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Perché siamo "Il contrario delle lucertole"? Intervista a Erika Bianchi

Perché siamo "Il contrario delle lucertole"? Intervista a Erika BianchiIl contrario delle lucertole (Giunti, 2017) porta alla ribalta letteraria Erika Bianchi, docente universitaria fiorentina e traduttrice, che dopo un esordio sottotono nel 2010 (Sassi nelle scarpe, Dario Flaccovio Editore) pubblica oggi un'insolita saga familiare.

La vicenda si snoda dal 1948 ai giorni nostri, ma ci viene narrata curiosamente a ritroso, partendo dal presente per risalire al momento in cui tutto ha idealmente inizio.

Nel 1948, nella squadra che segue Gino Bartali durante il suo più famoso Tour de France, c'è anche Zaro, giovane meccanico nativo come il campione di Ponte a Ema, che in una sera di festa incontra e seduce Lena, una cameriera adolescente. Da questo incontro fugace nasce Isabelle, della cui esistenza Zaro viene a conoscenza solo diversi anni dopo, già sposato e padre di un figlio, Nanni, ma si rifiuterà sempre di riconoscerla. Tuttavia, quando Lena viene a vivere in Italia con la sua bambina, tra Isabelle e Nanni nasce un rapporto di fratellanza profonda, destinato a resistere a tutti gli avvenimenti più o meno burrascosi di questa famiglia sgangherata: il matrimonio dell'inquieta Isabelle col mite e paziente Carlo, entomologo, che cresce con amore le figlie Marta e Cecilia di cui la madre si disinteressa, ma anche gli amori, le gioie e le tragedie di tutto un mondo che ruota attorno alla bottega di Zeno, dove si riparano biciclette e dove Nanni inizia presto a lavorare col padre.

 

Il contrario delle lucertole è un romanzo senza eroi, popolato più da personaggi negativi che positivi, ma saranno in molti a riconoscersi nei diversi temi che affronta, dalla difficoltà dei rapporti familiari all'anoressia.

 

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Ne abbiamo parlato con Erika Bianchi a Milano, alla vigilia dei primi appuntamenti del tour di presentazione del libro.

 

È vero che ha impiegato sei anni a scrivere questo romanzo?

No, in realtà è stata la gestazione editoriale lunga, perché quella creativa era stata quasi fulminea. Il libro l'ho scritto in pochi mesi, meno di un anno. Ho un lavoro impegnativo all'università, e ho pochissimo tempo per scrivere, per cui lo faccio nei ritagli di tempo: la notte, nei fine settimana, e nelle pause tra un semestre e l'altro.

Il mio libro precedente era uscito nel 2010. Questo nel 2011 era già finito e durante l'estate avevo anche fatto un viaggio nel nord della Francia per inseguire i miei personaggi: erano stati loro a portarmi lì e non il contrario. Attraverso una conoscenza questo libro è arrivato nelle mani di un agente, all'epoca lavoravo soprattutto come traduttrice letteraria e quindi ero un pochino in mezzo agli addetti ai lavori.

Il libro ha viaggiato per case editrici dal 2011 al 2016 collezionando una serie di rifiuti. Io comunque scrivo per passione, dopotutto ho un altro lavoro e la pubblicazione non era un pensiero che mi mettesse ansia. Poi, nel 2015, il libro è arrivato in finale al premio La Giara e ha vinto la Giara di bronzo, che prevedeva la pubblicazione in ebook, ma questo in fondo non m'interessava molto. Comunque, dopo il premio, il libro è arrivato a Giunti e ad Antonio Franchini, che alla fine ha deciso di pubblicarlo.

La pubblicazione mi fa felice, ma in realtà non cambia la mia idea del valore di questo libro. Sono convinta che nei cassetti ci siano tanti ottimi libri che non riescono ad arrivare alla pubblicazione, una cosa che per me resta anche una questione di fortuna.

Perché siamo "Il contrario delle lucertole"? Intervista a Erika Bianchi

Rispetto alla prima stesura ha operato dei cambiamenti?

No. Il manoscritto era identico a come lo trovate adesso, ma finiva un capitolo prima, in un modo un po' troppo buio e rivolto solo al passato. Giulia Ichino mi ha suggerito di chiuderlo con un po' di speranza e uno sguardo maggiormente rivolto al futuro. È stato cambiato un pochino anche un capitolo centrale, quello che poi dà il titolo al romanzo parlando delle lucertole.

 

Da dove viene la scelta di scrivere la storia a ritroso?

Forse ha a che fare con il mestiere che faccio: io sono una storica e quindi sono generalmente più interessata alle cause che agli effetti, per me la storia andrebbe insegnata all'indietro. Ho pensato che potesse essere interessante, o almeno per me era più interessante, partire dal punto d'arrivo e tornare indietro a sviscerare le cause che hanno portato i personaggi a essere quello che sono. Poi è un'esperienza di lettura un po' diversa, quasi una sfida al lettore.

 

I personaggi sono tutti di fantasia?

Sì, non c'è proprio nulla di reale.

 

Però lei sa scavare a fondo nel dolore di questi personaggi immaginari.

