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Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon UrbanTraduttrice dal tedesco di venticinque titoli e innumerevoli estratti per Keller, Voland, Viceversa Letteratura, BCD, Meridiano Zero, Ponte alle Grazie e Casagrande, insignita del Premio italo-tedesco per la traduzione letteraria, Roberta Gado è un’autentica mediatrice linguistica e culturale. Collabora con le principali fondazioni svizzere e il Babel Festival, co-dirige il Centro per la traduzione della prestigiosa Fiera del Libro di Lipsia, città in cui vive da alcuni anni con la famiglia, senza perdere di vista la letteratura italiana che patrocina presentando autori italiani in Germania in italiano e in tedesco. Laureata in Filosofia, Roberta Gado ha imparato il mestiere di traduttrice da autodidatta, diventando anche docente di corsi universitari di traduzione dal tedesco.

«Altro che Riunificazione! La DDR ha tentato la Rianimazione e ce l’ha fatta. Come, lo racconta il pubblicitario Simon Urban in un giallo geniale per inventiva e profondità d’analisi. Una traduzione difficile e (almeno per me) divertentissima. Ci ho aggiunto in calce un glossario dei termini più esotici, chissà se è utile: fatemelo sapere!»Roberta presenta sul suo sito con queste parole una delle sue ultime fatiche, Piano D di Simon Urban (pubblicato da Keller). Parole che hanno svegliato in me la curiosità per il libro che ho trovato affascinante, e il desiderio di sapere di più della traduzione e della traduttrice. Roberta si è subito dichiarata disponibile e mi ha fatto avere le sue risposte con congruo anticipo rispetto al termine stabilito. Più tedesca dei tedeschi, direbbe qualcuno.

 

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Piano D di Simon Urban è stato un caso letterario in Germania, meritatamente, perché unisce il dilettevole all'istruttivo e ha il pregio dell'ottima scrittura. Può raccontarci com'è arrivato in Italia?

È una storia lontana, la racconto al passato remoto. Ricevetti Plan D prima che uscisse in libreria in Germania, nel 2011: la responsabile dei diritti dell'editore Schöffling, Kathrin Scheel, me lo aveva mandato immaginando che mi sarebbe piaciuto e sperando che lo proponessi in Italia. Quella volta però l’editor di una grande casa editrice mi precedette: si innamorò subito del libro e io appresi a partita ormai chiusa che lo avrebbe pubblicato Mondadori. Segnalai interesse spiegando la mia competenza in materia, mi proposero una prova di traduzione che discussi con Helena Janeczek, ai tempi addetta alla germanistica. Ricordo ancora benissimo la telefonata in cui mi fece pelo e contropelo sulla traduzione – fu una discussione preziosissima – e poi mi assegnò il lavoro.

Ancora non sapevo che lo avrei svolto nell'anno più micidiale della mia vita, tra divorzio, trasloco internazionale, inserimento delle mie figlie nelle scuole tedesche e cancro del nuovo compagno. Ricordo una sera in cui ero così stanca che il libro mi cadde nella vasca da bagno e si trasformò in un coso ondulato ingestibile che decisi di tenere a futura memoria. Ma consegnai puntualmente – detesto chiedere proroghe, preferisco concordare una scadenza congrua dall’inizio o rifiutare il lavoro in favore di altri –, la revisione andò a meraviglia, il pagamento arrivò puntualissimo, tutto bene. Se non che il libro, Piano D, non uscì e se ne persero le tracce; nel frattempo l’editor che lo aveva fatto acquistare aveva cambiato posto e addio. Ma con tutta la fatica che mi era costato – ricordavo troppo bene lo stato post-avvocato-e-pre-chemio in cui mi ero messa al computer certe mattine –, non ero disposta a darlo per perso. Provai a convincere l’ufficio legale di Mondadori a restituirmi i diritti sulla (mia...) traduzione, dato che erano decorsi i termini del contratto tra gli editori e Schöffling aveva ritirato la licenza a pubblicare il libro: invano. Mondadori si dichiarò però disposta – salto volutamente un paio di passaggi – a vendere la traduzione a un altro editore. Un amico come Roberto Keller si dichiarò subito disposto a prenderla: e così nel 2017 mi sono ritrovata a rivedere a distanza di anni una mia traduzione come se fosse di un’altra, è stata un’esperienza interessante.

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban

Ha conosciuto anche Simon Urban, l'autore? Ce lo può presentare?

In tutti questi anni sono stata in contatto sia con Schöffling sia con gli altri traduttori del libro – che nel frattempo avevano pubblicato la loro versione e facevano il tifo per me – sia naturalmente con Simon Urban, il tifoso più paziente e accanito. Abbiamo diverse cose in comune: entrambi siamo appassionati di DDR pur venendo da fuori – lui è cresciuto nell'Ovest della Germania e io in Italia, credo di capire bene il suo sguardo sul Paese e la sua storia, le intenzioni che sottende –, entrambi siamo arrivati alla letteratura attraverso un altro tipo di scrittura, quella pubblicitaria. Amiamo i giochi di parole, la storia (anche) come storia di prodotti, destino di marchi e idee commerciali. Ricordo un periodo in cui ci mandavamo foto a slogan che trovavamo geniali, ci scambiavamo idee su come ricreare certi effetti. Non siamo ancora mai riusciti a incontrarci di persona, ma abbiamo un ottimo rapporto. Lui adora le graphic novel ed è stato felicissimo di vedere i disegni di Roberto Abbiati negli interni di copertina, ha voluto subito anche le cartoline che abbiamo dedicato ai personaggi del libro.

