Continua a scendere il numero dei lettori – Dati Istat aggiornati

Intervista ad Andrea Tomat, Presidente del Comitato di Gestione

Hai perso la voglia di leggere? 7 modi per farla tornare

Perché scrivere? Le ragioni di George Orwell

Perché si scrive? Ecco le ragioni di Primo Levi

Primo LeviLe ragioni per cui si scrive, si racconta, sono tantissime. Ne aveva di speciali Primo Levi, che con le sue opere più conosciute ha fornito una testimonianza, una denuncia e allo stesso tempo una confessione liberatoria legata a uno dei periodi più strazianti della sua vita e più cupi della storia dell’umanità.

Proprio a Levi, e ci piace ricordarlo in prossimità del Giorno della Memoria, dobbiamo una delle analisi più nitide e precise dei motivi per cui un uomo decide di mettersi a scrivere.

Nove moventi, quelli individuati dall’autore torinese, che illustrano pensieri, desideri, aspirazioni e  urgenze che spingono a diventare scrittore, e senza i quali, probabilmente, la scrittura non avrebbe senso di esistere. Ne avevamo parlato velocemente qualche giorno fa, ora riportiamo il testo quasi integrale del saggio di Levi.

Vediamo dunque, direttamente con le parole dell’autore, tratte da L'altrui mestiere (Einaudi, 1985), volume nel quale sono raccolti una cinquantina di saggi di Levi sugli argomenti più vari, dall’amore alla scienza, dall’attualità alle riletture dei classici.

E quasi in un’ipotetica intervista chiediamo a Primo Levi…

«Perché, dunque, si scrive?

1) Perché se ne sente l'impulso o il bisogno. È questa, in prima approssimazione, la motivazione più disinteressata. L'autore che scrive perché qualcosa o qualcuno gli detta dentro non opera in vista di un fine; dal suo lavoro gli potranno venire fama e gloria, ma saranno un di più, un beneficio aggiunto, non consapevolmente desiderato: un sottoprodotto, insomma. Beninteso, il caso delineato è estremo, teorico, asintotico; è dubbio che mai sia esistito uno scrittore, o in generale un artista, così puro di cuore. Tali vedevano se stessi i romantici; non a caso, crediamo di ravvisare questi esempi fra i grandi più lontani nel tempo, di cui sappiamo poco, e che quindi è più facile idealizzare. Per lo stesso motivo le montagne lontane ci appaiono tutte di un solo colore, che spesso si confonde con il colore del cielo.

2) Per divertire o divertirsi. Fortunatamente, le due varianti coincidono quasi sempre: è raro che chi scrive per divertire il suo pubblico non si diverta scrivendo, ed è raro che chi prova piacere nello scrivere non trasmetta al lettore almeno una porzione del suo divertimento. A differenza del caso precedente, esistono i divertitori puri, spesso non scrittori di professione, alieni da ambizioni letterarie o non, privi di certezze ingombranti e di rigidezze dogmatiche, leggeri e limpidi come bambini, lucidi e savi come chi ha vissuto a lungo e non invano. Il primo nome che mi viene in mente è quello di Lewis Carroll, il timido decano e matematico dalla vita intemerata, che ha affascinato sei generazioni con le avventure della sua Alice, prima nel paese delle meraviglie e poi dietro lo specchio. La conferma del suo genio affabile si ritrova nel favore che i suoi libri godono, dopo più di un secolo di vita, non solo presso i bambini, a cui egli idealmente li dedicava, ma presso i logici e gli psicanalisti, che non cessano di trovare nelle sue pagine significati sempre nuovi. È probabile che questo mai interrotto successo dei suoi libri sia dovuto proprio al fatto che essi non contrabbandano nulla: né lezioni di morale né sforzi didascalici.

3) Per insegnare qualcosa a qualcuno. Farlo, e farlo bene, può essere prezioso per il lettore, ma occorre che i patti siano chiari. A meno di rare eccezioni, come il Virgilio delle Georgiche, l'intento didattico corrode la tela narrativa dal di sotto, la degrada e la inquina: il lettore che cerca il racconto deve trovare il racconto, e non una lezione che non desidera. Ma appunto, le eccezioni ci sono, e chi ha sangue di poeta sa trovare ed esprimere poesia anche parlando di stelle, di atomi, dell'allevamento del bestiame e dell'apicultura. Non vorrei dare scandalo ricordando qui La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, altro uomo di cuore puro, che non si nasconde la bocca dietro la mano: non posa a letterato, ama con passione l'arte della cucina spregiata dagli ipocriti e dai dispeptici, intende insegnarla, lo dichiara, lo fa con la semplicità e la chiarezza di chi conosce a fondo la sua materia, ed arriva spontaneamente all'arte.

[I servizi di Sul Romanzo Agenzia Letteraria: Editoriali, Web ed Eventi.

Seguiteci su Facebook, Twitter, Google+, Issuu e Pinterest]

4) Per migliorare il mondo. Come si vede, ci stiamo allontanando sempre più dall'arte che è fine a se stessa. Sarà opportuno osservare qui che le motivazioni di cui stiamo discutendo hanno ben poca rilevanza ai fini del valore dell'opera a cui possono dare origine; un libro può essere bello, serio, duraturo e gradevole per ragioni assai diverse da quelle per cui è stato scritto. Si possono scrivere libri ignobili per ragioni nobilissime, ed anche, ma più raramente, libri nobili per ragioni ignobili. Tuttavia, provo personalmente una certa diffidenza per chi "sa" come migliorare il mondo; non sempre, ma spesso, è un individuo talmente innamorato del suo sistema da diventare impermeabile alla critica. C'è da augurarsi che non possegga una volontà troppo forte, altrimenti sarà tentato di migliorare il mondo nei fatti e non solo nelle parole: così ha fatto Hitler dopo aver scritto il Mein Kampf, ed ho spesso pensato che molti altri utopisti, se avessero avuto energie sufficienti, avrebbero scatenato guerre e stragi.