Io mi documento bene prima di scrivere, essendo una storica e una ricercatrice credo di saper fare bene la ricerca preliminare. Ho letto, ad esempio, parecchi libri sul problema dell'anoressia, che è uno dei temi affrontati nel romanzo. In fondo io e le mie amiche siamo entrate tutte in contatto con certe problematiche negli anni dell'adolescenza: il dolore lo conosco molto bene, anche se magari non proprio lo stesso dei personaggi.

Non ho mai parlato direttamente di me ma, come sempre, nei personaggi di un romanzo c'è sempre qualcosa di chi scrive.

Perché siamo "Il contrario delle lucertole"? Intervista a Erika Bianchi

Come mai si parla di ciclismo? Negli ultimi anni la biccletta è diventata quasi uno status symbol, ma nel romanzo ha un ruolo del tutto diverso. Che rapporto ha con questo sport?

Me l'hanno già chiesto in tanti, ma per me il ciclismo è stato solo un espediente letterario. Mi piace lo sport, tengo anche un corso di storia dello sport, però in questo caso mi sono arrivati prima i personaggi, con le loro caratteristiche fisiche e le loro personalità: quando mi vengono in mente, mi assediano finché sono costretta a rincorrerli.

Sono partita da un ragazzo toscano che finiva in Francia, doveva esserci una famiglia mezza francese e mezza toscana e la vicenda doveva iniziare a metà del secolo scorso. A quel punto ho dovuto cercarmi un espediente che permettesse a un diciassettenne di arrivare in Francia in quegli anni, e il ciclismo mi è sembrato un buon argomento, che poi la mia editor mi ha convinto a sviluppare ulteriormente nel corso del romanzo.

 

E il padre entomologo, con il rapporto che si crea con la vita degli animali attraverso i racconti che fa alle figlie?

Mi è sembrato un buon modo per alleggerire la narrazione, che in alcuni punti può essere eccessivamente drammatica, con un po' di dolcezza e di tenerezza per mezzo di queste particolari storie della buonanotte. Il padre non trova altro modo per consolare le figlie che raccontare loro degli esempi presi direttamente dal mondo della natura. E poi avevo bisogno che il padre fosse un esponente della cultura borghese, un professore universitario.

Perché siamo "Il contrario delle lucertole"? Intervista a Erika Bianchi

A livello emotivo, l'ha turbata scrivere un libro pieno di emozioni così forti oppure è riuscita a mantenere un distacco?

No, nessun distacco. La storia mi ha prosciugata, perché anche se invento le situazioni io mi sento dentro alle storie che scrivo, ai sentimenti dei personaggi. Scrivere per me è sempre un'esperienza forte.

Penso che scrivendo scene divertenti dovresti essere tu per primo a divertirti, quindi, allo stesso modo, se non senti la forza delle scene drammatiche e non ti appartengono rischi di scrivere un libro arido. A volte capita di leggere libri che non ti coinvolgono, che per quanto scritti bene non suscitano emozioni.

 

Lei è una dei pochi autori che usa i punti e virgola.

Certo, mi piace. Confesso di odiare il punto esclaamtivo e i puntini di sospensione, che sono veramente abusati.

 

In questo romanzo i dialoghi funzionano, cosa che oggi non è poi così scontata, ed è anche per questo che il lettore riesce a immergersi completamente nella storia, come in un film.

Credo che l'unico modo per scrivere i dialoghi sia leggerne milioni da tutti quelli che ne hanno scritti prima di te, perché sono davvero difficili. Però lo senti, quando funzionano e quando no.

Perché siamo "Il contrario delle lucertole"? Intervista a Erika Bianchi

Sta scrivendo qualcosa di nuovo?

In questi anni ho scritto diverse cose solo per me, mai strutturate. Però l'estate scorsa mi sono rilassata un po', ho letto moltissimi libri e ho avuto un colpo di fulmine per un'idea. Sto cercando di restarci attaccata con le unghie e con i denti, anche se in questo periodo mi è difficile scrivere. È una storia completamente diversa da questa.

 

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Lei è anche traduttrice. Come si riesce a dare vita ed emozioni alla storia di un altro essendo anche scrittrice?

Esiste una scuola di pensiero per la traduzione che sostiene che i traduttori non dovrebbero mai essere anche autori, perché l'esercizio della traduzione è completamente diverso: devi metterti da parte, non devi dare la tua veste alle parole dello scrittore ma renderti invisibile. La sfida consiste nel rendere accessibile nella tua lingua un testo nello stesso modo in cui lo è nella lingua originale: tu non dovresti esserci per niente, ma devi avere una padronanza assoluta della tua lingua, ancora maggiore di quella della lingua da cui traduci.

A volte si leggono dei testi meravigliosi, che però sono parecchio infedeli. L'importante è non tradire troppo lo stile dell'autore e, in fondo, tradurre è il contrario dello scrivere, un atto in cui tu sei il dio assoluto di quello che fai.

"Tradurre è come rifare in macchina il percorso di una barca" dice Ginevra Bompiani, e io la trovo una metafora illuminante. I mezzi espressivi sono completamente diversi da una lingua all'altra, anche solo nell'amibto delle lingue euoropee.

A me piace moltissimo farlo, sebbene sia un lavoro lungo e spesso sottopagato.

 

Ci sono autori che preferisce tradurre?

Amo moltissimo la letteratura americana contemporanea, per cui mi piacerebbe poter tradurre Jonathan Safran Foer, oppure Don DeLillo.


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Per la prima foto, copyright: Philipp Lublasser.

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