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Perché il bosco ci fa così paura? Intervista a Irma Cantoni

Perché il bosco ci fa così paura? Intervista a Irma CantoniÈ il bosco a fare da sfondo a questo nuovo romanzo di Irma Cantoni. Elemento che compare sin dal titolo del romanzo (Il bosco di Mila), edito da Libromania, società nata dalla partnership di DeA Planeta Libri con Newton Compton Editori, e vincitore del concorso "Fai viaggiare la tua storia" voluto dai due editori insieme ad Autogrill Spa, il bosco è il luogo fisico in cui la piccola Mila potrebbe essersi smarrita ma è anche il luogo simbolico in cui sembra essersi smarrita un po’ di tempo va Vittoria Troisi, la capo commissario chiamata a condurre le indagini. E ancora a un bosco intricato somiglia la fitta rete di chiacchiere del paese in cui Mila vive unita a quella di bugie e odi e vendette che tiene legati i vari membri della famiglia della bambina scomparsa.

Proprio dal bosco abbiamo iniziato la nostra chiacchierata con Irma Cantoni, che ha risposto a qualche nostra domanda.

 

Vorrei iniziare questa conversazione partendo da un elemento di contesto: il bosco. Negli ultimi mesi molti libri sia per ragazzi sia per adulti sono incentrati sul bosco inteso come luogo in cui qualcuno si smarrisce. Perché il bosco ha tutto questo fascino?

Mi viene in mente che in effetti in un bosco “da smarrimento”, addirittura di notte, io ci sono stata tanti anni fa. Forse, nel mio inconscio, quell’esperienza è emersa mentre descrivevo Mila, una bambina che viene per l’appunto rapita in un bosco. Non ci avevo mai pensato fino a questo momento, grazie per avermi ridato questo ricordo: risale a quando mi ero invaghita delle tecniche di consapevolezza, molto prima di incontrare il buddhismo, e uno degli esercizi consisteva nell’andare di notte in un bosco di montagna e poi scendere a rotta di collo da un sentiero, nel buio. Un’esperienza incredibile. Ero nello stesso tempo terrorizzata e curiosissima. Il bosco fa questo effetto, se ci stai dentro in tutti i sensi e se ci stai da solo; tra l’altro in un buio rischiarato solo a momenti dalla luna; in un silenzio fatto di tanti rumori, tanti, improvvisi e strani. Mi sentivo persa, ma poi mi sono fatta forza: dovevo farcela a tutti i costi, sbaragliare le paure, oltrepassare le porte dei miei misteri. Forse, la presenza immaginifica del bosco in molta letteratura, di tutti i tempi, dipende proprio dal senso di mistero che porta in sé.

Mila invece, la bambina rapita, a un certo punto riesce perfino a parlare con gli alberi dei boschi. Lei è innocente, pura nella sua bianchezza piena di luce, come dice Dante. Per questo può farlo. A un certo punto, la madre di Mila dice a Vittoria Troisi che conduce le indagini: «Lei non sa quanto avrei voluto saper parlare con gli alberi di quel bosco». Ma la madre di Mila non poteva farlo, evidentemente.

 

E cosa rappresenta per lei il bosco?

Un bosco è fatto di radici che vagano sotto terra e si muovono maramalde, è fatto di spazi fra un albero e l’altro, di muschi, di animali che lo vivono, di stagioni, di terra e cielo, ma non è un luogo per gli esseri umani. Ci si passa, lo si attraversa, preferibilmente di giorno, serve da sosta di gruppo negli spiazzi, a volte lo si ritiene un luogo di iniziazione, sacro, oppure lo si disbosca, lo si azzera e lo si dimentica. Dentro di noi, a quanto pare, e come dicevo prima, rimane però con tutto il suo mistero. Il bosco è una prova, è uno specchio delle paure. Nel bosco, del resto, ci sono lupi e orchi, no? In un bosco si può morire.

Adesso che ci penso, avevo già scritto in merito a un bosco, si trattava di concludere un racconto molto bello di Alessandro Baricco per un concorso. Eppure, me ne rendo conto ora, pur di non descrivere un bosco, io avevo virato nel mio finale su una casa che si trovava ai margini di quel bosco! Pare che con questo libro ce l’abbia invece fatta a parlarne, a farlo diventare lo sfondo della storia.

Perché il bosco ci fa così paura? Intervista a Irma Cantoni

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La narrazione ha inizio con la scomparsa di una bambina, la piccola Mila Morlupo, anzi di due bambine. E le indagini si scontrano subito con il mondo degli adulti che anziché svelare o aiutare tende a nascondere e a nascondersi. Dal punto di vista sociale, cosa può significare per un bambino vivere in un contesto che si rivela costruito in questo modo?

