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Perché raccontare storie aiuta ad affrontare i mali di oggi?

Perché raccontare storie aiuta ad affrontare i mali di oggi?Le storie raccontate in cerchio davanti al fuoco o curve a sciacquare i panni lungo gli argini dei fiumi diventano leggende o favole a seconda del volere di chi le narra incantando il suo pubblico. Le lavandare che tutto sanno e tutto narrano sembrano il fulcro delle fàule di Bruno Tognolini ma non lo sono. È la vita, con il suo divenire, il centro del racconto. Sono le persone, con il loro agire, che animano il mondo e lo rendono ciò che è. Sono i pensieri che si mescolano alla paura e inventano i fatti che poi diventano storie. Sono i fatti che si lavano, come i panni, e diventano altro.

Ciò che non lava l'acqua (Gallucci Editore, 2016) è una raccolta di fiabe che invita a molte riflessioni sulla società, sull'umanità, sulle bugie e anche sulle verità. Ne abbiamo parlato con l'autore, Bruno Tognolini, in quest'intervista.

 

La sua storia personale è un po' singolare: da Cagliari a Bologna, dalla maturità classica a quella magistrale, dalla facoltà di Medicina e Chirurgia al DAMS. Lei viaggia su un doppio binario?

Forse sì, ma in fondo come tutti. Con un sorriso mi accorgo che a volte prima dell’esempio letterario, per esplorare un argomento, mi sorge in mente quello scientifico e medico: viaggio anche io su un doppio binario, tutti abbiamo due emisferi cerebrali. Le neuroscienze si arrovellano per comprendere quali dei due presiedano, o prevalgano, su quali funzioni. Ma mi è sempre spiaciuto che i medici, così bravi a trovare nomi aulici e favolosi per parti o funzioni del corpo, in questo caso abbiano fallito, o dispregiato: la via possente di scambio fra i due emisferi non è chiamata pons coelestis, come meriterebbe, ma “corpo calloso”. Che brutto nome. Eppure è lì che viaggia la forza, e forse la salvezza: non in uno dei due emisferi, o in entrambi, ma nella via di scambio che li lega. E per concludere con un’ultima sorridente similitudine, che ancora di più sembra disertare l’emisfero umanistico (ma non è così): anche gli smartphone sono ormai “octa‑core”, hanno otto cervelli, mentre noi restiamo solidamente “dual core”. Solo due cervelli, ma per fortuna ci abbiamo fatto il callo.

 

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Nella sua biografia si legge: «Lo studio della Comunicazione era esplorato con Umberto Eco nelle aule, non meno che con Giuliano Scabia e Gianni Celati per le strade e "nello spazio degli scontri". Ciò che in seguito per anni e finora avrei imparato, io l'ho sognato lì». Cosa ha sognato allora e cosa sogna oggi?

Dei sogni di allora alcuni si son persi, alcuni son cambiati fino a parere altri, alcuni son cambiati ma son riconoscibili, come in un adulto ben cresciuto si vede il bambino. Alcuni infine sono rimasti, se non identici, del tutto fedeli a sé stessi. Uno potrei raccontarlo così. Mi incantavano, in quegli anni del DAMS, i versi finali di una poesia di Peter Handke, da Song of childhood: «Quando il bambino era bambino, | lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia, | che ancora continua a vibrare». Benché spaventato dalla cosiddetta ala militare degli studenti ribelli, anch’io, che appartenevo all’ala creativa DAMS, nella manifestazione dell’11 marzo del ‘77 a Bologna portavo in tasca un sanpietrino. Lo scagliai in via Ugo Bassi contro la vetrina di un incolpevole bar. Ma ben altra determinazione occorreva al braccio, che deve ignorare il dubbio dei greci e persuadersi della forza dei goti: il vetro vibrò sotto il colpo, ma non si ruppe. E fu la mia fortuna. Perché se la vetrina fosse venuta giù, ora non potrebbe più vibrare ogni volta che ci passo davanti e la guardo. Quante vetrine percosse da quanti ragazzi d’allora, con braccio più forte e barbaro del mio, sono venute giù in cocci, e con esse negli anni la forza di quelle braccia, e dei sogni confusi e caduchi che le agitavano. E ora nulla vibra più al loro passaggio: il loro mondo è quello che è, non trema più di mutamenti e fioriture. Il mio sì: può ancora cambiare, migliorare, e occorre ancora battersi per questo. Con armi diverse, ma sempre per questo. Son stato fortunato: son stato debole, per fortuna. Come un bambino. Ecco cosa dicevano quei tre versi.

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Ciò che non lava l'acquaè dedicato: «Ai miei nonni di Nuoro e Gavoi. Agli altri nonni di Valtellina. Ai miei genitori di Cagliari. Alla salute e al rigoglio dei meticci». Le persone, i popoli, secondo lei, sono destinati alla sedentarietà selettiva o a spostarsi e mescolarsi?

Credo di sì, spero di sì, che siano destinati a mescolarsi, per la salute e salvezza del genere umano. I genetisti parlano di lussureggiamento dei meticci, che unendo in sé diverse nature e culture hanno a disposizione una cartuccera di risposte ai cimenti dell’ambiente più vasta e ricca che non le razze pure, destinate come si sa al deperimento genetico, vitale e culturale. Le migrazioni che ci invadono, che a noi paiono rovinosi fenomeni mai visti, son tali solo per il nostro egocentrismo: in altre epoche sono state uguali e maggiori. Le ondate di umani in viaggio sono probabilmente l’abituale e salutare viavai della specie in cerca di soluzioni ai disastri che da sé stessa si è predisposta. Credo di poter restare convinto di questo anche quando mi accadesse, e spero non sia, di imprecare a mia volta contro gli altri, gli stranieri, che arrivano a togliermi di sotto i piedi il posto mio. Il posto mio mi verrà tolto, e imprecherò, ma il posto nostro e quello di tutti avrà forse qualche possibilità in più d’essere salvo.

