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Perché adottare un bambino all’estero? L’esperienza di Massimo Bavastro e del piccolo Tommy

Perché adottare un bambino all’estero? L’esperienza di Massimo Bavastro e del piccolo TommyAdottare un bambino all’estero è spesso l’unica via praticabile per una coppia italiana che non ha figli o che vorebbe adottarne uno, allargando così il proprio nucleo famigliare.

È quest’ultimo il caso di Massimo Bavastro che, insieme alla moglie, ha deciso di adottare un secondo bambino, dopo il primo nato grazie alla fecondazione assistita.

E proprio di quest’esperienza racconta ne Il bambino promesso, il memoir da poco pubblicato da Nutrimenti e nel quale narra tutto il percorso dalla decisione alla permanenza in Kenya fino al rientro in Italia.

Abbiamo posto qualche domanda a Massimo Bavastro per cercare di capire più da vicino le ragioni di questa decisione e come è stata vissuta da tutte le persone coinvolte.

 

Lei è autore di testi teatrali e di sceneggiature, mentre Il bambino promesso segna il suo esordio alla narrativa, e in particolare al memoir. Perché per questa storia ha scelto una narrazione diversa? È stato un caso, oppure una scelta ponderata?

Prima di scrivere Il bambino promesso, per una dozzina d’anni ho scritto fiction televisive. Il mio tentativo era sempre quello di partire dalla realtà, di indagarla in maniera approfondita per raccontarla nel modo più veritiero possibile: ma la tv, almeno fino a qualche anno fa, aveva una soglia di tolleranza molto bassa rispetto alla realtà… E io con la realtà mi sentivo in credito.

I miei scrittori preferiti erano quelli che con la realtà intrattenevano un rapporto molto stretto: Carrère, Osborne, Collins, Forest, tutti autori di splendidi memoir; così come amavo il new journalism, da Capote a John D’Agata. Quando sono andato in Kenya per adottare Thomas, mi sono trovato in mezzo a una sovrabbondanza di storie incredibili, mi cascavano addosso da ogni parte… Era una splendida occasione per cimentarmi con il memoir e con la lezione del reportage narrativo che avevo studiato a fondo. Perciò direi che questo libro si situa nell’esatto punto d’incontro tra il “caso” (i miei nove mesi in Kenya) e il mio desiderio di lavorare in quella direzione.

 

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Il ricorso all’adozione per un secondo figlio, Tommy... Da padre di Leone, non ha mai sentito il rischio connesso a questa decisione?

L’ho sentito eccome! Portarlo lontano da tutto quello che conosceva, per raggiungere il bambino che gli avrebbe inevitabilmente tolto lo scettro che ha ogni figlio unico… Ho pensato che avrei dovuto proteggere Leone da tutto questo. Il libro racconta come, invece, è stato lui a proteggere me, e ad aiutarmi a avvicinarmi a Thomas quando da solo non ci riuscivo.

Perché adottare un bambino all’estero? L’esperienza di Massimo Bavastro e del piccolo Tommy

Prima di adottare ufficialmente Tommy, tutta la famiglia ha dovuto trascorrere un periodo in Kenya. Può provare a raccontarci da un punto di vista emotivo quest’esperienza?

Abbiamo trascorso nove mesi in Kenya: il tempo necessario perché si concludesse il procedimento legale dell’adozione. È stato un tempo davvero molto intenso. C’era la mia difficoltà ad avvicinarmi a Thomas: un sentimento sconcertante, che ha rischiato di sfasciare tutto. Ma insieme c’era l’ebbrezza di stare in quella terra meravigliosa, che percorrevamo a bordo del fuoristrada che ci eravamo comprati, senz’altro da fare che vivere, e provare a diventare una famiglia. C’erano gli incontri con le persone del posto (fondatori di orfanotrofi, meccanici matti, poliziotti che si infilavano nella nostra macchina armati per spaventarci e spillarci soldi, sconosciuti che ci guardavano storto perché eravamo venuti a “rubare” un bambino e cercavano in maniera goffa ma inquietante di riprenderselo); c’erano i viaggi che facevamo con altre coppie che come noi erano lì per adottare, ognuna con la sua storia, con le sue difficoltà. Era tutto nuovo, misterioso, inebriante. E noi ci abbandonavamo a tutto questo come se fossimo senza pelle…

 

Il primo incontro con Tommy… com’è andata?

È andata che l’ostetrica dell’istituto dove Thomas è nato ci ha porto quel bambino di un anno, e mentre Barbara e Leone lo accoglievano, io mi chiedevo “cosa ci faccio qui?”. Questo è uno dei nodi tematici del libro, un filo che lo percorre tutto: il mio tentativo di dare una risposta a quella domanda che mi ha colto di sorpresa mentre vedevo per la prima volta quel bambino: “cosa ci faccio qui?”.

 

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Tommy ora è in Italia. Quali difficoltà avete dovuto gestire in qualità di genitori per il percorso di integrazione? E quali gioie vi ha regalato?

La parola “integrazione” non mi aveva sfiorato la mente fino ad ora… non l’ho mai pensata in questi termini prima di imbattermi in questa domanda. Thomas ha sette anni, frequenta la seconda elementare, e fino a questo momento la sua pelle scura è percepita dai suoi compagni alla stregua dei capelli rossi della sua migliore amica. Le difficoltà arriveranno, probabilmente, e a quel punto le affronteremo. Per ora ci teniamo la gioia: quella di ogni genitore di fronte a un figlio allegro e affettuoso.

Perché adottare un bambino all’estero? L’esperienza di Massimo Bavastro e del piccolo Tommy

Tommy e Leone: come procede il legame tra fratelli? Ci racconta qualche episodio particolare?

“Thomas teneva l’indice e il medio della mano sinistra in bocca, proprio come faceva Leone. Non conoscevamo altri bimbi che si crucciassero le dita a quel modo, e il primo giorno gli avevamo fatto un mucchio di foto mentre stavano con quelle dita in bocca uno di fronte all’altro, come due metà della stessa moneta. Poi si erano saltati addosso e avevano lottato, ma senza levarsi le dita dalla bocca, per non perdersi”.

Ecco, questo è il loro incontro come l’ho descritto nel libro. Sono passati cinque anni da allora. Hanno smesso di ciucciarsi le dita. Ma non si sono mai persi. Sono amici per la pelle.


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