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Per una gaia educazione, ecco come formare bambini e adolescenti

Per una gaia educazione, ecco come formare bambini e adolescentiQuella di Paolo Mottana, ordinario di Filosofia dell’educazione presso l’Università di Milano Bicocca, sembra quasi una risposta indiretta ai docenti universitari che, poco tempo fa, hanno lanciato un grido d’allarme per richiamare l’attenzione su quello che, secondo loro, è un ennesimo fallimento del sistema scolastico italiano: i giovani non sanno scrivere e ignorano i rudimenti della grammatica italiana. E proprio da qui abbiamo voluto iniziare la nostra intervista a Paolo Mottana, prima di addentrarci nella sua proposta di educazione alternativa che lui stesso definisce "controeducazione" o "gaia educazione", in omaggio a Nietzsche.

 

Professor Mottana, cominciamo dalla stretta attualità. Un gruppo di docenti universitari ha scritto al Ministro dell’istruzione per sollevare un problema: i giovani studenti non sanno usare la lingua italiana e la loro conoscenza della grammatica è molto bassa. Lei ha già espresso forti critiche verso questa posizione. Perché pensa sia errata?

Questa posizione ha certamente motivi di verità ma appare poco connessa alle grandi trasformazioni sopraggiunte negli ultimi anni nella scuola e nell’istruzione italiana: la scuola di massa e soprattutto l’università di massa non sono il Liceo Classico né la Facoltà di Lettere antiche, i linguaggi sociali stanno mutando insieme ai processi della comunicazione e occorre tenerne conto, e comunque le risposte mi sono apparse del tutto fuori tempo e al solito tradizionaliste. Occorre modificare l’impianto dell’istruzione in Italia, incentivando un apprendimento (anche della lingua) motivato e appassionato, dove essa non sia solo un compito gravoso ma un’effettiva prassi di vita. La scrittura e la lettura sono incentivate solo dal desiderio di scrivere e di leggere ed è di questo desiderio che dobbiamo preoccuparci, altro che dettati e nuove prove di valutazione!

 

Secondo una ricerca, spesso citata da Tullio De Mauro, il 70% degli italiani avrebbe difficoltà a comprendere un testo scritto. Un dato come questo a quali riflessioni spinge un filosofo dell’educazione?

Il problema è che probabilmente il 70% degli italiani legge al più quello che gli entra nella casella della posta o che trova negli opuscoli dei supermercati, per quanto ora le chat telefoniche almeno lo costringano a leggere e scrivere un po’ di più.

Ripeto, il problema è a monte, non serve verificare che gli italiani, nella maggior parte, non sanno leggere o scrivere, occorrerebbe invece chiedersi perché leggano o scrivano così poco o in modi così elementari. Il problema grave non è la mancanza di un’istruzione grammaticale o di specifiche tecniche di comprensione del testo, il problema è che l’istruzione scolastica non riesce ad appassionare la maggior parte delle persone che pur la attraversano, anche per molto tempo, alla lettura e alla scrittura. Questa è la domanda, occorre una pedagogia appassionante, non un rafforzamento delle misure repressive che già si sono dimostrate del tutto fallimentari. Non si impara sotto minaccia, si impara per desiderio.

Chi legge e scrive bene lo fa perché in qualche momento della sua vita la lettura e la scrittura libere, non quelle coatte, sono diventate una parte indispensabile della sua vita, una parte da cui trae piacere.

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Già da qualche anno lei propone un modello alternativo di educazione degli adulti e dei bambini, parlando di “controeducazione”. Cosa c’è che non va negli attuali metodi educativi? Perché ritiene che non funzionino?

Richiederebbe troppo tempo percorrere i moltissimi problemi che un’educazione e una pedagogia come quelle in larga misura diffuse nelle nostre scuole comportano per l’apprendimento. A cominciare dalle strutture materiali scolastiche con le separazioni e le gabbie che le caratterizzano, i tempi, i modi, i luoghi.

Ciò che non va in esse è che da un lato non si pongono seriamente il problema di come motivare gli allievi all’apprendimento, dall’altro non mirano a realizzare autentiche esperienze che sole potrebbero restituire ai ragazzi la sensazione fondamentale di un tempo vissuto di cui invece risultano espropriati proprio nel periodo più importante e potenzialmente intenso della loro esistenza.

L’educazione egemone ritiene ancora che percorsi deduttivi, dove né il corpo né le emozioni, la creatività e l’immaginazione siano davvero coinvolti, possano essere efficaci. Crede che imparare sotto minaccia di giudizio sia efficace. Crede che intruppare molti ragazzi per restare immobili per ore dentro una classe sia efficace. E così via.

Intendiamoci, molti insegnanti si emendano o cercano di emendarsi da queste mostruose procedure ma la scuola è molto rigida, proprio strutturalmente.

