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Parola all’antidilettante. “Monsieur Croche. Tutti gli scritti” di Claude Debussy

Parola all’antidilettante. “Monsieur Croche. Tutti gli scritti” di Claude DebussyNon viene certo ricordato per i suoi scritti Claude Debussy, fra i maggiori compositori della Francia che, a cavallo fra il XIX e il XX secolo, sperimentava la “belle époque”. E non solo – come sarebbe ovvio pensare – perché ciò è onere delle sue composizioni, una su tutte Pelléas et Mélisande, ma anche perché Debussy, a differenza di molti altri artisti, non ha mai scritto quasi nulla. Questo personaggio che amava la letteratura, e da cui era ricambiato (basti ricordarsi che la sua musica ha influenzato enormemente le poesie che compongono Movimenti, prima sezione degli Ossi di Seppia montaliani), nel corso della sua carriera collaborò però con diversi giornali francesi per cui scrisse recensioni e articoli di critica musicale. Alcuni di questi scritti, venticinque per la precisione, selezionati e raccolti dallo stesso Debussy videro la luce però nel 1921, tre anni dopo la morte del compositore, sotto il titolo di Monsieur Croche, antidilettante.

 

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Mezzo secolo dopo, François Lesure raccolse tutti gli articoli scritti dal compositore, le interviste da lui tenute e anche alcuni testi “extravagantes” (come Perché ho scritto “Pelléas”) e pubblicò l’antologia completa intitolata Monsieur Croche. Tutti gli scritti. Proprio oggi è uscita, presso Il Saggiatore, l’edizione italiana. «Finalmente» per servirci delle parole di Enzo Restagno, curatore.

Parola all’antidilettante. “Monsieur Croche. Tutti gli scritti” di Claude Debussy

La domanda sorge spontanea dunque: chi era Monsieur Croche? Eroe eponimo di una raccolta di saggi di critica musicale, epigono del più celebre Monsieur Teste valéryano, questi altro non è che una controfigura dello stesso Debussy, a cui l’autore mette in bocca giudizi più perentori di quanto concesso dall’ipocrita “convenance” del tempo.

«Aveva un volto asciutto e piccolo, e gesti visibilmente allenati a sostenere discussioni metafisiche; […] nell’insieme dava l’impressione di un coltello nuovo. Parlava con voce sommessa, non rideva mai, a volte sottolineava la conversazione con un sorriso muto che partiva dal naso e gli increspava tutto il viso, un’acqua tranquilla dove si getta un sasso. Una cosa che si prolungava in modo insopportabile.»

 

Così lo descrive l’autore su La revue blanche il primo luglio del 1901 – certificato di nascita del Monsieur – che, dal canto suo si definisce semplicemente (?) «antidilettante» con tutta l’ambiguitàche ne consegue. Un personaggio volatile e misterioso, che, complice l’impostazione cronologica della raccolta, scompare tanto repentinamente quanto era apparso; sono infatti solo cinque gli articoli di cui è protagonista.

«Debussy si esprime come uno scrittore di razza» afferma nell’introduzione Enzo Restagno, «tanto da non farci rimpiangere il musicista», aggiungeremmo noi. Che siano note o parole, lo stile del compositore francese è indistinguibile; per quanto riguarda la scrittura, in particolare, punte ironiche intrecciate su un tessuto di composta eleganza – alla moda francese si potrebbe quasi dire – sono “leitmotiv” costante attraverso le oltre trecento pagine che compongono il volume. Un dualismo che riflette la maschera dandistica che Debussy indossa nei panni da critico, dunque. Non ci si stupisca perciò se a passi lirici quali:

«Lei possiede, tra le altre doti, una meravigliosa sensibilità musicale, un istinto per il gesto essenziale che le hanno fatto trovare nell’ultimo atto accenti e movenze perfette. Nessuno poteva interpretare Anna Bolena meglio di Madame Héglon. Lei stessa possiede quella sua ardente melanconia… Nessuno come lei sa morire su una nota in modo così appassionato

Parola all’antidilettante. “Monsieur Croche. Tutti gli scritti” di Claude Debussy

si alternano critiche graffianti e sprezzanti commenti:

«Questa idea dell’abbellimento è scomparsa del tutto; si è riusciti a addomesticare la musica… Finalmente! Ne beneficiano le famiglie che non sapendo cosa fare dei figli fanno studiare loro musica, dal momento che lo stuolo dei brillanti ingegneri comincia a essere fastidiosamente troppo affollato. Il risultato è un musicista mediocre in più. Se per caso un uomo di genio cerca di liberarsi del giogo della tradizione, si cerca di annegarlo nel ridicolo; il povero uomo di genio sceglie allora di morire molto giovane, ed è l’unica manifestazione per la quale gli viene tributato un grande incoraggiamento.»

 

Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe poi,le recensioni di Debussy sono fatte di impressioni più che di commenti tecnici e puntuali. Esempio decisamente suggestivo è a questo riguardo il commento che il compositore riserva alla nona sinfonia di Beethoven:

«A ogni balzo è una nuova gioia; e tutto ciò senza fatica, senza ripetitività apparente, si direbbe il chimerico risvegliarsi di un albero le cui foglie si aprissero tutte insieme. Nulla è inutile in quest’opera di enormi proporzioni, neanche l’Andante, accusato di lunghezza da recenti correnti estetiche: non è forse un riposo delicatamente previsto tra l’insistenza ritmica dello Scherzo e il torrente strumentale che trascina inarrestabile le voci verso la gloria del Finale? […] Quanto all’umanità straripante che infrange i limiti consueti della sinfonia, essa sgorga dalla sua anima che, ebbra di libertà, si martoriava, per ironica sorte, contro le sbarre dorate erette dall’amicizia ingenerosa dei grandi. Beethoven dovette soffrirne nel profondo del cuore e desiderare ardentemente che l’umanità trovasse intima comunione in lui: da qui il grido lanciato dalle mille voci del suo genio verso i «fratelli» più umili e più poveri.»

 

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«Più che della critica, ci troverete impressioni sincere lealmente vissute» aveva dopotutto confessato lo stesso autore nel suo primo articolo (del primo aprile 1901), giudizio che egli farà poi ripetere nuovamente a Monsieur Croche nella sua prima apparizione. Scopo ultimo di Debussy non è infatti «smontare come curiosi orologi» sinfonie e spettacoli, negandone qualsiasi vitalità, quanto piuttosto fare rivivere nei suoi lettori le vive sensazione che la musica suscita, senza quegli inutili intellettualismi che relegano ancor di più la musica classica in quella torre d’avorio cui l’opinione comune l’ha esiliata.

È una musica estranea a «quelle complicazioni parassitarie che per la loro ingegnosità la rendono simile a una serratura di cassaforte» e che si fa invece specchio della natura o meglio delle «corrispondenze misteriose tra la Natura e l’Immaginazione» quella che Debussy/Monsieur Croche ama e descrive in toni entusiastici, contrapponendola a quella inautentica di certi colleghi che hanno sempre cercato di imitare i grandi russi e Wagner.

Una musica sincera dunque, come quella che il compositore Debussy, possa piacere o no, ha sempre composto e regalato al suo pubblico prima, e a noi posteri oggi.

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