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“Pasolini, l’insensata modernità”: le profezie di uno scrittore

Pasolini l'insensata modernitàIl saggio Pasolini, l’insensata modernità di Piero Bevilacqua, docente di storia contemporanea all’università la sapienza di Roma, è appena stato pubblicato da Jaca Books nella sua collana precursori della decrescita.

Il termine decrescita, che indica una teoria economica che si contrappone a quella di uno sviluppo costante e duraturo, viene spesso usato in modo provocatorio (vedi la decrescita felice di cui si parla in politica), ma in questo caso si tratta di un tentativo di analisi senza intenti polemici.

Infatti, poiché buona parte degli economisti ha ormai preso atto del fatto cheuna crescita infinita della produzione e del consumo materiali non è più sostenibile in un mondo finito, la collana precursori della decrescita, diretta da Serge Latouche, «ambisce a dare visibilità a questa riflessione, e attraverso la presentazione di alcune figure del pensiero umano e dei loro scritti essa pretende, in qualche modo, di fare emergere una nuova storia delle idee, in grado di sostenere e di arricchire il pensiero della decrescita»,come si legge nell’introduzione.

Perché si parla ancora di Pier Paolo Pasolini, a trentanove anni dalla sua morte? Perché lo scrittore, già a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso esprimeva il suo dissenso nei confronti della teoria dello sviluppo infinito, attraverso numerosi articoli e pagine di riflessione che appaiono ancora oggi di sorprendente attualità.

La presentazione del volume, avvenuta nella sede milanese della casa editrice Jaca Book, è stata l’occasione per un articolato dibattito tra Piero Bevilacqua, autore di Pasolini l’insensata modernità, Giancarlo Grossini, giornalista del «Corriere della Sera» esperto di cinema e autore di diversi saggi in quel settore, e Fulvio Abbate, autore di Pasolini raccontato a tutti (Baldini e Castoldi, 2014), biografia anticonvenzionale del grande intellettuale scomparso tragicamente a Roma nel 1975.

Il dibattito, durante il quale si è parlato a trecentosessanta gradi di tutti gli aspetti della vita di Pasolini – lo scrittore, il giornalista, il regista cinematografico – intendeva anche sottolineare come, a quasi quarant’anni dalla morte, di uno dei maggiori intellettuali italiani attivi tra gli anni Cinquanta e Settanta del ventesimo secolo non resti quasi nulla, nella memoria collettiva italiana, se non le ricorrenti interrogazioni riguardo alle circostanze ancora oscure e controverse della sua morte, avvenuta per omicidio il 2 novembre 1975.

Un personaggio per Chi l’ha visto? insomma, come osservava acutamente Giancarlo Grossini, i cui film da regista, un tempo oggetto di furiose polemiche ma anche premiati e apprezzati dalla critica, restano sconosciuti alla generazione più giovane in quanto tenacemente ignorati dalle programmazioni delle reti televisive.

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Pier Paolo PasoliniPasolini l’insensata modernità nasce da uno studio puntuale dei numerosi saggi e articoli che l’intellettuale dedicò per tutta la vita al tema dello sviluppo della società capitalistica, che allora appariva destinata a un progresso inesauribile verso un futuro che si presumeva ottimisticamente migliore per tutti. Poche, allora, le voci dissenzienti, sia tra gli economisti, che si chiedevano fino a che punto il mercato mondiale avrebbe potuto assorbire un aumento costante della produzione di beni, sia tra gli ecologisti, che segnalavano il consumo galoppante delle risorse terrestri e il preoccupante inquinamento ambientale.

Pasolini, seguace convinto delle teorie marxiste, assumeva spesso posizioni polemiche che irritavano le gerarchie del partito comunista. Famosa, ad esempio, la sua difesa dei poliziotti che avevano caricato gli studenti durante una manifestazione a Villa Giulia, a Roma, in quanto gli agenti erano da lui visti come esponenti del proletariato mandati contro i rampolli della ricca borghesia. L’industrializzazione massiva dagli anni Cinquanta in poi, anziché segno di progresso per l’economia nazionale, era vista da Pasolini come una forma di abbrutimento dei lavoratori, ma soprattutto come foriera di degrado del territorio – famosissimo un suo articolo sulla scomparsa delle lucciole a causa dell’inquinamento –, se i contadini abbandonavano le campagne per andare a lavorare nelle fabbriche: e questo è effettivamente avvenuto, con conseguenze disastrose dal punto di vista ambientale. Non si trattava certo di far tornare i contadini all’aratro, come sostenevano molti detrattori pasoliniani, ma di applicare le tecnologie all’agricoltura per rendere il loro lavoro più agevole.

Non dimentichiamo poi che, molto prima della rivoluzione tecnologica avvenuta a partire dagli anni Novanta, Pasolini vedeva nella diffusione della televisione, allora il principale mezzo di comunicazione di massa, uno strumento per uniformare e indottrinare i cittadini, attraverso la diffusione di notizie facilmente manipolabili ma, soprattutto, di un linguaggio standard, destinato non solo a impoverire l’italiano parlato, ma anche a determinare la scomparsa delle parlate locali, di quei dialetti che per lo scrittore costituivano una grande ricchezza linguistica e semantica.

Attento com’era all’analisi sociologica delle periferie, soprattutto delle borgate romane divenute scenario dei suoi film migliori, Pasolini non sopportava di vedere enormi antenne televisive innalzarsi sopra i tetti di baracche fatiscenti, come se il possesso di un televisore bastasse a compensare il degrado.

Come avrebbe dunque giudicato lo scrittore le trasformazioni tecnologiche avvenute negli anni successivi alla sua morte, che ci hanno portato al mondo attuale di connessioni continue, basate su un linguaggio sempre più impoverito e inquinato dall’uso di parole, tecnologiche e non, acquisite dall’inglese? Secondo Piero Bevilacqua, è impossibile immaginarlo ottimista di fronte alla realizzazione delle sue peggiori previsioni: l’insensata modernità, arrivata al punto di una decrescita piena d’incognite, ha mostrato tutti i suoi limiti e difetti strutturali.

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