’apparente facilità della narrazione, la cui facciata è, formalmente (almeno nella prima parte), il diario di Ines, diario che, per inciso, proprio C. le ha consigliato di tenere. E perché uno psicanalista dovrebbe consigliare a una donna sulla soglia degli ottant’anni – peraltro nemmeno sua paziente – di tenere un diario? Ines è in una fase della vita in cui la memoria fa tutto da sé: i ricordi, il passato, o li incide brutalmente nella mente o, con altrettanta brutalità, li distrugge. A che serve metterli per iscritto?

Già così le domande si ammassano, mentre le risposte che la protagonista tenta di dare si disperdono in una sintassi scompattata, fatta di frasi brevi, frammenti, lacerti di reminiscenze, punto e capo, pause, riprese, traiettorie sfuggenti di viaggi di andata e ritorno nella contemplazione-ricordo della vita, delle scelte, degli errori che non chiedono di essere perdonati ma solo documentati. Talvolta, si confondono col presente, nel cortocircuito della rappresentazione, in beffarde geometrie (marito-amante-amante del marito-moglie dell’amante), perché Ines non cambia mai realmente. Spigolosa, egocentrica, è il centro tellurico di se stessa che sconquassa tutto il resto, a cominciare da chi le sta accanto.

Alle risposte penseranno i lettori, innervandosi nella lettura o più ancora nella scrittura; la scrittura che è, con i suoi effetti collaterali, un personaggio ulteriore («tutto ciò che è scritto diventa vero. Anche se non è reale»): ciò che dovrebbe essere capacità di comunicare sensazioni ed emozioni diviene, invece, lo spazio per descrivere il complicato sistema di relazioni della protagonista, incapace sia di intimità che di separatezza con se stessa non meno che con gli altri.

La conferma arriva nella seconda parte del libro, dove alla frammentarietà del diario si sostituisce la compattezza (anche stavolta solo apparente) del tempo e dello spazio narrativo del romanzo. Ma l’uso della terza persona è un inganno: Ines, l’ex-scrittrice, non accetta neanche in questo caso di cedere la narrazione ad un’altrui voce, di essere una voce subalterna, e torna continuamente a fare capolino (del resto, è il racconto della sua vita l’unico libro che ha scritto, venduto e svenduto). È quasi una necessità di sopravvivenza: Ines si innamora per scriverne, a qualunque età, come se l’amore fosse l’unica trama possibile.
Ma il vero amore, qui, è soprattutto quello per le parole, perché c’è anche questa feroce puntualità del lessico: «quella ricerca, apparentemente inesauribile, delle parole più consone a evocare qualcosa che tu sai e che gli altri non sanno». E dunque non è un caso se C., l’amante attempato, è uno psicanalista che, sul filo della vita, raccomanda a Ines di tenere un diario e tornare alla scrittura: «La redazione di un diario è il contrario della psicanalisi. Ti consegna a te stessa, non a un altro».
Questo libro non racconta la storia di un cliché, e nemmeno la storia di un amore da terza età. I cliché sono quasi sempre trappole: attenzione a non caderci.

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