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Perché il fascismo è ancora così vivo? Intervista a Francesco Filippi

Perché il fascismo è ancora così vivo? Intervista a Francesco FilippiDopo più di mezzo secolo dalla caduta del fascismo ci interroghiamo ancora sulle sue conseguenze. La storia è però un’insegnante oggettiva e severa, non lascia spazio a supposizioni di alcun genere, nonostante ci sia ancora chi continua a dire che “quando c’era lui anche i treni arrivavano in orario”.

 

Ne abbiamo parlato con Francesco Filippi, autore di Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo e del recente Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto (Bollati Boringhieri editore), domandandoci per quali ragioni assistiamo a una tale distorsione della realtà e quali parallelismi ci sono tra i metodi comunicativi dell’epoca e quelli odierni.

 

L'apologia del fascismo in Italia è un reato, eppure esiste un clima quasi di tolleranza nei confronti di alcuni eventi commemorativi del fascismo e di Mussolini. Secondo lei questa tolleranza è più utile o controproducente per le azioni di contrasto verso eventuali rigurgiti fascisti?

La tolleranza nei confronti di quello che, per la Costituzione e le leggi della Repubblica, è un reato, vale a dire l’apologia di fascismo, purtroppo ha diverse origini nel nostro paese. Vi è una parte della nostra società, molto esigua ma decisamente rumorosa, che in effetti prova nostalgia per il regime mussoliniano e ritiene che alla crisi odierna si possa far fronte con risposte di carattere autoritario. È il sogno di un passato mitico, in cui l’Italia, si favoleggia, sarebbe stata più forte, più rispettata, più felice, a continuare ad alimentare nei pochi nostalgici la speranza nel ritorno del fascismo.

Accanto a questa componente c’è poi una fetta molto più consistente di popolazione che, sottostimando la portata storica del fascismo, di fronte a commemorazioni, marce e celebrazioni che scimmiottano la dittatura si trovano in una situazione di sostanziale indifferenza. A una gran parte della società italiana è stata presentata l’interpretazione di un fascismo come atto compiuto e concluso nel passato; un momento poco conosciuto della nostra storia che comunque non potrà tornare. Perciò questa parte di società vede con indifferenza o a limite con curiosità delle manifestazioni che inneggiano a qualcosa di lontano e poco conosciuto. E così facendo sottostimano il fenomeno. Da questo atteggiamento possono derivare anche prese di posizione controverse, come la recente sentenza della Cassazione che ha definito il saluto fascista un atto di commemorazione e non politico. Purtroppo però le frange dell’estrema destra, anche violente, che inneggiano a Mussolini, sono pienamente convinte di fare politica, non “commemorazione”. Le sfilate per l’anniversario della marcia su Roma e per il compleanno del duce non sono dei ritrovi di cosplayer, ma momenti di costruzione identitaria di una ultradestra violenta e antidemocratica che non vanno in alcun modo sottovalutati, ma anzi, perseguiti, visto che, in Italia, ancor oggi, il fascismo è un reato e non un’opinione.

 

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All’epoca un uomo come Matteotti condusse un’opposizione molto puntuale nei confronti dell’allora Presidente del Consiglio Mussolini. Non esitò a denunciare le violenze squadriste e diede battaglia in Parlamento in materia di bilancio e gestione finanziaria. Quanto gioverebbe, alla politica contemporanea, un’opposizione strutturata in questo modo, fatta non solo di slogan?

A livello di analisi storica i paragoni possono essere portati avanti fino a un certo punto. L’azione di Matteotti e di pochi altri politici che seppero indagare e comprendere prima di altri la carica nociva del fascismo operavano in un campo del tutto nuovo, per l’epoca, quello della politica spettacolarizzata e sbandierata. Il problema attuale è che l’evoluzione di quella politica, fatta di urla e slogan, è adesso, nelle democrazie occidentali, la regola più che l’eccezione. In un momento in cui, a mio avviso, tutta la politica rappresentativa si basa sulla volontà di apparire e colpire l’immaginario collettivo, un’azione di paziente ricerca delle malefatte e di demolizione formale degli argomenti di un eventuale regime non sortirebbe effetti duraturi. Si dovrebbe cambiare il linguaggio politico nel proprio complesso: si dovrebbe altresì abituare l’opinione pubblica a un ascolto più attento delle questioni politiche generali, più che a seguire gli slogan. Mi rendo conto che questo mio ragionamento implicherebbe una rivoluzione copernicana nel modo stesso di far politica, e la si potrebbe ottenere solo con un lavoro educativo di più generazioni. Pertanto al momento mi accontenterei di un cambiamento negli argomenti che vengono urlati in politica: ad esempio, finalmente, mi piacerebbe che qualcuno si mettesse a diffondere slogan positivi, che avessero a che fare con la possibilità che la gente si impegni per raggiungere la felicità, piuttosto che messaggi in cui si insegna alla gente ad avere paura. Sarebbe già un buon punto di partenza.