5) Per far conoscere le proprie idee. Chi scrive per questo motivo rappresenta soltanto una variante più ridotta, e quindi meno pericolosa, del caso precedente. La categoria coincide di fatto con quella dei filosofi, siano essi geniali, mediocri, presuntuosi, amanti del genere umano, dilettanti o matti.

6) Per liberarsi da un'angoscia. Spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com'è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge; altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé.

7) Per diventare famosi. Credo che solo un folle possa accingersi a scrivere unicamente per diventare famoso; ma credo anche che nessuno scrittore, neppure il più modesto, neppure il meno presuntuoso, neppure l'angelico Carroll sopra ricordato, sia stato immune da questa motivazione. Aver fama, leggere di sé sui giornali, sentire parlare di sé, è dolce, non c'è dubbio; ma poche fra le gioie che la vita può dare costano altrettanta fatica, e poche fatiche hanno risultato così incerto.

8) Per diventare ricchi. Non capisco perché alcuni si sdegnino o si stupiscano quando vengono a sapere che Collodi, Balzac e Dostoevskij scrivevano per guadagnare, o per pagare i debiti di gioco, o per tappare i buchi di imprese commerciali fallimentari. Mi appare giusto che lo scrivere, come qualsiasi altra attività utile, venga ricompensato. Ma credo che scrivere solo per denaro sia pericoloso, perché conduce quasi sempre ad una maniera facile, troppo ossequente al gusto del pubblico più vasto e alla moda del momento.

9) Per abitudine. Ho lasciato ultima questa motivazione, che è la più triste. Non è bello, ma avviene: avviene che lo scrittore esaurisca il suo propellente, la sua carica narrativa, il suo desiderio di dar vita e forma alle immagini che ha concepite; che non concepisca più immagini; che non abbia più desideri, neppure di gloria e di denaro; e che scriva ugualmente, per inerzia, per abitudine, per "tener viva la firma". Badi a quello che fa: su quella strada non andrà lontano, finirà fatalmente col copiare se stesso. È più dignitoso il silenzio, temporaneo o definitivo.»

[Il testo elettronico di questo saggio di Primo Levi è tratto dal sito Interruzioni]

Il tuo voto: Nessuno Media: 4.7 (6 voti)

Commenti

Levi credo abbia tralasciato un aspetto della scrittura che è quello sessuale.Molti come me scrivono per fecondare,per lasciare quancosa di indelebile su questo mondo che possa germinare fra le mani di quanti negli anni futuri si imbatteranno fortuitamente in un curioso oggetto a forma di diedo,con una copertina con un frontespizo, due piatti,un dorso,un nerbo,un taglio con e senza unghiatura( vista la grossolanità nativa digitale),squadernando un sogno sessuale freudianamente sublimato nell' atto di spargere inchiostro su un supporto diversamente ricettivo e femmina,con un oggetto fallico come un càlamo,uno stilo,una penna,due dita a martelletto,maschio.Affidare al mondo qualcosa che non avrà vita breve come la nostra,cioè un libro,è come affidare al mondo più che un figlio,più che una generazione,a volte una vera dinastia che parlerà di noi magari dall'angolo anonimo e polveroso di una bancarella di un librario antiquario,nell'antro nascosto di un sottoscala o di una cantina.Molti in questa epoca ignorano la pervicaca e la dura "zigrina" tempra dell'oggetto libro,ignorano il fatto che la vita media del ciclo librario,dal torchio al macero è di 400-500 anni,ben oltre la più ardita attesa di qualsiasi essere umano che non faccia riferimento alla vita di personaggi come Matusalemme o Noè la cui longeva vita terrena supera quella libraria solo in senso libresco,in quanto per l'apputno contenuta in essa.Ecco perchè credo la scrittura sia la metafora della copula,della generazone, e copula in quanto linguisticamente unisce un predicato e un verbo essere,qull'essere dell'ontologia generato e generante le essenze,ovvero le idee.La funzione della scrittura è quella di resistere al tempo e quindi fondamenalmente una delle variabili della memoria insieme alla costante uomo.Vorrei che questa considerazione stesse a completamento e suggello delle rimanenti 9 dall'elenco,poichè credo nel profilo dell'uomo Carlo Levi sia un dovere umano primo che di scrivente di rimarcare il concetto culturalmente cardine del popolo di cui egli fu uno dei più illustri rappresentanti.

Aristarco, la tua riflessione è senza dubbio suggetiva, anche se la trovo molto vicina ai punti 4 e 5 di Levi.
Primo Levi ha scomposto la scrittura nei suoi elementi costitutivi, ma non v'è dubbio (anzi, molto spesso è così) che lo scrivere possa essere dettato da un rimescolamento di due o più degli "atomi motivazionali" descritti.
E' (anche) questo che dà alla scrittura sfacettature sempre diverse, così come in natura materiali molto diversi tra loro sono composti da elementi uguali.
Da qui la forza della scrittura di Levi, capace di analizzare con l'occhio da scienziato, individuando e raccontando cose che a occhio nudo raramente si riesce a vedere.
Grazie per il contributo.
d.

Ho bisogno di lavorare[ovvero scrivere(ovvero vivere)]

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.