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“Pet Sematary”, il nuovo orribile film dal capolavoro di Stephen King

“Pet Sematary”, il nuovo orribile film dal capolavoro di Stephen KingGli orrori, quelli che si trascinano. Di fronte a operazioni del genere il punto rimane sempre il solito: i prodotti di re-design (ormai sempre più frequenti nel cinema contemporaneo), nel loro tentativo di attualizzare cornice e messaggio, sembrano ormai più interessati ad assecondare banali mire di product placement che non a rispettare un climax drammaturgico degno di questo nome.

Pet Sematary, ultimo adattamento dell’eccezionale testo di Stephen King che porta la data di un ormai giurassico 1983, non fa – purtroppo – eccezione. Le aspettative, fomentate da un incessante battage, si erano conquistate vette di tutto rispetto, di cui uno spettatore (e prima ancora un amante di King) dotato di gusto critico avrebbe giustamente dovuto chiedere conto in sala. Ormai però si tende a dimenticare, a non porsi nemmeno il problema di cosa ci abbia preceduto, e tutto viene consumato con la stessa velocità e lo stesso impersonale senso di non-appartenenza. E a maggior ragione ci si chiede dunque che spazio intellettuale possano reclamare in un contesto socio-culturale del genere tali operazioni di riattualizzazione.

 

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“Pet Sematary”, il nuovo orribile film dal capolavoro di Stephen King

In questa novella versione dell’agghiacciante parabola sullo scontro tra razionalità e fede, sull’incapacità di vivere serenamente un amore e la sua fine, nulla rimane del talento narrativo dell’autore di Portland, e tutto si riduce al peggior campionario voyeuristico dell’horror americano pseudo-contemporaneo: effetti sonori e suggeriti sobbalzi – assai telefonati per la verità –, urlacci e coloriti cerulei; tutto il contrario della pervasiva atmosfera che si respirava tra le pagine del testo, marchio di fabbrica dell’autore, la cui prosa definita e schietta, certamente non barocca (nel senso migliore dell’accezione), conduceva il lettore in un introspettivo incubo a specchio. Se c’è una cosa che ha sempre funzionato alla grande nella narrativa di Stephen King, quel qualcosa è la grandissima spinta all’immedesimazione che la sua scrittura ha sempre posseduto. Tensione e orrore non rimangono altro che contenitori in cui l’ordinario viene stravolto, cornici di una coerente sintesi del racconto.

 

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“Pet Sematary”, il nuovo orribile film dal capolavoro di Stephen King

L’operazione cinematografica di Kölsch e Widmyer tralascia tutti gli interrogativi, pur così lineari, insiti nella narrativa di King, mostrando invece una preoccupante incapacità (condivisa con tutta una serie di cosiddette “menti pensanti” della produzione statunitense attuale) di grattare oltre la superficie. Questo limite porta dritti a un altro punto tanto importante quanto non giustificato: e cioè le libertà che gli autori si prendono rispetto al materiale originale. I cambiamenti sono significativi e netti, e così mal governati tendono a sminuire ancor di più la potenza del racconto.

Il massiccio impiego di loghi rassicuranti (dalla Volvo alle Vans, alla casa stessa, che da isolata e inquietante nella sua decadenza viene trasformata in una specie di mansion per famiglia allargata in crisi esistenziale) riduce al lumicino qualunque approfondimento intimistico che non sia regolato a colpi di accetta nel tentativo di giustapporre contrapposte psicologie d’accatto.

“Pet Sematary”, il nuovo orribile film dal capolavoro di Stephen King

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Tutto cambia-niente cambia, e il leggendario pezzo late-Ramones composto proprio in occasione dell’uscita della pellicola originale (1989) ci viene propinato nella versione di una band (Starcrawler) con noi a quanto pare dal 2015 e di cui probabilmente tra due, tre anni ci saremo già dimenticati, e che comunque svela nel riff introduttivo un plagio (ma di sicuro sarà un omaggio) di quel Don’t Fear the Reaper dei Blue Oyster Cult già nella colonna sonora dell’adattamento televisivo (1994) de L’Ombra dello Scorpione, sempre dalla penna di King.

 

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Un’esperienza così deludente trova la sua sublimazione nell’esperienza di visione in multisala, nel vortice di un’osservazione partecipante – e controvoglia coinvolgente – immersi tra il pubblico per cui prodotti del genere sono pensati e sviluppati: tendenzialmente ultragiovani con scarsa cultura cinematografica, alla ricerca di sbalzi emozionali effimeri e a buon mercato (culturale) che offrano stilemi riconoscibili e in qualche modo rassicuranti, anche se ovviamente credono il contrario. Forse è questo il vero orrore che si trattiene, con una fastidiosa sensazione sulla pelle, dopo visioni del genere.

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