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban

Il libro è il felice incrocio di un crime novel e un romanzo sociale, divertente, ironico, che a tratti sconfina nella satira. Che cosa l’ha convinta di più in Piano D? Qual è il personaggio che secondo lei ha colpito più degli altri nel segno?

L'idea alla base del libro, declinata anche in chiave economica e "corredata di accessori", mi è parsa subito divertente e più profonda di tante analisi socio-economiche classiche. Questa idea è poi sviluppata in una lingua ricchissima, con una voce letteraria ben precisa e mai piatta, diversa dallo stile un po' stereotipo di certi gialli e distopie. Simon Urban si diverte a ogni invenzione senza perdere di vista la profondità e la prospettiva, e come me ama le trame avvincenti. A differenza di lui io però non amo i libri lunghi, e quando un romanzo supera le trecento pagine penso automaticamente a dove si sarebbe potuto economizzare, forse perché sono una lettrice paziente ma lentissima. Dunque se fossi stata l'editor dell'originale avrei proposto di sacrificare qualche pagina, ma per il resto lo considero un libro molto riuscito, intelligente, brillante.

Quanto ai personaggi, trovo ben congegnata la combinazione tra l'agente dell'Est (Wegener), l'agente dell'Ovest (Brendel) e un commissario della vecchia scuola come Früchtl; immagino che aiuti anche le lettrici e i lettori italiani a orientarsi nel panorama Est-Ovest tra ideali comunisti, socialismo reale e capitalismo stramaturo, anzi marcio.

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Il lettore italiano medio ha scarsa confidenza con il mondo che rappresentava la DDR, la Germania dell'Est, e difatti lei gli è venuta in soccorso anche con un glossario molto utile in fondo al libro. Ci sono dei momenti, dei passaggi nel libro in cui ha temuto di non riuscire ad accorciare abbastanza la distanza fra il lettore e il testo originale?

Il problema mi è stato presente da subito, con l'aggravante che temevo di non saper valutare bene l'entità di questa distanza, visto che coltivo un rapporto personale e familiare intenso con la DDR da venticinque anni: ho imparato il tedesco nell'ex Germania dell'Est, ho sposato in successione due tedeschi dell'Est e dunque tutta la mia vita adulta – me ne rendo conto adesso scrivendolo! – gravita intorno a certi temi. In questo senso è stata una buona prova del nove rivedere la traduzione a sette anni di distanza, tutti trascorsi in Germania con l'intento di “integrarsi” e di restare, considerando che avevo scritto la prima versione ancora imbevuta di Italia, appena tornata nella Germania orientale dopo diversi anni di assenza: mi ha stupito constatare la tendenza a spiegare di più nel 2018 che nel 2011, come se conoscere sempre meglio la DDR accentuasse la convinzione che "un italiano non può capire": invece sì che può, sono temi universali, continuo a ripetere a me stessa, fa parte del mio compito, e mi sono fidata dei lettori.

Nelle mie intenzioni il glossario non ha tanto la funzione di spiegare termini altrimenti incomprensibili, quanto di offrire un livello di lettura in più, un approfondimento per chi lo desidera. Non va dimenticato che il Muro è caduto ormai tanti anni fa e che anche i lettori tedeschi dai venti ai quarant'anni, soprattutto se cresciuti all'Ovest, sono privi dei riferimenti necessari a capire tutto – ma molto si intuisce e forse è sufficiente.

Uno dei problemi-chiave della traduzione è che, trattandosi di un'ucronia, molti termini e giochi di parole non ricalcano realtà esistenti e dunque ricercabili, ma sono costruiti sulla loro versione distopica che, in quanto inesistente al di fuori del romanzo, il lettore curioso non può trovare su internet. Il personaggio di turno, per esempio, non fa battute sul KaDeWe, acronimo di Kaufhaus des Westens, ovvero i grandi magazzini simbolo dell'opulenza occidentale visibili da Berlino Est, ma sul KaDeO, l'equivalente orientale (Kaufhaus des Ostens) che esiste solo nella DDR "rianimata" di Piano D: per capire le battute al lettore italiano manca un passaggio, se non due. Però la prima cosa che impara un'adattatrice pubblicitaria è: vietato spiegare le battute in traduzione perché non fanno ridere. Bella sfida, no?

Parola ai traduttori. Roberta Gado ci racconta “Piano D” di Simon Urban

Per concludere ci piacerebbe sapere cosa ne pensa della situazione della letteratura tedesca contemporanea tradotta in italiano: è ben rappresentata, oppure ci sono autori importanti, eppure assenti dagli scaffali italiani?

Mancano diversi autori importanti, ma soprattutto molte delle opere esistenti non ricevono adeguata diffusione tra lettori e studenti universitari (diversi dei quali stentano a leggere un libro tedesco in lingua originale). Il programma dell'editore Keller in questo senso è notevole e nei prossimi anni si arricchirà di voci fondamentali, come quella di Wolfgang Hilbig, per restare in tema di DDR.


Per la seconda foto, copyright: Marika Brusorio.

Le foto da n. 3 a n. 5 sono disegni di Roberto Abbiati e raffigurano tre personaggi del libro, rispettivamente Wengener, Hoffmann e Karolina.

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