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Perché leggere è importante? Le risposte di Marcel Proust

Perché leggere è importante? Le risposte di Marcel ProustCom’è possibile che leggere dei caratteri neri su una pagina bianca produca così tante sensazioni nella nostra mente e nel nostro spirito? Perché alcuni di noi amano a tal punto la lettura da perdersi nei libri?

Abbiamo già provato a rispondere grazie alle parole di C.S. Lewis, l'autore di Le cronache di Narnia, ma quest’oggi lasciamo che a darci qualche dritta sia Marcel Proust, l’autore di Alla ricerca del tempo perduto.

Fino ai venticinque anni Proust aveva pubblicato solo qualche articolo in alcune prestigiose riviste letterarie, e verso i trent’anni si dedicò al suo primo tentativo di scrivere un libro ma vi rinunciò perché si riconobbe incapace di costruirne uno che fosse coerente. In questo periodo scoprì l’opera del critico d’arte John Ruskin, i cui scritti aprirono la mente di Proust al punto che per tre anni consecutivi s’immerse nei suoi lavori per tradurli in francese anche se la sua conoscenza dell’inglese era imperfetta. Molti anni dopo, Proust sarebbe giunto a scrivere il settimo e ultimo volume di Alla ricerca del tempo perduto, il suo leggendario romanzo costruito intorno a temi che aveva tentato di esplorare nel suo primo tentativo fallito:

Mi sono reso conto che il libro essenziale, l’unico vero libro, è quello che il grande scrittore non ha bisogno di inventare, nel senso usuale della parola, perché già esiste in ognuno di noi, deve solo tradurlo. L’attività e il dovere di uno scrittore sono quelli di un traduttore.

 

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La prefazione di una delle traduzioni di Proust dell’opera di Ruskin divenne un saggio a sé stante che fu pubblicato separatamente come Sulla lettura. Qui Proust considera i piacevoli paradossi della lettura:

La lettura, a differenza della conversazione, consiste per ognuno di noi nel ricevere quanto un altro vuole comunicarci anche se nel frattempo restiamo soli o, in altre parole, continuando a mettere in gioco le facoltà mentali che abbiamo in solitudine e che la conversazione subito mette in fuga. Pur rimanendo aperta all’ispirazione, l’anima lavora duramente su se stessa.

 

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E contempla il piacere universale della lettura quando si è ancora bambini e ragazzi:

Forse gli unici giorni della nostra infanzia che abbiamo vissuto pienamente sono quelli che pensiamo di esserci lasciati alle spalle senza aver vissuto per niente: i giorni cioè che abbiamo trascorso con un nostro libro preferito. Tutto quello che ha riempito i giorni degli altri, almeno così sembra, ma che noi abbiamo evitato come volgari impedimenti al sacro piacere – ad esempio il gioco per il quale un amico è venuto a cercarci proprio mentre eravamo giunti al paragrafo più interessante; l’ape o il raggio di sole fastidiosi che ci hanno costretto ad alzare gli occhi dal libro, o a cambiare posizione; le prelibatezze che eravamo costretti a portare con noi ma che lasciavamo intatte sul banco mentre sopra la nostra testa la luce del sole diventava più debole nel cielo blu; la cena per cui dovevamo tornare a casa e durante la quale non avevamo nessun altro pensiero che quello di scappare e finire il capitolo che eravamo stati costretti a interrompere – la lettura dovrebbe averci impedito di percepire tutto questo come qualcosa di diverso da richieste insormontabili, ma al contrario ha scavato dentro di noi ricordi talmente felici di queste cose (ricordi che sono molto più preziosi per noi ora di quanto lo fossero mentre leggevamo con tale passione a quel tempo) che se, oggi, ci capita di sfogliare le pagine di questi libri del passato, è solo perché sono gli unici calendari che abbiamo lasciato di quei giorni passati, e giriamo le loro pagine nella speranza di vedere riflessi qui le case e i laghi che non ci sono più.

 

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Ma cosa si ottiene leggendo? Cosa si guadagna? Anche in questo caso la risposta di Proust è sorprendente:

Questa è una delle grandi e meravigliose caratteristiche dei bei libri (e ci consente di comprendere il ruolo allo stesso tempo essenziale e limitato che la lettura può giocare nella nostra vita spirituale): per l’autore queste potrebbero essere definite Conclusioni, ma per il lettore sono Provocazioni.

 

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Possiamo sentire che la nostra saggezza inizia dove finisce l’autore, e noi vogliamo che lui ci dia delle risposte quando tutto quello che può fare è darci dei desideri. Egli risveglia questi desideri in noi solo quando ci porta a contemplare la suprema bellezza che non può raggiungere se non con gli sforzi della sua arte... La fine della saggezza di un libro ci appare semplicemente come l’inizio della nostra così che, nel momento in cui il libro ci ha detto tutto quello che può, dà origine alla sensazione di non averci detto nulla.

 

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Perché leggere è importante? Le risposte di Marcel Proust

Proust suggerisce infine che un buon libro ci mostra la strada da percorrere per giungere a noi stessi e oltrepassarci:

La lettura è sulla soglia della nostra vita interiore; può portarci in quella vita, ma non può costituirla.

[…]

Ciò che serve, perciò, è un intervento che accade profondamente dentro di noi pur provenendo da qualcun altro, l’impulso di un’altra mente che riceviamo nel grembo della solitudine.

 

E voi che ne pensate? Condividete le opinioni di Marcel Proust sulla lettura?


Per la prima foto, copyright: Prasanna Kumar.

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Commenti

Avevo ben cominciato a leggere questo post quando mi son bloccato con una frenata da inchiodare: "Abbiamo già provato a rispondere grazie alle parole di C.S. Lewis, il papà di Alice nel Paese delle meraviglie" Quando mai C.S. Lewis è "il papà di Alice nel Paese delle meraviglie"? Se riuscite a dimostrarlo metterete in subbuglio l'università di Oxford (dove C.S. Lewis insegnò e, se non ricordo male, ebbe come collega J.R.R. Tolkien). "Alice nel paese delle meraviglie" fu scritto dal matematico ed ecclesiastico, a quanto pare, rev. Charles Lutwidge Dodgson col più noto pseudonimo di Lewis Carroll: il libro fu pubblicato nel 1865. Clive Staples Lewis, tra le tante cose per cui fu (ed è) noto, è che è l'autore del Ciclo di Narnia, di altri romanzi "Lontano dal pianeta silenzioso","Diario di un dolore", nonché - ma non vado a controllare ce l'ho in originale ed è nello scaffale più alto - di una "storia della letteratura Inglese del '600". Di John Ronald Reuel Tolkien lascio fare a voi. Mi raccomando.

Salve Sfranz,

la ringraziamo per la segnalazione così cortese. Abbiamo corretto la svista.

Cordialmente.

Probabilmente, il corto circuito mentale che ha causato la confusione è quel Lewis presente in entrambi gli autori. Consapevoli di questo, stiamo attenti anche col poeta Cecil Day Lewis. E quando si scriverà di Roth (Philip o Joseph?). Il beffardo (e burlone) demonietto della confusione sarà sempre in agguato.
Saluti!

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