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“Parlo d’amor con me” di Paola Calvetti

Paola Calvetti, Parlo d'amor con meAda è la donna tuttofare di Casa Verdi, la celebre casa di accoglienza voluta dal Maestro per ospitare artisti anziani, orfani d’affetto e di sostanze, dopo una vita dedicata all’arte, alla musica, al bel canto, alla danza.
Ada è una ragazzona di provincia, alla quale alla disarmonia fisica e alla mancanza di istruzione fanno da controcanto un’armoniosa sensibilità e un’intelligenza grezza ma straordinaria nel comprendere al volo l’umanità, in particolare quella bizzarra e bizzosa di cui sono impastati gli artisti, strati e strati di manie e idiosincrasie anche al limitar della vita, che tuttavia lei è capace di raschiare, uno dopo l’altro, fino a trovarne il punto più delicato, sensibile, talvolta doloroso. Ada è un’artista del cuore umano, e da quale organo pulsano, se non dal cuore, le note più suggestive, le corde di più eccezionale energia, di più intensa concentrazione emotiva, di insuperabile potenza, struggimento e tensione melodrammatica?

La sua arte è custodita nel cassetto dei sogni come la sua voce, timida e inespressa ma finalmente pronta a librarsi dall’ugola, ad aprire il sipario per celebrare un’occasione esclusiva, un’occasione di gioia e di vita perché in una casa di riposo si celebra innanzitutto la vita. E non solo quella passata. Non solo la memoria titubante degli ospiti, le loro storie – Luisa, che è stata Annina nella Traviata al fianco nientemeno della divina Callas; Kimiko, la soprano che ha lasciato il suo Giappone distrutto dall’orrore delle bombe di Hiroshima e Nagasaki e il lutto, per coltivare la pace e l’amore con la sua voce; Ferro, il violinista rubacuori che fu; Giuliana, che «faceva la ballerina alla Scala e di solito è a dieta»; Bart, che trascorre tutto il suo tempo contemplando la statua dell’«uomo a cui dobbiamo tutto»; Enzo, che dal giorno in cui è arrivato si è barricato nella sua stanza, adirato con la vita per un qualche torto che questa gli ha fatto, ma che basterebbe un po’ d’amore a rimediare; ma soprattutto Giacomo e Clara, «centosettantasette anni in due» cui sono riservati i febbrili preparativi per il Grande Evento…che Ada annota su uno spartito speciale, componendo lentamente la partitura delle loro vite, nota dopo nota, fino a forgiare un’opera impeccabile, con la stessa maestria con cui il grande compositore è capace di rivelare il senso, gli umori, le tonalità di ambienti, personaggi e circostanze.

Una poetica che a partire dalla scelta del soggetto (la “coincidenza” col bicentenario della nascita di Verdi è più strumentale che funzionale) si riverbera nell’impalcatura formale, per capacità di sintesi, per forza di contrasti, per l’organizzazione e il taglio dei quadri (un atto unico preceduto da un prologo), per la scelta e l’estro della prosodia linguistica, sicché le diverse aggregazioni diegetiche – narrative, musicali, drammatiche – acquisiscono un’integrazione talmente aderente da conferire all’opera una coesione assoluta.

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Paola Calvetti, Parlo d'amor con meIl passato è buio, ma come un lampo squarcia di luce un temporale, allo stesso modo il quaderno di Ada raccoglie la pioggia del tempo affinché non si asciughi presto col sole del presente e sia possibile elargire, sempre e ancora, qualche goccia, attraverso il racconto dei personaggi, dei suoi “ospiti”, queste fragili figure di un tempo, di un’arte, di un mondo che fu – quello del melodramma, della cosiddetta musica colta. Perciò la coesione pseudo-aristotelica (l’azione è concentrata in un solo luogo nell’arco di un’unica giornata) sovente spezzata, respinta e poi attratta, sospesa, proiettata, corrosa dall’interno proprio dall’intrigante curiosità di Ada, la sguattera che tutto sa, raccogliendo confidenze tra una passata di polvere e un turno in cucina, non per spargere pettegolezzi ma per collezionare anime, affinché possa essere: «[…] una voce narrante e, anche a costo di barare, vorrei parlarvi di loro. […]. Il racconto di una passione ostinata. Per qualcuno, un Requiem

Con questo Parlo d’amor con me. Vita e musica tra le mura di Casa Verdi (Mondadori, 2013) Paola Calvetti si riconferma dopo Noi due come un romanzo, Cara Sorella, dopo Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili, scrittrice di squisita sensibilità e concretezza insieme. Le sue sono piccole, grandi storie di amore e dolore, in cui l’apparente leggerezza non aspira a mascherare la realtà né ad assolverla e tantomeno distrarla/distrarci; richiede, invece, di essere svelata con pudore, delicatamente. Come il pianto a occhi asciutti di Ada: non l’incomunicabilità dell’angoscia, dell’inquietudine, del male di vivere quotidiano, ma compostezza, purezza, discrezione che trova sfogo nel racconto delle vite degli altri, nel vincolo che ci tiene tutti uniti, abbracciati nella sorte, la grande star e la cameriera a intonare una storia comune, perché:
«Si racconta mai qualcosa di diverso dalle proprie storie?»

E se non ho chi m’oda,
parlo d’amor con me!

(Le nozze di Figaro, Atto I)

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