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Paolo Giordano: un incontro a Milano con l’autore de “il corpo umano”

Paolo GiordanoÈ un Paolo Giordano combattuto quello che incontro al Pavé, in via Felice Casati a Milano. Fuori pioviggina, è già buio. Lui arriva con un taxi, un po’ in ritardo rispetto all’orario stabilito, e dopo i saluti si siede su una poltrona imbottita. Ogni tanto arriva un calice di vino e qualche pezzo di focaccia. Pretesti, o contesti, per parlare della sua ultima fatica, il corpo umano, uscito per i tipi di Mondadori e arrivato sugli scaffali delle librerie il 12 ottobre scorso.

Attorno all’autore de La solitudine dei numeri primi c’è una quindicina di blogger e giornalisti appassionati di lettura e letteratura. Pare sia il primo incontro del genere in Italia, un evento fuori dagli schemi e dai clamori, che si tramuta in una piacevole chiacchierata a trecentosessanta gradi. Quasi strano per un autore che dice di rifarsi a Elizabeth Strout, della quale “ho letto tutti i suoi libri”, e che si presenta ammettendo che “tenderei ad essere salingeriano, a scrivere senza dedicarmi ad altro”.

 

Eppure emerge un’esigenza che non si può ignorare. “Sarà che siamo di un’altra generazione, sarà che siamo in Italia e non in America”, ragiona Paolo Giordano, “sarà che la velocità del mercato editoriale e la vita media (quasi predeterminata) del prodotto libro lo vuole”, ma un incontro del genere serve, soprattutto per fare alcune precisazioni.

Per prima cosa l’ambientazione: la guerra è solo un pretesto, “per esprimere questi stessi concetti avrei potuto benissimo ambientare la storia in un ufficio di Milano, in una classe delle scuole superiori. Con questo libro infatti ho cercato soprattutto di recuperare un’esperienza cameratesca, di branco, che spesso si prova in gruppo, da ragazzi, ma anche quando si vive a lungo uno accanto all’altro e si creano delle dinamiche, delle complicità, che non si creano altrove”. Poi capita che l’ambientazione, attuale, stimolante, richiami l’attenzione sulla vita in un’atmosfera di guerra, e dunque “sì, ho letto Limbo (di Melania Mazzucco, ndr), ma il corpo umano non è un libro di guerra”. È un libro difficile da ezionare, pensato con una serie di intrecci di storie e concetti che offrono diverse chiavi di lettura. Un po’ quello che è avvenuto con La solitudine dei numeri primi.

Insomma, anche i suoi libri, come molti suoi personaggi, soffrono a causa di questa frenesia moderna che non lascia il tempo e che crea il disagio, il timore di non riuscire a farsi capire abbastanza, l’inquietudine di non essere pienamente compresi? “Sì, e qui ce l’ho in particolare con alcuni blogger e contro un certo tipo di mercato della velocità”, risponde Giordano, e dunque “ben vengano iniziative come questa, con le quali si può spiegare qualcosa di più. Il libro è scritto a più livelli, alcuni vengono fuori più facilmente, per altri bisogna fermarsi, magari rileggere, riflettere”. Fa una citazione emblematica, Paolo Giordano, ricordando la metafora delle papere di Gabriele La Capria: “Sopra il pelo dell’acqua tutto sembra tranquillo, le papere sembrano scivolare sull’acqua, ma sotto le zampette in realtà si agitano moltissimo. Ecco, è difficile far apprezzare ciò che c’è fuori dall’acqua senza poter far vedere il gran lavoro che si è  fatto sotto”.

 

Ma come volevasi dimostrare si torna a parlare di guerra. “Rispetto al precedente questo è di sicuro un libro più civile”, ammette un po’ controvoglia Giordano, “ma non mi interessa che sia inteso come libro impegnato. È che in Italia siamo sempre alla ricerca dell’ideologia che c’è dietro. Io però ho evitato volutamente di dare le mie opinioni e mi fa piacere che dal libro non si capisca da che parte sto, se pro o contro la guerra. Ho la mia opinione, ma con il corpo umano non intendevo esprimere giudizi, accettando piuttosto la condizione della guerra in Afghanistan come una situazione di fatto”.

 

Quindi si torna ai personaggi, che per Paolo Giordano sono “delle incarnazioni di atteggiamenti, di personalità. Cosa si prova a farli morire? Beh, innanzitutto posso dire che ho voluto evitare il toto-morte del lettore, quel gioco a scommettere su quale soldato non sarebbe arrivato alla fine del romanzo. Poi la morte dei personaggi l’ho affrontata pensando che non stavo facendo morire delle persone ma degli aspetti della personalità. Ho pensato a Il nudo e il morto, di Mailer (Norman ndr), consapevole che parlando di guerra la morte può arrivare all’improvviso”.

