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Over50, la condanna dei senza lavoro: il garagista

BariPasquale è un condannato over50. Ha 51 anni e fa il parcheggiatore in un garage di via Ravanas, a Bari. Vive solo, non ha mai avuto una moglie, una compagna, perché non se l’è mai potuta permettere. Nella vita ha fatto un altro lavoro: era fabbro in un’officina di via Capruzzi. Lo hanno licenziato tre anni fa e da allora fa quello che gli capita.

Quando arrivo in via Ravanas vado a trovare un gruppo di anziani che conosco da anni. Sono vecchi, ex militanti del Pci che si riuniscono in un basso adibito a cantina e circolo per giocare alla briscola. Saluto Cenzo, il gestore: un ex operaio in pensione, fumatore incallito, barba grigia arrossata, sulle labbra, dalla nicotina. Un saluto veloce, tra amici, uno sguardo al poster del Che Guevara, uno a quello di Berlinguer, e vado via. Raggiungo un bar poco più avanti, stringendomi nel cappotto perché in questi giorni Bari è punta da un freddo inusuale e fuori stagione. Sbuffo, mi accendo una sigaretta, stringo un poco le mani e penso che questo quartiere, il Libertà, non cambierà mai: sempre a metà tra centro e periferia, né carne né pesce.

Pasquale è al bancone, che gioca con un mazzo di chiavi. Indossa una tuta sporca di grasso, lo riconosco per quella.

«Buongiorno», saluto e anche Pasquale mi riconosce, perché abbiamo pattuito che avrei portato con me una borsa da lavoro rossa.

Mi stringe la mano, ungendo la mia.

«Scusami, ma col lavoro…»

«Non ti preoccupare. Ci sediamo?»

Ci accomodiamo a un tavolino davanti alla vetrine. Fossimo a Parigi, questo sarebbe un caffè: invece sediamo in un piccolo e anonimo bar del Libertà.

 

«Sto inguaiato, dottore. Inguaiato assai», comincia Pasquale dopo che abbiamo ordinato un caffè a testa.

«Non stai lavorando?»

Annuisce e sorride, intanto arrivano i caffè, fumanti e in tazze caldissime.

«Sto facendo la notte e la mattina al garage. Ma questo non è un lavoro»

«Ti pagano?»

Annuisce di nuovo.

«Quattrocento euro al mese»

 

Pasquale lavora tutti i giorni, salvo il lunedì mattina. Come tanti pensionati o ex disoccupati di lungo corso, si accontenta di custodire automobili e di dividere le notti con un cane cencioso nel gabbiotto freddo e sporco di un garage del quartiere.

 

«Un po’ pochini», commento e lui sorride.

«Una miseria. Ma questo c’ho e questo mi voglio tenere»

Pasquale termina il suo caffè e si strofina le mani sui pantaloni della tuta.

 

«Com’è che ti hanno licenziato?»

«Io ero un fabbro… un ferraio. Non uno così, ero bravo. Se tu vai nelle case dei ricchi di via Sparàno trovi i letti che facevo io. Stavo sopra a via Capruzzi, stavamo tutti là. Avevamo un’officina che funzionava. Si lavorava come i matti. A me mi piaceva, perché il ferro non mi annoiava. Io non c’ho manco la terza media, ma come so lavorare io col ferro, non lo sa fare nessuno. Ho inventato un sacco di sistemi, ho migliorato l’azienda…»

 

Spesso mi accade di ascoltare incantato le parole di questi artigiani di mezza età, espulsi dal mercato del lavoro nonostante la bravura, il saper fare. Loro sanno come si fa, ma nessuno li vuole più, e mi si stringe il cuore.

 

«Non eri tu il padrone»

«See, se io ero il padrone mo stavamo ancora aperti. Si è fatto fottere dai figli. I soldi assai. Quelli pensavano solo alle macchine e alle femmine, e lui li accontentava sempre. Così ha mandato l’impresa a mare»

 

Questa dissipazione delle seconde generazioni d’imprenditori è una costante che torna negl’incontri che faccio in questi mesi. Figli di imprenditori, di medi artigiani, orientati al consumo e non all’investimento produttivo: a impoverire le risorse familiari, a sottrarre risorse dal lavoro.

