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Perché è difficile combattere le bufale: la sfida del giornalismo medico. Intervista a Silvia Bencivelli e Daniela Ovadia

Perché è difficile combattere le bufale: la sfida del giornalismo medico. Intervista a Silvia Bencivelli e Daniela OvadiaÈ innegabile: al mondo della medicina e a quello del giornalismo scientifico spetta il compito di farsi carico di un’ardua sfida, quella di arginare il fenomeno delle bufale online; o almeno cercare di coordinarsi al meglio per riuscire a realizzare un’informazione che sappia essere efficace senza rinunciare all’appeal sui lettori. Ma è davvero possibile riuscire a concretizzare tutto questo?

È la domanda attorno a cui sembra ruotare È la medicina, bellezza! Perché è difficile parlare di salute, edito da Carocci e finalista al Premio Galileo 2017 per la divulgazione scientifica.

Le due autrici, Silvia Bencivelli, giornalista scientifica tra i conduttori di Tutta Salute su Rai3 e collaboratrice di «La Repubblica», «Le Scienze», «Focus», Wired.it, e Daniela Ovadia, direttore scientifico presso Agenzia Zoe - Informazione medica e scientifica e neuroeticista presso Neuroscience and Society Lab, Department of Brain and Behavioral Sciences dell’Università di Pavia, hanno posto al centro della loro attenzione la figura e il ruolo del giornalista medico-scientifico, alle prese con l’esigenza di coniugare giornalismo e medicina e con il difficile compito di accettare la sfida che proviene dalle fake news.

E proprio di questo abbiamo parlato con le due autrici che hanno accettato di rispondere a qualche nostra domanda.

 

L’ambito sanitario è quello in cui maggiormente fanno presa le cosiddette “fake news”, pensiamo al tema dei vaccini o alle teorie complottistiche di vario tipo circolanti intorno all’HIV. Perché riscuotono così tanto successo e perché l’informazione ufficiale sembra non riuscire ad arginare la loro diffusione?

Silvia Bencivelli: Spesso perché è fatta male! Per fare una buona comunicazione ufficiale (intendo quella fatta dalle istituzioni, non dai giornalisti) ci vuole un lavoro strategico, ci vogliono i professionisti e tanta ricerca. Invece molto spesso si pensa che basti un sito internet pieno di informazioni col bollino di garanzia e un paio di uscite sui giornali.

Ma dobbiamo anche considerare che le spiegazioni facili ai problemi difficili sono parte della nostra umanità: le abbiamo sempre preferite a quelle incasinate, difficili e soprattutto a quelle incapaci di darci un colpevole evidente ai nostri problemi. Non solo: oggi l’informazione è facilmente raggiungibile da ciascuno di noi senza filtri, che sia corretta o no. A maggior ragione, la comunicazione ufficiale deve imparare a lavorare su più fronti e a confrontarsi con una complessità in continua crescita.

Perché è difficile combattere le bufale: la sfida del giornalismo medico. Intervista a Silvia Bencivelli e Daniela Ovadia

A proposito di fake news, nel libro si analizzano alcune bufale. Qual è ad oggi quella che ritiene più pericolosa per i cittadini? E per quali ragioni?

Daniela Ovadia: È difficile stilare una graduatoria. Direi che tutte le bufale sono pericolose di per sé se è vero quel che ci dicono gli studi di psicologia sociale, ovvero che esistono persone portate più naturalmente di altre a crederci e che credere a una bufala apre la porta ad altre bufale. Chi comincia a fidarsi di informazioni fantasiose o francamente complottiste finisce per credere a bugie sempre più grosse e a vedere il mondo con un occhio sempre più diffidente.

 

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Uno degli episodi più recenti, e di cui si parla anche nel libro, è il caso Stamina che molto ha fatto discutere. Quali sono stati gli errori di tipo comunicativo commessi dalla stampa mainstream? E in cosa avrebbe potuto agire in maniera diversa?

Silvia Bencivelli: Il primo errore è stato quello di disinteressarsi a lungo della storia, relegandola prima tra le faccende locali e poi tra quelle sensazionalistiche della Tv delle lacrime. In questo modo si è lasciato terreno libero ai supporter del truffatore e a chi ci ha lucrato (vedi le moltissime puntate de Le iene).

