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Patrie smarrite, l’autobiografia di una nazione

Patrie smarrite, l’autobiografia di una nazioneBenito Mussolini, diventato Duce e direttore unico di tutti i giornali italiani, a partire dal 16 novembre 1927, definisce la funzione della stampa: essa deve essere modellata e permeata dello spirito fascista, in virtù della sua «funzione educativa». Lo stesso Mussolini, in un clima di irreggimentazione dei giornalisti italiani, di controlli e direttive, affermerà: «La stampa più libera del mondo intero è la stampa italiana». Il giornalismo è ridotto a un’orchestra che suona armonicamente la stessa musica, con l’unica funzione, all’interno del regime totalitario, di servirlo.

In questo sfondo si staglia il romanzo inchiesta, «autobiografia della nazione», «racconto etico-civile», diario di viaggio e fittizio, di Corrado Stajano Patrie smarrite. Racconto di un italiano, uscito nella sua prima edizione nel 2001 e riedito per i tipi de Il Saggiatore nella nuova veste grafica che li contraddistingue.

 

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Come messo in luce dallo scrittore Paolo Di Stefano, autore della postfazione per il presente volume, l’opera di Stajano è «una creazione letteraria del tutto atipica», infatti dietro l’esperienza personale dell’autore, diviso nella ricerca delle sue radici tra la Val di Noto siciliana (terra di origine del padre dell’autore) e Cremona (città lombarda di cui è originaria la madre), si cela la volontà di renderla «esemplare», divenendo, essa, espediente narrativo per delineare una più vasta storia del carattere degli italiani, per restituirne la cifra antropologica comune, a partire da quel momento cruciale per la storia del paese rappresentato dal regime fascista. Il libro stesso è diviso tra una prima sezione dedicata alla Sicilia, con particolare riferimento allo sbarco alleato avvenuto il 10 luglio del 1943, e la seconda sezione concentrata invece sul «feudo nero» dominato dal Ras Roberto Farinacci, «capofila del fascismo più intransigente» come scrive Paolo Murialdi in Storia del giornalismo italiano (Il Mulino, 2006).

 

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Stajano costruisce sapientemente il suo edificio narrativo servendosi di materiali che vanno dalla propria memoria storica, a documenti pubblici come quelli dell’Archivio centrale dello Stato e privati, bollettini giornalieri del Comando Supremo dell’esercito, articoli di quotidiani dell’epoca come «Il Popolo d’Italia», i notiziari di Radio Londra, le Commissioni parlamentari d’inchiesta e varie fonti bibliografiche.

Patrie smarrite, l’autobiografia di una nazione

Stajano sembra diviso tra la volontà di ricostruire accuratamente i fatti per consegnarli al lettore nella loro fredda oggettività, e il racconto autobiografico, con i personali vissuti, che muove il viaggio dell’autore nelle terre dei suoi genitori: il diario si estende dal 30 agosto 1998 al 6 febbraio 1999. Dalla prima sezione del libro siamo proiettati all’interno dei paesaggi desolati, metafisici e rarefatti della Val di Noto siciliana («Noto è deserta, uno scenario che sembra un’astrazione suprema. Una città metafisica»), animata da una profonda nostalgia e malinconica consapevolezza:

«La suggestione è profonda. La storia non ha lasciato traccia. Una scritta mussoliniana su un casello ferroviario diroccato. Per il resto le ombre della memoria di uomini giovani lungo i muretti a secco che ora quasi nessuno sa più costruire.»

 

L’indagine del «nostro tragico Novecento» vede la sua genesi dal tentativo dell’autore di vendere gli antichi terreni della famiglia, un luogo in cui regna «l’oblomovismo dei cittadini», e diviene motore del racconto come nell’episodio in cui si descrive l’incontro con l’aspirante compratore dei terreni, un tipo esuberante appena sbarcato dai Caraibi che si presenta a bordo di un appariscente fuoristrada: «Con uno così non si parla neppure», afferma categoricamente Stajano.

