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Over50, la condanna dei senza lavoro: Zomparello

Japigia, BariMario è un condannato over50. Ha 57 anni, soffre di un problema al cuore, ha una moglie di 45 anni ammalata di reni con un’invalidità insufficiente per ricevere una pensione, aveva un figlio ma gli è morto all’inizio del 2014 per un tumore al cervello. Lavorava come scaricatore ai mercati generali di Bari, ma è stato licenziato quando gli hanno proposto di cominciare a lavorare a nero e di lasciare una trattenuta sottobanco al datore di lavoro. Gli è stato proposto di partire per la Romania, per montare gli stand di un mobilificio italiano in una grande fiera, ma non sa se ci andrà perché teme per la sua salute e non vuol lasciare sola sua moglie.

Japigia è un quartiere particolare, un tentacolo della città di Bari, una striscia separata dal mare dalla linea ferroviaria che conduce a Lecce. In questo territorio si sono avvicendati, nel tempo, cittadini per bene e malviventi, piccola borghesia impiegatizia, operai e sottoproletari abitanti nelle case popolari di via Caldarola e di Viale Japigia. Una convivenza fredda, distaccata, interrotta ogni tanto dalla comune frequentazione del mercato coperto e dell’IperCoop.

Incontro Mario davanti al mio vecchio liceo, il Gaetano Salvemini. Qui ci ho trascorso cinque anni, mentre Savino Parisi diventava il re dello spaccio dell’eroina e della cocaina in Puglia. Mario mi raggiunge su una vecchia Fiat Punto, accanto a lui una donna grassa, scarmigliata, unta.

«Tua moglie?»

«Sì»

 

La saluto, le domando come sta, ma lei non mi risponde. Ha una specie di sorriso beffardo, ingrugnito, arcigno.

«Comincia a non sentire più. Non so perché, ma da qualche giorno ha dei mal di testa strani. Speriamo che non è come mio figlio… La sai la storia, te l’ho raccontata per telefono»

«Sì, mi hai detto»

«Se n’è andato tre mesi fa, pace all’anima sua. Ma mo sta bene. Quanto ha sofferto, poveraccio. E io appresso a lui. Ma mo sta bene, il calvario è finito», dice sollevato, spaventandomi per la tranquillità con cui parla del lutto recente.

«Quanti anni aveva tuo figlio?»

«Trenta. Avrebbe fatto trent’anni a luglio»

«Gli hai fatto un bel funerale, mi hai detto»

«Sì, ma…»

«Non l’hai pagato tu, lo so, lo immagino. L’ha pagato il quartiere»

«Ma non si deve sapere, mi raccomando», si schermisce timido.

«Non ti preoccupare. Pure se te l’ha pagato Savinuccio a me non importa. Meglio una cosa bella per tuo figlio che un brutto funerale»

Mi sorride, me lo sono conquistato. So che magari, nella colletta, è intervenuto anche il boss, o qualche suo parente, affiliato o sodale. Ma chi se ne frega? Come poteva permettersi un funerale, Mario?

 

«Dicevi di tua moglie?»

«Ha questi mal di testa, poi la notte fa gli incubi»

«Sogna il figlio?»

«Sì. Lo sogna sempre, ma non mi racconta niente. Ho sognato Minguccio, dice, ma niente. Non si ricorda niente. Poi sta sveglia tutta la notte e io appresso a lei. Non parla, non fiata. Io le ho detto butta il veleno! Sputa! Ma resta zitta. Mi fa paura…»

 

Dev’essere insopportabile per una madre gravemente ammalata sopravvivere al suo unico figlio. Insopportabile e terribile, non semplicemente tragico.

 

«E tu, come stai?»

«Come mi vedi. Mi mantengo, ma non sto lavorando. L’ultima volta tre settimane fa, ho fatto un trasloco per una ditta che conoscevo. Cento euro, due giorni di lavoro. Ho caricato mobili fino a un quarto piano, in centro, via Marchese di Montrone. Alla fine il cuore mi stava scoppiando. Non sono nu’ uaggnungidde! Non mi devo…»

«Il lavoro di prima?»

«Ai mercati? Quello non c’è più. Quella merda del titolare mi ha fatto fuori, poi mi ha chiamato e mi ha detto che mi voleva di nuovo, allora gli ho detto che andava bene, ma doveva assumermi perché senza le marche dove cazzo vado? Si è incazzato, quello sciacallo. Mi ha detto che potevo lavorare solo a nero e gli dovevo lasciare centocinquanta euro»

«E tu?»

«Gli ho risposto che lo denunciavo al sindacato, e lui mi ha detto che mo non mi prende più nessuno ai mercati. Non vogliono il sindacato in mezzo»

 

Incontrando persone come Mario comincio a farmi un quadro di quanto sta avvenendo nel mercato grigio del lavoro. I sindacati vengono progressivamente espulsi, i diritti negati, le tutela interrotte e i lavoratori ricattati. Siamo in una condizione che fa rivoltare nella tomba Di Vittorio e quelli come lui.

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Gioco a carte«Gli hai chiesto come mai voleva una tangente?»

«Sì, mi ha detto che pure lui, ormai…»

«La deve pagare, e allora la scarica sui lavoratori. Tipico»

«Una tassa in più», commenta sarcastico Mario.

«Ma non accettando, stai col culo per terra»

«Sì, ma da mo che sto così? La fregatura è che a quella», a sua moglie, «non riconoscono l’invalidità, che devo pagare le bollette e tutto il resto e non so più come fare. Mio nipote se ne sta andando in Romania per un mese e mezzo. L’hanno chiamato a fare le fiere, ma lui è giovane, c’ha la salute. Io no. Un mese e mezzo muoio»

 

La Romania. Una volta venivano qui a montare gli stand dai Paesi dell’Est, ora c’è un flusso stagionale al contrario.

«Poi non pagano come prima. Si sono imparati pure loro. Danno la mesata sulla carta di credito e i buoni pasto. Se spendi di più, paghi con la carta e ti sei fottuto lo stipendio»

 

«Dimmi una cosa. Come campi?»

«Col zomparello»

Lo zomparello è un giuoco che si fa con le carte e le birre pagate in pegno. Si gioca nelle cantine o in alcuni bassi improvvisati nei quartieri popolari di Bari.

«Il locale è tuo?»

«No, ma pago il fitto e divido il guadagno col padrone»

Mario gestisce un piccolo club dello zomparello. Forse a Japigia, forse altrove, ma non vuole dirmelo.

«Lo sai che se viene la polizia?»

«Viene, viene. Viene sempre, si fa una birra e se ne va. Che mi devono fare? Se mi chiudono, m’impicco. Gliel’ho detto», dice e ride, perché non gli resta che ridere, a Mario.

 

Io scuoto la testa. La storia di Mario è singolare, perché non si perde d’animo, ma trattiene una rabbia che non esplode, che non viene fuori. È la faccia della rassegnazione indomita, di un cercatore di lavoro dentro i confini di una città malsana, povera, stitica d’occupazione.

 

«Mo me ne devo andare. Ti saluto, giovane. Riguardati», mi dice e mi stringe la mano.

«Magari una volta vengo a farmi uno zomparello nella tua cantina», faccio, ma lui s’è già voltato.

 

Entra in macchina, accende il motore. Faccio ciao con la mano a sua moglie, che torce il capo dall’altra parte. Ecco, Mario, un altro condannato over50 che se ne va, in questo rosario di incontri senza via d’uscita.

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