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Nel suo libro utilizza, per descrivere i racconti, il termine sardo fàule che, per assonanza, rimanda alle favole. Ma le sue sono fiabe con personaggi concreti e reali e una morale tagliente come una stilettata. Che cos'è in realtà che non si riesce a lavare con l'acqua?

Cosa non lava l’acqua, ahimè, io non lo so. Son le parole che si cercano l’una con l’altra, con movimento combinatorio oracolare, o cromosomico, a volte all’insaputa dello scriba estensore. Quella frase mi suonava solo bene, dolce e sciaguattante nel rotolare delle liquide: “lava l’acqua”, “la‑la”, come in “fàula”, come in “fai la‑li‑là”, come nell’incantevole radice “lalìa”. Ma non è vacua glossolalìa questo titolo, è profezia, o più umilmente bella frase sibillina, enigmatica, da interpretare. Per lasciare lavoro da fare. E allora proviamo.

La Lavandaia canta una canzone, che dice «Ciò che non lava l’acqua neanche il fuoco laverà»: eppure lei lava, con la sua acqua, ed è convinta di poter lavare tutto. Davvero tutto? Non dice forse – attenzione, lo sto scoprendo adesso: il tempo del disvelamento, o forse solo di una possibile interpretazione del responso sibillino, viene quando deve e può: anche nel corso della risposta alle domande d’un’intervista otto anni dopo… – non dice forse la Lavandaia che il fiume scorre e «si porta via le vite, ripulisce il paese dalla scoria»? E non prosegue poi chiedendosi: «E il fiume chi lo pulisce? Non le alluvioni, i diluvi, le piene, che del resto poco si vedono da queste parti»? E non risponde a sé stessa così: «Io lo pulisco, noi lavandaie dei racconti, quando ci passa sotto le mani: noi siamo il filtro»? E non conclude con un’altra domanda, affranta e sgomenta: «E noi chi ci pulirà? Potremo mai ritornare innocenti, dopo aver raccontato?». Non sarà allora quello, ciò che non lava l’acqua? L’acqua non lava le mani di chi ha lavato con l’acqua delle fàule, delle bugie e dei racconti, le vite dei suoi simili? Non lo so, non credo, spero di no; ma soprattutto non lo so. Non si può sapere tutto, soprattutto se si vuole raccontare. Qualche lavoro dovrà pur farlo anche il lettore…

Perché raccontare storie aiuta ad affrontare i mali di oggi?

«Bugia fa verità» si legge nell'epilogo del libro. Racconto e memoria sono più potenti di acqua e fuoco per lavare e cancellare?

Sto dando risposte lunghe e attorcigliate, me ne rendo conto. A questa domanda allora lascio che risponda la Lavandaia, che lo fa con parole più terse e frugali delle mie. Forse lavare a cancellare serve per riscrivere e ricominciare. «I mali di ieri lavati son storie di oggi», lei dice, «che servono per affrontare i mali di oggi».

 

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Ciò che non lava l'acqua è un libro di racconti che sembra costruito stratificando diversi livelli con differente intensità emotiva. Quale messaggio le piacerebbe fosse maggiormente colto dal lettore che legge le sue fàule?

Forse l’ultimo. Che non a caso è l’ultimo: è l’Ite, missa est, il commiato con cui la Lavandaia, l’io narrante, o meglio il noi narranti, salutiamo e vediamo andar via il diletto lettore, che è stato con noi, e gli vogliamo dare ancora una benedizione, un viatico, la raccomandazione materna della letteratura. E cioè, come ancora dice lei (non è pigrizia, giuro: è solo che le parole migliori sono le sue):

«Così mio lavoro è lavare nei fiumi del cuore i canti e i racconti degli altri, e rimetterli in giro nel mondo a proteggere i corpi. Perché i panni che mi passano per mano, che le mie mani restituiscono puliti, sono lunari di poveri fratelli, agnelli simili a noi, compaesani di questa Gavoi che è la vita di ognuno. Forme incerte che trascolorano negli arazzi dei giorni, negli aloni delle lenzuola, nelle alate speranze. Biancheria ch’è di nuovo bianca, pagina pronta per altre scritture ancora. Inchiostro, acqua, sudore, sangue, feci. Fratellanza, racconti, compassione».

 

La prima edizione è stata pubblicata da Ilisso Editore nel 2008 e ora lei ripropone il libro, pubblicato con Gallucci Editore. È come le storie che si raccontano all'interno, «bugie e verità, e lavarle parlando dicendole a tutti più volte, ogni volta più belle»?

Sì, forse è così. O almeno lo spero. Mandare le storie nel mondo, dicendole a tutti più volte, o almeno più volte che posso, se la prima non basta, finché arrivino a chi ne ha bisogno. Ma qui si passa nell’altro mezzo mondo: l’editoria, la distribuzione, le presentazioni, gli scaffali, i rendiconti, le copie vendute. La mia Lavandaia si disorienta, si gira e se ne va. E io preferisco – finché posso, perché poi la perderò – andarle dietro e stare ancora un po’ con lei.


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