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“Pacifico” di Tom Drury, la conclusione della trilogia di Grouse County

“Pacifico” di Tom Drury, la conclusione della trilogia di Grouse CountyPacifico, l’ultimo romanzo della trilogia di Grouse County di Tom Drury pubblicato da NN e tradotto da Gianni Pannofino, è caratterizzato dall’assenza di una trama precisa. Ciò consente all’autore di tessere un mosaico di microstorie che hanno dei punti di tangenza tra loro, senza che qualcuna possa predominare sulle altre.Tutto ciò che è rimasto nell’ombra nel secondo romanzo della trilogia, A caccia nei sogni, ritorna in Pacifico con la continuità che aveva caratterizzato Lafine dei vandalismi. I personaggi si riappropriano della loro natura, lasciando schiusa ogni strada al futuro. Nessun personaggio porta a compimento se stesso, ognuno è protagonista della propria sospensione. Il senso che si manifesta non è tanto quello dell'immediatezza quanto la prospettiva di cambiamenti possibili o impossibili. Il senso della trilogia è la circolarità e potenzialità del divenire.

Se in A caccia nei sogni l’azione si muove nell’arco di quattro giorni, soffermandosi sulle vicende di Tiny Darlig e famiglia, in Pacifico si riprende uno stile narrativo più fluido e lineare e la trama generale s'ispessisce.

 

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Ritornano alcuni personaggi del primo romanzo come Dan Norman, che non fa più lo sceriffo ma lavora in un’agenzia investigativa, mentre la moglie Louise eredita l’edificio dove lavorava con l’anziano fotografo Perry Kleeborg e al piano terreno apre un negozio di “antiquariato”. In A caccia nei sogni sono presenti Tiny Darling con il figlio Micah e Lyris, nata da un precedente legame di Joan Govern, moglie di Tiny. Gran parte del romanzo è incentrata sull’ambientazione di Micah a Los Angeles dove lo porta la madre. Conoscerà nuovi amici, frequenterà una nuova scuola e troverà la sua prima ragazza.

“Pacifico” di Tom Drury, la conclusione della trilogia di Grouse County

La grande differenza tra La fine dei vandalismi e Pacifico sta quindi nel giustapporsi di ambientazioni diverse, nel primo la contea, mentre nel secondo fa la sua comparsa la metropoli. Realtà dilatate e diverse ma composte dalle stesse solitudini. Sembra che i cambiamenti in corso non sfuggano alla continuità della solitudine. A Micah spaventa Los Angeles ma, una volta ambientatosi, comprende che ciò che una metropoli può offrire non è troppo diverso (a parte le distanze) da ciò che si muove o che si fossilizza in un luogo piccolo come la Grouse County. Il mondo altro non è che l'estensione geografica dei medesimi problemi di adattamento alla vita. Tempo e spazio sono concetti sbiaditi: contea o metropoli, non vige molta differenza tra casualità e intenzionalità nei rapporti umani. Joan Govern, la donna e moglie che in A caccia nei sogni tenta la fuga e che per pochi giorni sembra aver realizzato l'intento di una nuova esistenza, fa ritorno a casa ma solo per prendere con sé il figlio Micah. Si tratta dell'inizio di una vita nuova oppure di una nuova provvisorietà? Si tratta di debolezza o di una sorta di indomita prerogativa a fare del solo desiderio il motore primo del cambiamento? Forse a differenza della grande città, la contea appare proprio in questo: lo spazio che ti si cuce sulla pelle e che, contro la tua stessa volontà, non ti lascia più. Culla e prigione.

 

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Il desiderio coincide con il sogno? I personaggi di Drury non sono sognatori, sono bisognosi; la frustrazione di cui soffrono inquina il versante disinteressato del sogno. Il “sogno americano” è il torchio, non la ruota della fortuna (e del merito) che gira premiando ora questo ora quello. Nella contea, luogo angusto, non ci sono premi, ma non ci sono nemmeno castighi, non nella misura da impedire il ritorno del desiderio di cambiamento. I destini umani restano sospesi. Sono quindi frustrazioni che legittimano l'esperienza del vivere e l'orizzonte del divenire.

“Pacifico” di Tom Drury, la conclusione della trilogia di Grouse County

Provocazione e follia: c'è anche questo nella contea. Tiny, sentitosi nuovamente solo, torna a rubare ma lo fa per recare fastidio ai negozi che depreda più che per un senso del furto vero e proprio. Il furto come scherzo, antidoto alla noia e alla solitudine: il soprannome che gli viene dato di “bandito sghignazzante” ne è la prova. Se in Fine dei vandalismi un neonato viene trovato nel carrello di un supermercato, in Pacifico fa la sua comparsa la figura di Sandra Zulma, fuggita da un internamento psichiatrico, che desidera una pietra speciale che solo tale Jack Snow, venditore di anticaglie rifatte, le può fornire. Ordine ed eccezione convivono.

 

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I personaggi in attesa vivono un’epica quasi pre-industriale. Dan Norman cerca di rivelare coppie adultere con il suo nuovo lavoro (secondo il motto «l’economia va su e giù ma la gelosia non ci abbandona mai») mentre Micah scopre le canne e si fa espellere da scuola per aver fondato un collettivo neo-luddista. Le storie si svolgono secondo una consuetudine opaca, ciò che Micah combina a Los Angeles era già prevedibile prima che ci si trasferisse. Contea o metropoli, il carattere dei personaggi non cambia, dilatandosi fino al compiersi del romanzo.

 

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La stessa commozione che conclude i precedenti romanzi anche in Pacifico non manca di marcare la partecipazione al mondo, qualsiasi sia la tana in cui lo si vive.


Per la prima foto, copyright: Luca Micheli su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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