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Papa Francesco con i social: la novità più bella del 2013 per Barbara Sgarzi

Barbara SgarziIl Pontefice che scatta le foto selfie con i ragazzi e le condivide su Twitter è l’immagine simbolo di un’Italia che sta lentamente provando a tenere il passo nel 2013 appena passato. Almeno nell’ambito dei social network. È quanto sostiene Barbara Sgarzi, giornalista professionista, visiting professor alla Sissa School di Trieste come docente di Social Media al Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico”. Nella nostra consueta rubrica settimanale dedicata alle interviste a giornalisti e blogger che si occupano di comunicazione, oggi è il turno di Sgarzi che ha iniziato a fare questo mestiere quando il web era agli albori e le sue potenzialità nel giornalismo non del tutto comprese. Ha ideato e lanciato, nel dicembre 2011, Zazie.it, social network dedicato ai lettori. Scrive di food e lifestyle per «Grazia» e «Donna Moderna», gestisce il blog Social Media di «Vanity Fair».

Da tempo lei segue i nuovi media: come hanno cambiato il modo di fare giornalismo? Che bilancio possiamo trarre dal 2013 appena trascorso?
Negli ultimi anni e nell’ultimo in particolare, pur con tutti i limiti del caso, ho visto finalmente un cambiamento nell’attitudine dei giornalisti verso gli strumenti online e social. Quattro anni fa, quando ho iniziato a fare formazione nelle redazioni, c’erano molte più resistenze, era un muro contro muro. Oggi, forse anche per l’effetto dell’acuirsi della crisi, vedo più interesse, più curiosità e meno barriere. Certo, ci sono ancora molti punti da approfondire, in particolare quello del fact-checking che, data la rapidità con la quale le informazioni viaggiano, non può più essere ignorato o trattato superficialmente. C’è ancora un problema di autorevolezza e affidabilità, proprio per questo sono d’accordo con Andy Carvin quando dice che i social media danno informazioni aggiornatissime, ma sono i professionisti dell’informazione a doverle verificare e inquadrare in un contesto più ampio. C’è spazio per integrare competenze diverse, anziché farsi la guerra; è questo che bisogna comprendere.

Ripensando all’anno appena passato, c’è qualche evento, secondo lei, mediaticamente più rilevante di tutti gli altri?
Molti, ma pensando a uno divertente direi l’entusiasmo con il quale il papa ha abbracciato i social media per comunicare con i fedeli. Che sia frutto di un calcolo oppure spontaneo non importa; il risultato, tra selfie con i ragazzi e auguri di compleanno su Twitter, è ottimo.

Nella comunicazione e nello sviluppo dei social, l’Italia è tanto più indietro rispetto ad altri Paesi? Se sì, in che cosa particolarmente?
Abbiamo dei limiti tecnologici e dei limiti culturali. C’è scarsa visione politica per quanto riguarda lo sviluppo e l’evoluzione delle infrastrutture per favorire l’accesso alla rete, che in molte regioni resta ancora ridotto. E c’è riluttanza al cambiamento: in azienda, la maggioranza dei Ceo non usa i social in prima persona, li subisce perché “bisogna averli”, ma senza crederci. E sappiamo che il cambiamento deve iniziare dall’alto, per essere rapido ed efficace. Manca ancora la cultura della rete, il credere davvero nell’economia del dono e dello scambio. Molti giornalisti e quasi tutti i direttori di quotidiani sono su Twitter, ma lo usano troppo spesso come un altoparlante, senza entrare davvero nella conversazione. E a volte nelle redazioni ancora si discute se linkare o meno una fonte per non “regalare un clic”, nel 2014! Le cose si muovono, come dicevo prima, ma troppo lentamente.

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Barbara SgarziChe futuro vede all’orizzonte per il giornalismo cartaceo?
Difficile fare previsioni, soprattutto pensando che quelle fatte dagli esperti nel 1997, l’anno in cui ho iniziato a occuparmi di giornalismo online per la tesi di laurea, sono state quasi tutte disattese, in primis quelle sulla rapida sparizione della carta. Penso che la carta continuerà a esistere, ma per sopravvivere dovrà diventare qualcosa di diverso dall’informazione online; spazio per approfondimenti e riflessioni, ad esempio. Penso che in un momento di sovrabbondanza di informazione, la differenza la farà chi saprà dare al lettore qualcosa di diverso, più rilevante. E invece vedo ancora troppi siti-fotocopia.

Una delle ultime interviste sul suo blog è stata quella al giovanissimo sociologo Nathan Jurgenson, qual è l’impressione che ne ha ricavato?
Lo seguo e lo ammiro molto, è stato un piacere intervistarlo. In particolare, mi piace il suo approccio non eccessivamente tecnofilo, né tecnofobo. Spesso il dibattito si riduce a uno scontro frontale fra chi loda acriticamente la vita iperconnessa dei nostri giorni e chi dipinge scenari apocalittici nei quali la rete ci renderà un esercito di lobotomizzati. Lui osserva i fenomeni e cerca di inquadrarli e comprenderli senza pregiudizi e demolendo molti falsi miti. E poi le sue analisi sull’evoluzione della fotografia sono incredibilmente affascinanti.

La classifica delle #PAROLENO è davvero interessante: c’è ancora una speranza all’orizzonte per il recupero di un linguaggio più corretto nella vita di tutti i giorni?
Su questo ho un atteggiamento ambivalente. L’uso scorretto della lingua, per ignoranza, superficialità o disinteresse mi irrita molto. D’altra parte, avendo una formazione linguistica e amando molto la sociolinguistica, non posso ignorare uno dei suoi principi cardine, ossia che la mutazione linguistica la decidono i parlanti e chi prescrive le norme spesso non può fare altro che restare a guardare e codificare il cambiamento quando è già avvenuto. Il successo di un sondaggio giocoso come quello della #PAROLENO, però, mi fa pensare che siamo in molti a volere trattare bene la nostra lingua e a rispettarla.

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