Tra tutti i personaggi, il più sfuggente è stato quello del maresciallo René: “All’inizio mi sfuggiva.  L’ho aspettato per quasi due anni”, racconta l’autore, “poi finalmente è arrivato e per me è stato lui la vera sorpresa di questo libro”. Tra tanti personaggi maschili deboli, disastrati o pompati al massimo, René “è quello che vive la storia più toccante”. In quanto ai personaggi femminili Giordano non concorda con chi pensa che diano un’immagine negativa della donna. “Credo che il corpo umano sia un libro scritto per le donne, e ne sono convinto soprattutto perché la mia prima lettrice è la mia compagna. Il libro è pieno di personaggi femminili”, una femminilità declinata in tutti i suoi aspetti nei loro rapporti con gli uomini: Ietri e la madre, Torsu e la fidanzata virtuale, René e la moglie… “Qua e là ho letto che la tipizzazione di alcuni miei personaggi è segno della mia incapacità di creare soggetti a tutto tondo. Credo sia un grosso equivoco, perché è un effetto cercato, io voglio che i miei personaggi appaiano così”. La storia corale de il corpo umano è “un pantheon, un tempio dove sono rappresentati degli dei che devono essere gestiti, e in realtà poi avviene che, gestendoli, parlo molto più di me che degli dei”.

 

il corpo umanoE dai personaggi si passa a parlare del corpo, che dà titolo al libro. Un corpo che per Giordano ha “una sua saggezza. Addirittura prevede ciò che potrebbe accadere”, come il corpo malato di Torsu, seguendo le esigenze del quale probabilmente il soldato avrebbe evitato la missione e scampato l’attentato. “È una saggezza del corpo che ho scoperto sulla mia pelle”, aggiunge, ma senza dare ulteriori particolari. E quando gli si fa notare che pare quasi che i personaggi, nel prendere consapevolezza, anche con crudezza, del proprio corpo, sembrano prendere anche coscienza di sé ci pensa un attimo. “È un aspetto su cui non ho ragionato”, ammette senza problemi, “ma come chiave di lettura mi piace, in effetti potrebbe essere proprio così”.

 

A qualcuno vengono in mente Pao Pao di Pier Vittorio Tondelli e Comma 22 di Joseph Heller, ma sui libri di ambientazione militare Giordano ha già parlato.

Così si torna a parlare de il corpo umano. “Dentro di me percepivo la frattura tra quello che ero e la maschera che dovevo indossare. Soprattutto dopo La solitudine dei numeri primi. Direi che questo libro mi ha permesso di ricomporre i pezzi”. Mentre con il primo libro “ogni volta che lo presentavo mi pareva di dover confermare il mio diritto ad essere dov’ero, stavolta ho deciso di farlo per il libro. Perché il secondo libro è un po’ come il secondo figlio, sempre un po’ più trascurato del primo”. E a proposito delle presentazioni ammette che “patisco, non mi trovo a mio agio, ma accetto di farle per poi sparire quando non serve più al libro. D’altronde oggi la memoria è principalmente visiva. Se non sei presente in carne e ossa il mondo ti dimentica”. Discorsi che lo portano a fare un’altra citazione, quella del saggio di Chuck Palahniuk, La scimmia pensa, la scimmia fa.

 

In chiusura c’è il tempo per qualche altra curiosità, come il senso di un linguaggio politicamente scorretto e il rapporto che Paolo Giordano ha con i finali. “Sì, ho un problema con i finali”, ammette sorridendo, “sono uno scivolamento, una rarefazione. Il fatto è che ogni conclusione mi sembra un tradimento!”

Un’idea di tradimento che ha cercato di superare leggendo i racconti di Nathan Englander. In quanto alla scrittura in generale confida che con La solitudine dei numeri primi tuttavia era stato tutto più difficile, meno stavolta. “Se il primo libro l’ho scritto passo passo, il corpo umano mi è nato così, in un secondo. Mentre ero in Afghanistan un capitano mi ha raccontato una storia, e lì, in un attimo, ho capito che avevo tutta la vicenda già strutturata, già in sé”. Mentre sul linguaggio di alcuni suoi personaggi non può dire altro che “i cazzo non sono mai buttati lì a caso. Quando si scrive narrativa viva il politicamente scorretto, l’importante è che ci si arrivi con il cuore (riportando un aspetto di una personalità), e non l’intenzione (di fare effetto)”.

Un’altra bella risposta di un autore giovane e interessante, il cui cammino letterario nel panorama nazionale merita di essere seguito nel prossimo futuro.

 

Salutandoci gli butto lì, scherzando, un non c’è due senza tre, e lui sorride mostrando il palmo delle mani rivolte verso l’esterno. “Speriamo”, risponde. Già, speriamo.

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