Penso che un bambino impari presto a sfidare gli adulti. Cerca i loro punti limite, li aizza, cerca di capire fino a che punto può spingersi. Ma non penso che un bambino sia in grado di ingannare con il proposito di ingannare. Se dice una bugia, ha delle ragioni. Saranno pur sbagliate nel contesto familiare, ma ci sono. Un adulto, invece, può mentire per il gusto di farlo. Alla fine, comunque, dietro una menzogna adulta c’è sempre molta rabbia: i personaggi stessi del libro sono persi e immersi nei loro rancori.

Il nascondimento di queste rabbie rancorose, quasi rancide, e di ciò che comportano, sono l’avvio per l’indagine. La verità era stata sepolta da strati di perbenismo e bugie, ma una verità occultata viene sempre a galla se si scava, se si vuole scavare. Lo spazio è informazione, pertanto la verità prima o poi si manifesta. E Vittoria Troisi, testarda, la trova. Lei, in questo frangente, è come un mastino: nulla la ferma.

Romana di nascita e vita, si ritrova catapultata controvoglia a Brescia, una città che non conosce. In un tale scenario conversa solitaria con i fantasmi del suo passato, uno fra tutti: un russo che ha ucciso durante una sparatoria a Roma. Si chiama Victor ed è la figura onirica che le mostra gli stati del dopo morte. Non c’è niente di più radicale e assoluto della morte. Il mio obiettivo era non solo svelare i retroscena di menzogne o mezze verità, ma anche descrivere ciò che avviene dopo una morte secondo i canoni del buddhismo, il tutto nel contesto letterario del thriller e con una dose di levità.

 

Ben presto le indagini svelano alcuni retroscena della famiglia Morlupo, fatti di ostilità mai sopite che vengono a galla un po’ alla volta. Perché la famiglia diventa spesso l’ambientazione per noir e thriller? Non è poi così serena come vorrebbero farci credere?

La famiglia è il quadro per eccellenza per qualsiasi genere letterario, pertanto anche per un thriller. La maggior parte degli esseri umani nasce, vive e muore in un contesto familiare. Le conflittualità personali di ciascuno hanno avuto oppure hanno a che fare con componenti della propria famiglia. Perfino un monaco vive in un contesto comunitario, una famiglia. Siamo esseri umani, tendiamo a raggrupparci, soprattutto attraverso linee di sangue. Non ho mai capito il perché, ma è così.

Nel libro Il bosco di Mila i personaggi della famiglia Morlupo vengono definiti da Vittoria Troisi, il capo commissario che svolge le indagini, come serpenti arrotolati l’uno sull’altro, persone dal sangue freddo. Nel romanzo, svelano solo un poco alla volta le proprie avidità e debolezze. Un poco alla volta, come quando ci si guarda in uno specchio ma di lato, di sfuggita, senza voler vedere davvero chi siamo.

 

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Perché il bosco ci fa così paura? Intervista a Irma Cantoni

Come diceva, a indagare sulla scomparsa di Mila è Vittoria Troisi, già protagonista di Il cartomante, il suo precedente romanzo. Quanto ha inciso sull’evoluzione del personaggio il fatto di dover indagare questa volta sulla scomparsa di una bambina?

Vittoria si è sempre occupata di persone adulte nelle sue indagini. Trovarsi di fronte al rapimento di una bambina la spiazza. Si sente franare il terreno sotto i piedi, non ci dorme la notte. Un corpicino così piccolo come quello di un bambino la terrorizza e nello stesso tempo l’attira come una calamita materna. Forse in ciascuno, uomo o donna che sia, l’istinto a proteggere i cuccioli determina una forza straordinaria, capacità di resistere agli attacchi, fierezza nobile nel comportamento. Succede anche a Vittoria Troisi, a quanto pare.

 

Una bambina che scompare, un bosco, le indagini, segreti e rancori di famiglia che riemergono… sembrano ingredienti anche di casi reali molti attuali. Quanto ha inciso la cronaca ormai quotidiana sul romanzo?

A me pare che la cronaca “quotidiana” sia sempre la stessa da millenni. Cambiano gli scenari storici, il palcoscenico, le strutture architettoniche tutto intorno, dalla freccia si passa al tablet, ma gli esseri umani continuano a vagare da un tempo incalcolabile nelle loro emozioni perturbate. Forse per questo ho tracciato anche vari strati temporali, dal dopoguerra italiano agli anni di piombo, per scrivere il libro. Più che la cronaca, ha inciso in me la dolorosa sorpresa di accorgermi che il mondo condizionato non cambia mai perché in generale gli esseri umani non cambiano. Eppure, io continuo a sperare. Come Vittoria Troisi, una visionaria.


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Per la prima foto, copyright Lukasz Szmigiel.

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