Il conflitto interiore che anima l’autore nei passi in cui si sofferma di più sul proprio «disagio», sulle differenze e il divario che sembra dominare nell’incomunicabilità tra il Nord e il Sud, sono le pagine più dense dal punto di vista narrativo, perché permettono di sospendere il racconto cronachistico delle giornate dello sbarco alleato a Noto e comprendere le vicissitudini più nascoste dell’opera di Stajano:

«Sentivo quasi fisicamente il conflitto tra l’ordine razionale, la concretezza delle radici materne e l’irrazionalità, l’asprezza, lo smarrimento e il timore della perdita di se stessi, la fantasia nata dall’esasperazione del particolare delle radici paterne.»

 

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Una contraddizione imprescindibile nel vissuto, come ammesso dall’autore, che lo avrebbe accompagnato «per sempre», in una dialettica perpetua in cui prevale prima una parte e poi l’altra.

Nella seconda parte invece l’attenzione si sposta verso Cremona, dove l’autore si trova per svuotare la vecchia casa di famiglia, ma la condizione esistenziale che accompagna l’autore è la medesima della Val di Noto: un senso di profonda estraneità, «come uno straniero nella città dove sono nato e dove nacque mia madre». Una condizione da apolide, straniero ovunque esso si trovi. Distacco che permette di analizzare i comportamenti dei suoi abitanti, a Nord come a Sud, dove se nella prima parte a prevalere era un senso di indifferenza generale, nella città dove gli agrari finanziarono le squadre d’azione di Farinacci e in generale dove la borghesia si schierò in maniera quasi plebiscitaria dalla parte del fascismo, dominano i pregiudizi, e ci si rivolge ai siciliani come «esseri infinitamente inferiori», l’«Affrica».

Cremona è il «feudo nero», dove Farinacci fondò prima «Cremona nuova» nel 1922, e con la conquista del potere di Mussolini, si trasformò ne «Il Regime Fascista» a partire dal 1926 (uno dei principali quotidiani del regime con il «Corriere Padano» di Italo Balbo). Sono gli anni delle epurazioni e del controllo repressivo sulla stampa. Con l’istituzione del Sindacato Fascista e l’Albo dei giornalisti (solo nel «Corriere della Sera» si conteranno ben 32 epurazioni), della stesura del nuovo Codice Penale del fascista Alfredo Rocco. Lo stesso Farinacci rivestirà un ruolo fondamentale nella storia dei seicento giorni della Repubblica di Salò, dove vedrà la nascita, sempre per volontà del Ras di Cremona, la «Crociata Italica», settimanale la cui direzione sarà affidata a un prete per spingere il Vaticano verso il collaborazionismo con i repubblichini.

Patrie smarrite, l’autobiografia di una nazione

L’attualità di questo testo, alla luce degli ultimi avvenimenti nostrani, è fortissima: Stajano, scrive il 3 febbraio del 1999, dai «senegalesi, marocchini, asiatici, peruviani» che incontra nelle sale d’aspetto della stazione, riflette sulla genesi del sospetto verso tutto ciò che viene da «mondi sconosciuti» e, per questo motivo, incute allarme, diffidenza strumentalizzata dalla politica: «la Lega soffia sul fuoco del razzismo» afferma.

 

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Esiste un filo invisibile che lega il fascismo con gli inganni della politica, e questo inganno deriva sempre dal linguaggio, per sua natura allusivo e ambiguo, manipolabile e piegabile nel suo contrario, motivo per cui i fascismi possono «rinascere sotto forme inaspettate, diverse nel tempo» (in questa direzione è da rilevare la recente pubblicazione dello scritto di Umberto Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo 2018) e gli italiani sembrano come distolti da ogni pensiero alla ricerca del «miraggio in un deserto sordo di speranze civili». Temi che riaffiorano anche nell’altro grande classico di Stajano sull’avvocato Giorgio Ambrosoli, Un eroe borghese (Einaudi 2001), una condizione di crisi perenne, segnata dalla cattiva amministrazione, le riforme proclamate e mai attuate, i servizi segreti deviati così come la massoneria, la questione meridionale (la ricorrenza della tematica relativa al divario tra Nord e Sud), la corruzione della politica e dell’economia: insomma, «i segni visibili del paese malato».

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