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Philip K. Dick, ultravita di uno scrittore di fantascienza

Philip K. DickDa poche settimane sono venuto a conoscenza del fatto che Hollywood è alle prese con il remake di un film del 1990. Il titolo originale, Total recall, dirà poco ai molti, visto che in Italia arrivò con un blando Atto di forza (e mi auguro non accada di nuovo). Ma ancora meno persone sanno che Total recall è ispirato al racconto We Can Remember It For You Wholesale di Philip K. Dick, uno degli autori più utilizzati al mondo dagli sceneggiatori di film fantascientifici.

L'elenco dei lungometraggi tratti da opere di Dick si spreca; per citarne solo alcuni:

Blade Runner (tratto da Ma gli androidi sognano pecore elettriche?  originariamente edito in Italia come Il cacciatore di androidi)

Minority report

Screamers (tratto da Modello due)

Impostor

Un oscuro scrutare

Paycheck

Next (tratto da The golden man)

Su Dick è stato detto di tutto, ma la migliore frase che possa descrivere il suo stile e il suo carattere è di Brian Stableford, uno scrittore di fantascienza che ha curato un saggio proprio su questo scrittore poco dopo la sua morte: «Dick più di qualunque altro autore si è battuto per sottoporre all'analisi della letteratura fantascientifica i grandi temi della metafisica».

Se entriamo però nella vita dello scrittore scopriamo che ci sono dei coni d'ombra che aleggiano intorno alla sua figura. Dalla sua biografia si scopre che ha avuto un'infanzia difficile tra la separazione dei genitori e la convivenza con una madre, distaccata e malata, che indurrà ad un carattere profondamente solitario e introverso il giovane Philip. Se poi ci aggiungiamo la sua ipersensibilità e i racconti del padre sulle due guerre mondiali a cui partecipò, pieni di particolari cruenti stando a quanto racconta lui stesso in alcuni appunti autobiografici, otteniamo una personalità disturbata, a tratti paranoica.

Non ci si meraviglia, dunque, quando si viene a scoprire che Dick asseriva di essere guidato da una intelligenza superiore, che prese a chiamare Valis (da cui poi trasse il titolo per un suo romanzo), che lo istruiva su ciò che doveva scrivere. Di esempi di scrittori che proclamano di essere stati contattati per diffondere il Verbo di chissà quale entità soprannaturale ce ne sono a bizzeffe, ma c'è una peculiarità nella storia di Dick che lascia perplessi e, anche se qualcuno crede che sia solo pubblicità per vendere e altri che fosse veramente una persona posseduta da un'entità, ci sono due eventi che hanno fatto in modo che ancora si parli di Valis. Premettendo che Dick diceva di possedere, grazie all'entità, un sesto senso che gli permetteva di vedere delle “cose”, indovinò quali fra le tante lettere che gli erano arrivate un giorno fosse l'unica con minacce di morte rivolte a lui, e in più diagnosticò un'ernia inguinale al figlio di 4 anni a cui i dottori non avevano mai fatto caso, ma di cui lui era venuto a conoscenza tramite Valis.

Gli aspetti “fantascientifici” della sua vita ricorrono nei suoi libri e, se vogliamo vederla con una buona dose di razionalità, le sue psicosi che si riversavano nei racconti è probabile che gli ritornassero indietro, in qualche modo, alimentando le fantasie da cui erano state loro stesse generate. Ma se non volessimo psicanalizzare Dick e parlare dei suoi lavori noteremmo una cosa che personalmente mi fa apprezzare la fantascienza, non come autoproclamazione del genere, inventandosi ad esempio nuove armi supertecnologiche che distruggono i pianeti in un sol colpo, o alieni sempre più cattivi che attaccano la terra, ma ponendo il fattore surreale della storia sovrapponibile, in alcune riflessioni o problematiche, alla realtà odierna. Per dirla meglio, Dick usa la fantascienza come strumento per raccontarci qualcosa e non usa una storia per raccontarci quanto grande e grossa può essere un astronave o quanto può arrivare lontano.

Immaginerete dunque la soddisfazione nel leggere in una nota di Dick del 1981 la sua definizione di fantascienza che qui vi riporto:

«Tenterò inizialmente di definire la fantascienza per ciò che non è. Non può essere ridotta a racconto ambientato nel futuro, perché esiste già il genere delle avventure spaziali, che è ambientato nel futuro ma non è fantascienza […] il vero protagonista di un racconto o di un romanzo di FS è un'idea, non un personaggio. Se l'idea è nuova e stimolante innesca una serie di reazioni a catena che producono una proliferazione di idee nella mente del lettore; in un certo senso, essa spalanca la mente del lettore in modo che questa, come la mente dell'autore, sia in grado di cominciare a creare […] insomma la migliore fantascienza dà origine a una collaborazione tra autore e lettore, nell'ambito della quale entrambi creano divertendosi» (Philip K. Dick:Vita breve e felice di uno scrittore di fantascienza, Feltrinelli 1997).

Soggetto preferito di questo autore rimane la realtà come illusione, tesi che si sposa anche con la passione dell'autore per l'Oriente, in particolare per le dottrine zen e per l'I Ching, vale a dire l'oracolo-libro cinese che Dick avrebbe usato per prendere delle decisioni sulla direzione della storia nel libro La svastica sul sole (all'interno del romanzo anche i protagonisti ne fanno un uso frequente per prendere decisioni importanti). Spesso leggiamo nei suoi libri di duplici realtà che collidono, illusioni che costruiscono un mondo, sogni che diventano realtà e viceversa (ricorderete il finale di Atto di forza che lascia allo spettatore il dubbio che tutto ciò che è accaduto sia un sogno programmato per far vivere al protagonista un'esperienza avventurosa) e questo ci riporta alla fragilità mentale di Philip K. Dick e al suo vivere a metà tra la realtà che lo circondava e quella che veniva descritta nei suoi libri, quasi a confermare la sua tesi della fantascienza come eterna creazione fra lettore e scrittore ma senza riuscire a stabilire un confine netto fra i due mondi.

Dick morì nel 1982 per un collasso del cuore senza riuscire a vedere il suo primo film (ma solo a visitare il set di Blade runner) ma guardando ciò che ci ha lasciato, i suoi eredi vivranno ancora per molto tempo di rendita grazie ad Hollywood.

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Commenti

C'è un'intelligenza diversa da quella individuale che tutti sperimentiamo (si fa per dire, va là...), verso la quale quella individuale tende, col lato di sé che condivide l'universalità dell'Intelligenza superiore che è considerabile essere la norma attuativa dell'universo. Lo "svelamento del cuore", "satori" per i giapponesi, iniziazione spirituale per l'occidente, corrisponde all'apertura del canale di comunicazione attraverso cui l'intelligenza che conosciamo entra in contatto diretto, dunque non mediato dalla mente, per via intuitiva sovra-razionale quindi, con l'Intelligenza universale di cui siamo una delle indefinite espressioni (mi verrebbe d'aggiungere anche "infelice" se fosse vero). La conoscenza che deriva da questo comunicare immediato è chiamata metafisica per mera convenzione, e inizia attraverso la conoscenza assolutamente perfetta dei princìpi universali che regolano l'esistenza. Da lì in avanti so' cazzi, perché questo conoscere sovra-individuale e sopra-razionale (che non significa irrazionale) deve essere attualizzato dall'essere che "vede" la verità al di sopra delle proprie opinioni... che non potrà più coltivare.

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