Perché il fascismo è ancora così vivo? Intervista a Francesco Filippi

Il periodo fascista è stato caratterizzato da una propaganda pervasiva e martellante. Potrebbero esserci alcune affinità, in tal senso, con l’epoca contemporanea in cui si vive in un clima di campagna elettorale permanente?

Più di qualche affinità. Ritengo che il linguaggio politico odierno, nel suo complesso, sia erede diretto di quello forgiato nelle piazze degli anni Venti e Trenta del Novecento. E non ne faccio un discorso solamente italiano: la politica europea, occidentale, direi, ha appreso molto degli atteggiamenti dei temi, dei modi dei grandi affabulatori della prima metà del Novecento. L’Europa post Prima guerra mondiale fu travolta dalla retorica di alcuni ottimi comunicatori, primo tra tutti Mussolini. Questo scontro dialettico, più che politico, fece affondare il continente nella Seconda guerra mondiale a colpi di discorsi roboanti, adunate oceaniche e filmati di propaganda, non solo nei paesi totalitari, ma anche nelle democrazie mature. Basti pensare al peso propagandistico dei discorsi di Churchill o Roosevelt.

Dopo la Seconda guerra mondiale il filone si è per fortuna spostato sulla contesa democratica, ma i toni sono per lo più rimasti quelli. Le nuove tecnologie hanno solo affinato e accelerato una tendenza molto chiara nelle democrazie cosiddette occidentali, cioè il rapporto diretto tra il leader e il suo “popolo” o, per dirla in termini novecenteschi, tra il capo e la sua folla.

 

In tutto il mondo stiamo assistendo all’affermazione di fazioni politiche sempre più violente, la cui costruzione del consenso si basa spesso su attività di mera propaganda e fake news. Come giudica quest’aspetto della politica attuale?

Proprio questa tendenza a estremizzare gli slogan per mantenere viva l’attenzione dei possibili elettori è l’alimento primario delle false notizie che girano. Non si tratta di fare informazione ma sensazione, per rimanere in alto nella classifica delle tendenze. Bisogna che se ne parli, indipendentemente da come.

Nel momento stesso in cui il titolo della notizia diventa più importante della notizia stessa, perché è in base al titolo che si cattura l’attenzione dello spettatore, allora il contenuto perde di importanza e si può dire tutto e il contrario di tutto, basta che quanto detto circoli. La verità è del tutto secondaria di fronte alla diffusione.

Ma mi permetto di sottolineare che questa tendenza non nasce negli ultimi anni: è dagli albori della civiltà dell’informazione che questo genere di meccanismi è entrato in funzione. Oggi ci sembra solo più evidente perché gli strumenti informativi di cui disponiamo accelerano il fenomeno: le notizie diventano subito vecchie e nuovi e ancor più roboanti titoli devono prendere il posto di quelli vecchi, in barba alla verità e alla corretta informazione. Ma, ripeto, le bugie sono caratteristiche dell’informazione da quando l’essere umano ha cominciato a voler raccontare agli altri il proprio mondo.

Perché il fascismo è ancora così vivo? Intervista a Francesco Filippi

Lei cita spesso i social media come canale di maggiore diffusione delle «idiozie» per nobilitare il fascismo. Come si può coniugare la libertà di espressione con la necessità di arginare queste manipolazioni della verità storica?

Con l’educazione all’informazione. Siamo di fronte a un nuovo tipo di strumento di comunicazione che per lo più utilizziamo, tutti, in maniera inconsapevole. Eppure, mentre per qualsiasi strumento complesso che ha a che fare con le nostre vite, dall’automobile al frullatore, è preferibile e a volte imposto per legge applicarsi a studiare come funziona e “come si usa” lo strumento che abbiamo di fronte, con il web questo non accade. Lo usiamo tutti, convinti per il solo fatto di avere una connessione di essere in grado di gestire il funzionamento di questo straordinario strumento di conoscenza.