Occorre una rivoluzione, una controeducazione o, come ultimamente preferisco chiamarla per non essere tacciato di polemismo eccessivo, gaia educazione (con riferimento a uno dei miei più grandi maestri, Friedrich Nietzsche), per rifondare un’esperienza di formazione che sia finalmente all’altezza delle legittime esigenze e aspirazioni di una popolazione come quella infantile e adolescenziale in origine, come tutti sappiamo e vediamo, curiosa e affamata di sapere ma ahimè ben presto delusa e intristita.

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Nello specifico lei parla di consulenza educativa e propone attività che siano ricche di eros, passione e piacere. Come cambiano in questa prospettiva il ruolo e il compito dell’educatore?

Cambiano radicalmente. Fino a oggi l’educatore, ma meglio sarebbe dire l’insegnante, si è limitato a proporre pezzi di sapere scollegati tra loro e soprattutto dalle vite degli allievi. Si è limitato a gestire un potere disciplinare e normativo sempre più privo di fondamento anche agli occhi dei suoi discenti.

Nella prospettiva che indico invece deve trasformarsi in animatore, in esploratore della realtà e del sapere alla ricerca di temi, di situazioni e di occasioni per stimolare esperienze autentiche, che coinvolgano cioè i suoi discenti globalmente, corpo, intelligenza, emozioni, immaginazione. Che siano comprensibili per loro, non sottoposti continuamente alla minaccia e vissuti in perenne clausura. Deve essere egli stesso un amante della ricerca, direi addirittura della cerca, come necessità di andare oltre, scoprire nuovi orizzonti, cambiare e farne partecipi i suoi allievi.

 

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Il 2 marzo sarà in libreria con La città educante. Manifesto della educazione diffusa (Asterios) in cui rigetta gli approcci tradizionali secondo cui l’educazione di bambini e adolescenti dovrebbe essere demandata alla scuola e sostiene che il vero compito educativo spetti alla società che va responsabilizzata in tal senso. Sul piano pratico, quali cambiamenti comporterebbe per la società una tale evoluzione?

Cambiamenti notevoli. Un rovesciamento radicale anzitutto. Non più la centralità della scuola come ambiente protetto dove i ragazzi vivono un apprendimento simulato della realtà, ma la scuola come ambito di riflessione ed elaborazione di un sapere sperimentato e vissuto al di fuori di essa, in situazioni il più possibile reali. La città, i luoghi, gli ambiti di lavoro, il paesaggio, tutto può essere occasione di visita, scoperta, partecipazione, intervento per bambini e ragazzi. Certo per questo occorre modificare una mentalità che li ha ritenuti e continua a ritenere minori, inabili, impreparati a vivere la realtà come soggetti a pieno titolo e dunque da trattenere sotto scorta e protezione e minaccia per un tempo incredibilmente lungo, rubandogli la vita. Tutti dobbiamo imparare di nuovo ad essere educatori, accanto a guide e esperti che seguano più da vicino percorsi e orizzonti, la città può di nuovo essere, come il territorio, il luogo dell’esperienza delle giovani generazioni. Da tempo bambini e ragazzi sono scomparsi dal mondo. Reimmetterli in esso come soggetti a pieno titolo significherà una sferzata di novità, di vitalità, di freschezza, di creatività e un’ingiunzione a rallentare, a preoccuparsi di loro, a ospitarli che sole possono fondare un’autentica comunità umana. Basta con questa gigantesca fabbrica in cui tutti siamo prigionieri e da cui i più piccoli e più vecchi sono respinti e isolati!

Le istruzioni per mettere in opera tutto ciò sono contenute, almeno a un primo stato di elaborazione, nel libro che lei cita.

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LEGGI ANCHE – A che serve imparare? Per una critica dell’apprendimento nella società contemporanea

 

Quando si relaziona agli studenti dell’Università di Milano Bicocca quali reazioni raccoglie rispetto alle sue posizioni in materia di educazione e controeducazione? Quali sono le resistenze (se ve ne sono) con cui maggiormente è chiamato a scontrarsi?

Debbo dire che da molti anni trovo nei miei studenti un ascolto meraviglioso, una disponibilità enorme e soprattutto una curiosità che, quando stimolata da oggetti di sapere davvero vivi, non ha confini. Di questo mi nutro visto che, purtroppo, non trovo certo la medesima comprensione da parte delle corporazioni disciplinari e di tanti colleghi che sembrano molto più preoccupati della loro carriera, della competizione sui fondi di ricerca che della bellezza dell’insegnamento, del privilegio di poter stare con giovani ancora vivi e non demoliti dall’ambizione e dalla guerra della competizione epistemica (una guerra spesso combattuta del tutto al di fuori della realtà). L’accoglienza più difficile è proprio quella accademica, specie di un’accademia che si sta sempre più trasformando in azienda e che certo non è preoccupata di edificare un mondo migliore – fin d’ora, da subito –, come cerco, insieme a qualche altro collega (pochi) e a molti amici liberi e vivi, di fare nel tempo della mia cerca spassionata e della condivisione con chi mi vuole ascoltare (e i miei studenti sembra che lo vogliano!) di quello che mi sembra, fino ad ora, di aver capito.

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