Poi ci sono stati diversi errori tecnici: sarebbe stato facile riconoscere il truffatore, se si fossero usati gli strumenti base del giornalismo scientifico, ma a lungo la storia è stata affidata a giornalisti di altri campi.

In senso più alto, si è persa la necessaria asimmetria conoscitiva che fa sì che in medicina si possa distinguere tra chi sa, ed è titolato a parlare, e chi non sa, e discute di altro: soldi, sentimenti, spazi pubblicitari, decreti attuativi, politica regionale…

Infine, un errore che è stato commesso da tanti (scienziati compresi) è stato quello di dare l’impressione dell’esistenza di due parti contrapposte tra loro: quella della scienza, arida e asettica, e quella dei malati. Dimenticando così che la malattia fa parte di tutti noi, e la scienza anche.

 

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Perché è difficile combattere le bufale: la sfida del giornalismo medico. Intervista a Silvia Bencivelli e Daniela Ovadia

Sono sempre di più le polemiche legate al mondo della sanità, spesso sostenute da un’informazione che cede alla semplificazione e al sensazionalismo. Cosa può fare il giornalismo medico-scientifico per arginare gli effetti di tale situazione?

Silvia Bencivelli: Moltissimo. Il giornalismo medico-scientifico è prima di tutto giornalismo, perciò ha il compito di selezionare, diffondere, controllare, dare un contesto corretto alle notizie. Lo fa con le notizie scientifiche, che sono particolari perché (spesso) nascono in seno alla comunità scientifica e secondo le sue regole e perché vanno lette con strumenti appropriati. È stato un giornalista scientifico a smascherare la bufala sul legame tra autismo e vaccini, per esempio.

Attenzione però: tutti noi tendiamo a credere alle fiabe, e tutti noi siamo vittime del cosiddetto bias di conferma, per il quale tendiamo a cercare informazioni che confermino quello che già abbiamo in mente. La diffusione delle bufale vive di questo, e il giornalismo scientifico non può arginarla (vedi di nuovo la bufala dei vaccini e dell’autismo, che continua a diffondersi).

Idem: la semplificazione, in sé, non è affatto un male. E il sensazionalismo a volte è una necessità.

Ma proprio per questo il mestiere del giornalista medico-scientifico è bellissimo: non è semplicemente quello di scrivere in prosa facile notizie difficili. È anche la ricerca di un equilibrio tra tutti questi fattori, con la consapevolezza di essere un pezzetto di un sistema assai complesso pieno di interessi, più o meno sporchi, e di tanta fallibile umanità.

 

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Perché è difficile combattere le bufale: la sfida del giornalismo medico. Intervista a Silvia Bencivelli e Daniela Ovadia

(Silvia Bencivelli)

 

È possibile pensare a un codice etico apposito per il giornalismo in ambito medico? E quali potrebbero essere le indicazioni di base, quelle irrinunciabili?

Daniela Ovadia: È sempre possibile stilare codici etici, il problema è però identificare chi li faccia rispettare. In Italia esiste un Ordine dei giornalisti che può far rispettare eventuali codici deontologici, ma che ha scarsa efficacia dal momento che chiunque può esercitare la professione di giornalista anche senza essere iscritto all’Ordine. Ciò detto un codice etico per il giornalismo medico è un oggetto complesso, perché deve fare propri alcuni principi della scienza medica (come la necessità di prove scientifiche validate a sostegno di un’informazione) ma anche alcuni principi del giornalismo (come l’indipendenza e il ruolo di “cane da guardia” della società) che possono essere in contrasto con i primi. L’equidistanza tra le parti in causa in una vicenda, uno dei principi etici essenziali nel giornalismo generalista, può essere impraticabile nel contesto medico-scientifico in cui non tutte le affermazioni hanno uguale valore e uguale veridicità. I giornalisti medico-scientifici sono un ibrido tra due mondi, e questo li mette spesso in crisi.

 

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Proviamo a fare un gioco: quali caratteristiche dovrebbe possedere il perfetto giornalista medico? E cosa invece non dovrebbe mai fare?