In alcuni paesi si stanno introducendo corsi di studio per insegnare ai bambini ad utilizzare i social e i media in generale. Sarebbe auspicabile che questo avvenisse anche nel nostro paese, e non solo per i ragazzi in età scolare, visti i danni che riescono a fare i miei coetanei sul web.

 

Dobbiamo aspettare quasi vent’anni dalla caduta del regime perché si inizi a trattare di fascismo in libri e film. Perché oggi, invece, assistiamo a giudizi immediati e poco profondi?

Per via della facilità con cui si reperiscono le informazioni e la scarsa capacità di elaborarle. Grazie a internet la quantità di sapere a cui ognuno di noi può accedere è praticamente illimitata, ma, come accennavo prima, il fatto di poter accedere a un’informazione non significa affatto comprenderla.

Per quanto riguarda nel caso specifico gli studi storici in rete si possono trovare siti e articoli che sostengono tutto e il contrario di tutto. La scelta di questo o quel contenuto avviene o casualmente o, più spesso e grazie al modo in cui lavorano gli algoritmi dei motori di ricerca, in base a quello che ci piace. Questo significa che se una persona si forma un’idea blanda e incompleta su un argomento potrà facilmente sostenerla con presunti argomenti pescati dai siti più disparati. Se in questa ricerca non si pone importanza alla qualità della fonte da cui si pesca, allora si può sostenere praticamente tutto.

Ogni tanto in passato mi sono divertito a immaginare le teorie più disparate nel mio campo o in altri, cercando poi conferma di queste tesi strampalate direttamente su internet: ebbene, dall’origine aliena di Adolf Hitler ai Maya che andavano nello spazio, ho sempre trovato un qualche appiglio che sostenesse con tesi apparentemente scientifiche queste teorie inventate sul momento.

Perché il fascismo è ancora così vivo? Intervista a Francesco Filippi

La forza del fascismo sta nell’aver costruito un’intera classe dirigente. Quali strascichi di quel periodo hanno caratterizzano sul medio e lungo periodo l’operato delle istituzioni nate illo tempore?

Ritengo che la forza del fascismo sia stata quella di aver saputo trovare una chiave di comunicazione con più strati della società italiana, compresa la classe dirigente. Mussolini è stato un venditore di fumo che per vent’anni in modo accattivante ha raccontato a questo paese tutto e il contrario di tutto. In molti si sono adattati al racconto, prendendone il meglio e scartando quello che non piaceva. Agli industriali piacque il Mussolini guerrafondaio quando si trattava di accaparrarsi le commesse statali, meno quando questo scatenava guerre impossibili da vincere. Il piccolo borghese sognava la gloria dell’identità italiana e molti giovani corsero all’avventura conquistando imperi di cartapesta.

L’anima profonda dello stato si fascistizzò col tempo, cambiando la figura stessa del regime: a volte fu la macchina statale a “statalizzare” il fascismo, più che il fascismo a “fascistizzare” lo stato. Alcune modifiche al settore pubblico in senso centralizzante tornarono poi utili anche dopo la fine del regime, come il sistema di controllo e i poteri delegati a figure come quelle dei prefetti, che passarono praticamente indenni dal regime alla repubblica. Questo tipo di scelte, non nette, che da un lato condannarono il fascismo ma dall’altro non ripulirono lo stato e la società da molti pezzi di fascismo, sono il problema principale per cui ancor oggi I giudizi sul regime, quando ci sono, rimangono sfumati e poco chiari. La defascistizzazione in Italia non è mai sostanzialmente partita.

 

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Cosa ci ha insegnato la storia, a più di settant’anni di distanza, da tutto ciò?

Ci sono molte lezioni che possiamo ricavare, purtroppo non tutte positive, in realtà.

Di certo possiamo imparare quanto peso abbia, in un contesto pubblico, il modo in cui si comunicano certe idee. La forza e il peso della propaganda per piegare e guidare intere società: il pericolo che questa propaganda possa indirizzare le forze stabilizzanti di un paese verso la distruzione. L’incapacità, una volta avvenuto il disastro, di assumersi la responsabilità di determinate scelte a cui si è aderito, magari con troppa leggerezza.

Ecco sì, se qualcosa il fascismo e il modo di affrontare il fascismo dopo il ‘45 ci ha insegnato, è che prima o poi è necessario avere il coraggio di fare i conti con le responsabilità proprie e quelle della comunità di cui si fa parte. Perché la memoria del passato è la base interpretativa per comprendere il nostro presente e soprattutto costruire il futuro.


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