 

«Ma perché sei stato licenziato?», gli domando.

«L’impresa cominciava a non andare più bene, poi un giorno…», comincia e si passa una mano tra i capelli. «Un giorno arriva uno che io conoscevo, uno grosso e pericoloso. Eravamo cresciuti insieme. Uno strozzino», dice abbassando la voce.

«Cosa?!»

«Sì, uno di quelli. Si chiude nell’ufficio col titolare e volano parole grosse. Allora io ho capito che l’aria era amara e che dovevamo chiudere. Quando quello è uscito, si è fermato davanti a me e mi ha salutato. Il titolare si è insospettito, forse ha pensato che stavo con lui, che ero d’accordo con quel malamente. Mi ha chiamato nell’ufficio e mi ha fatto un partacchione. Io non sapevo che cosa dovevo dire, perché io non me la sono mai fatta con quella gente, ma lui non mi ha creduto e mi ha mandato»

«Così, su due piedi? Non avevi un contratto?»

«No. Non ho mai avuto un contratto. Non mi hanno mai messo in regola»

Ecco il dramma: un licenziamento in tronco, a poco meno di cinquant’anni. Quando nessuno ti piglia più a lavorare.

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Garage«E non gli hai fatto causa?»

«Ho provato, ma il sindacato ha detto che non era facile e allora ho lasciato perdere, tanto l’azienda stava per chiudere. Mo hanno chiuso, dopo sei mesi. Il titolare mi ha dato una liquidazione, ma io non ce l’ho fatta con quei soldi. Quando sono stato licenziato ho provato a cercare da un’altra parte, ma ero troppo vecchio…»

«Eppure i fabbri sono ricercati», obietto.

«Chiacchiere. Non ci vuole nessuno, mo fanno tutto le macchine. I clienti non vengono più, perché manca il gusto. Vanno nei negozi di mobili e comprano quello che trovano. Pure quelli ricchi, che ti credi? Sta la crisi per tutti»

Un abbassamento del gusto medio, la rinuncia al sapere artigianale, al bello, come lo chiamano i politici nelle loro retoriche.

 

«Comprano tutto lì», aggiunge sospirando.

Ci alziamo, pago i due caffè e c’immettiamo su via Ravanas. L’aria è pungente, il maestrale pulisce il cielo e straccia le nuvole sopra le nostre teste.

 

«Quindi mo stai in un garage», dico.

«Qua dietro, sì. Ho trovato questo lavoro, ma non mi piace. Non è il mio»

«Abiti solo?»

«Sì, ma non ce la faccio. Sto inguaiato per colpa loro, del titolare e del malamente, ma mi devo stare, qua va sempre così»

«Non hai pensato di partire, di andare fuori?»

Annuisce.

 

«Sì, ma per fare il fabbro ci vuole un’officina. E io non c’ho i soldi per farmene una. E che ne so io dell’estero?»Arriviamo davanti all’ingresso di un garage, a pochi metri dal locale di Cenzo.

 

«Io sto qua, dottore. La saluto»

 

Pasquale mi stringe la mano e mi fissa per qualche istante. Sento che sta per chiedermi qualcosa.

«Se senti… se sai di un posto, vienimi a trovare», dice a voce bassa, umile.

 

Gli stringo la mano e gli garantisco che proverò a far qualcosa per lui, per dargli una speranza, un filo tra il presente e il futuro, ma sto mentendo, perché non so come fare, come muovermi nella galassia imperscrutabile della ricerca di lavoro.

Mi allontano e mi fermo da Cenzo. Mi siedo e divido con lui una birra.

 

«Sai una cosa, Cenzo? Forse, quando stava Berlinguer, le cosa andavano meglio»

Cenzo non risponde, si accende una sigaretta, sorseggia la sua parte di birra e mescola un mazzo di carte.

 

«Adesso c’è la crisi…», insisto.

Solo adesso Cenzo mi risponde.

«Non è la crisi, il problema, ma noi. Noi non siamo più buoni per cambiare»

 

Probabilmente Cenzo ha ragione. Allora ripenso a Pasquale, alla sua rassegnazione. È vero, anche lui non è più buono per cambiare, come un po’ tutti i condannati over50.

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