Silvia Bencivelli: Il giornalista medico deve essere curioso, giustamente scettico, deve conoscere un po’ di statistica, un bel po’ di meccanismi interni alla scienza (soprattutto con riferimento a quelli della pubblicazione scientifica e a quelli delle carriere), deve leggere, studiare, ed essere pronto a infilare il naso nel lavoro dei ricercatori. Deve essere disposto a mettere in dubbio le proprie credenze a ogni passo.

Non dovrebbe: ignorare l’inglese, ignorare la cultura medic-scientifica, trascurare l’aggiornamento, essere sprezzante nei confronti del proprio pubblico, confondere il suo ruolo con quello della comunicazione ufficiale (quella delle istituzioni), anteporre i propri interessi a quelli del proprio pubblico e così via.

 

In tutto questo contesto, quali sono le responsabilità della classe medica e come potrebbe/dovrebbe cambiare il suo approccio?

Daniela Ovadia: La classe medica ha determinate responsabilità, legate in gran parte a un approccio obsoleto all’informazione, vista come una sorta di grancassa la cui funzione è quella di educare il popolo e di fare da megafono alle sorti magnifiche e progressive della scienza (o delle proprie scoperte). A livello individuale molti medici non hanno ancora compreso quanto è essenziale il tempo che passano con i pazienti e quanto l’interazione e la capacità di essere chiari nelle spiegazioni che danno sia preziosa per l’educazione sanitaria del Paese. La classe medica da sola, però, non può cambiare il mondo: serve un nuovo approccio alla medicina e alla salute basato su una rivalutazione delle fonti di informazione indipendenti.

Perché è difficile combattere le bufale: la sfida del giornalismo medico. Intervista a Silvia Bencivelli e Daniela Ovadia

(Daniela Ovadia)

 

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Una delle accuse che più si rivolge alla classe medica è quella di intrattenere un rapporto troppo stretto con le aziende farmaceutiche che finirebbero con l’influenzare le scelte mediche e addirittura le politiche nazionali. Quanto c’è di vero e quanto invece è pura esagerazione funzionale a ottenere qualche click in più?

Daniela Ovadia: Le aziende farmaceutiche sono aziende e come tali perseguono il profitto. Questo non è in sé un male, dato che senza l’industria del farmaco e i suoi investimenti noi oggi avremmo un’aspettativa di vita molto più limitata. L’interlocutore dell’azienda è il medico, per forza di cose: è lui che prescrive i farmaci! È quindi un po’ utopistico pensare che il medico non abbia rapporti con le aziende che producono il suo principale strumento di lavoro. Ciò detto, le aziende del farmaco si sono abituate a profitti molto elevati e hanno dimostrato, in alcuni casi, di essere capaci di coinvolgere i medici (che a loro volta sono una categoria che, come tutte, comprende brave persone e persone meno brave) in meccanismi di produzione del profitto che vanno a scapito del benessere individuale e sociale. Il problema è che rappresentare le aziende del farmaco come industrie rapaci da un lato e i medici come missionari dall’altro è un potente strumento narrativo ma è essenzialmente un errore. In questo modo, tra l’altro, si nega la funzione terza (essenziale) dello Stato, che deve fungere da calmiere nei confronti delle ambizioni di guadagno delle aziende e da controllore nei confronti della categoria dei medici.

La ricerca del click basata sul facile scandalo suscitato dall’idea che qualcuno faccia soldi sulle malattie altrui è un’arma a doppio taglio, perché consolida l’idea “complottistica” di un’industria che ci vuole tutti malati e ci nasconde la “vera cura” per averci tutti come clienti, con la complicità dei medici. Compaiono così i ciarlatani che vendono i rimedi fatti in casa, sedicenti naturali, di nessuna efficacia provata.

Un eventuale eccesso di potere da parte delle aziende del farmaco (che talvolta esiste, è inutile negarlo) può essere bilanciato solo da uno Stato con un sistema sanitario giusto ed equo, che valuti ciò che può essere offerto ai cittadini sulla base di criteri di efficacia e appropriatezza.


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