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Over50, la condanna dei senza lavoro – Colpa dei cinesi

Negozi cinesiLorenzo è un condannato over50 senza lavoro. Ha 55 anni, era un commerciante di apparecchi elettrici a Corato, uno dei paesi più popolosi del nord barese e ora dice che è colpa dei cinesi se ha chiuso. È vedovo e ha due figli. Cinque anni fa ha chiuso il negozio ma non può andare in pensione perché nella sua lunga carriera di piccolo imprenditore ha evaso il fisco più volte e non ha maturato i contributi necessari per andare in pensione. Adesso passa da un corso di formazione all’altro, dopo essersi venduto una casa per mantenere la famiglia. Gli resta un locale di proprietà che ha fittato a nero a un commerciante cinese per seicento euro al mese. I suoi figli vivono con lui, ma non lavorano.

Corato non è un bel paese. Per arrivarci si percorre un lungo tratto di statale, si oltrepassa la zona dei grandi outlet di abbigliamento di Molfetta, una sala ricevimenti dal gusto californiano – tutta rosa con grandi aquile ad ali spiegate che sorvegliano la strada – e una serie infinita di grandi pompe di benzina. Si entra nel centro del paese dopo aver attraversato una lunga e inspiegabile complanare, lasciandosi alle spalle rioni cadenti costruiti tra gli anni Cinquanta e Settanta, quando Corato da comune agricolo si trasformava in un importante centro industriale a nord di Bari. Adesso il degrado e la rovina sono evidenti, segnalati dalle buche per le strade, dall’incuria del verde, dai negozi chiusi.

 

«Vedi? La crisi», mi fa Lorenzo portandomi in giro per il paese. «Tutto sta chiudendo, aprono solo i centri scommesse»

«Sicuro che è la crisi? Secondo me è qualcos’altro», obietto.

«Cioè?»

«Tu eri commerciante. Com’è che a un certo punto hai chiuso?»

«Non avevo più clienti»

«Hai provato a abbassare i prezzi?»

«Sì, ma non venivano più»

«L’hai fatto quando già se n’erano andati. Ecco l’errore»

«Perché dovevo farlo prima? Le cose andavano bene»

 

Arraffare il più possibile è tipico della cultura mercantile pugliese, è la radice di una forma dissennata di individualismo che ha portato i piccoli e medi commercianti a non contrastare la penetrazione dei supermercati negli anni Ottanta, degli ipermercati negli anni Novanta e delle gallerie e degli outlet nell’ultimo quindicennio.

 

«Certo che dovevi fare così, perché era chiaro che non poteva durare a vita»

«E chi lo dice?»

«L’economia!»

 

Lorenzo tace. Ha la terza media, non ha mai voluto continuare gli studi, ma l’esperienza avrebbe dovuto insegnargli almeno i rudimenti dei cicli economici.

 

«Secondo te gli altri dovevano stare a guardare?», gli domando.

«La colpa è dello Stato»

«See… buonanotte. È sempre colpa dello Stato quando le cose vanno male»

 

Ho una certa conoscenza dell’argomento perché la mia famiglia è per un terzo nel commercio, e se resistono è perché si sono adattati ai tempi che corrono, hanno diversificato l’offerta.

 

«I cinesi. Quelli hanno rovinato tutto»

Annuisco senza troppa convinzione e intanto siamo entrati nel centro storico, la parte più bella del paese. Passiamo davanti al suo locale, entriamo e salutiamo un cinese di una trentina d’anni. il giovane tratta Lorenzo con sufficienza, non capisce la sua visita.

«Affitto pagato»

«Lo so. Voglio solo dare un’occhiata», gli risponde stizzito Lorenzo.

«Fai pule»

Il locale è lungo e stretto, adatto più a una ferramenta che a un bazar di cianfrusaglie Made in China. Gli scaffali sono occultati dalla sovrabbondanza di merci, dalle cover per telefonini alle forbici, candele, tagliaunghie, bambole e immancabili jeans a prezzi stracciati.

«C’è un camerino?», chiedo a Lorenzo.

«No. Se vuoi provare i pantaloni devi farlo dietro quello scaffale», e mi indica una specie di paravento, anch’esso in vendita.

«Ma c’è qualcosa che non si vende, qui dentro?», domando divertito.

«Sì, lui», mi dice Lorenzo alludendo al cinese. «Ma se gli dai cinquanta euro ti vende pure la madre»

L’infiltrazione dei cinesi nel tessuto commerciale occidentale non mi ha mai stupito, avendoli incontrati perfino in Algeria dove mai mi sarei aspettato di vedere piccole botteghe come questa. Del resto è nella natura del commercio l’adattabilità, la mobilità, figuriamoci adesso che i gusti del globo si allineano a uno standard low cost perché grossomodo il mondo è quasi tutto low budget.

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Negozi cinesi«I cinesi ci hanno ucciso!», esclama Lorenzo appena fuori del negozio.

«Perché non gliel’hai detto in faccia?»

«Mica sono scemo!»

«Appunto. Se ci credi davvero, diglielo che è colpa loro. Ma la verità è che sai benissimo che le cose non stanno così, che vi siete uccisi da soli»

«Non è vero. Io ero…»

«Un commerciante onesto? Lorenzo, conosco tutti i trucchi del commercio. So come si riciclano gli scontrini, come si evadono le tasse, come non si pagano i contributi. Sono cresciuto in una salumeria di Bari, vuoi che non sappia come si fa? Ma tu hai voluto strafare»

«No. Ho fatto quello che dovevo fare perché mia moglie era ammalata»

 

Mi fermo, lo guardo. Ho accusato il colpo.

«Mia moglie ha avuto un primo cancro quando aveva quarantadue anni, al seno. Si era ripresa, ma ci è costato un occhio. Dopo tre anni ha preso la ricaduta e ci siamo dovuto vendere la casa, ma non ce l’ha fatta. L’ho portata a Milano, ma nemmeno lì sono riusciti a fare niente. I miei figli non mi hanno mai aiutato, perché pure loro non sanno cosa fare. Ora siamo sul lastrico»

«Mi dispiace, non potevo sapere…», provo a farfugliare per scusarmi.

«Lo so, ma io non sono contento di quello che ho fatto. Forse dovevo chiudere prima il negozio, prima della morte di mia moglie»

«Oppure dovevi cercarti un altro lavoro»

«Quello che provo a fare mo, ma mica è facile. Chi mi prende?»

Adesso Lorenzo è alle prese con la ricerca di un corso di formazione che lo ricollochi sul mercato per un decennio, per consentirgli di andare in pensione con la minima e di sopravvivere con un briciolo di dignità.

 

«Quanti corsi hai fatto?»

«Non si capisce, non li conto più. Da cuoco, da assistente familiare, da giardiniere… Ma non mi ha chiamato nessuno»

«E chi ti doveva chiamare, Lorenzo?»

«Come?! Una ditta. Io ho le carte, adesso. Posso fare tutte queste cose?»

«Ne sei sicuro?», gli domando per mettere in crisi la sua infondata illusione.

 

So di essere cinico, forse, ma è il solo modo per fargli comprendere che siamo entrati in una fase inedita, dove il lavoro non viene più a cercarti, se mai lo ha fatto, ma devi procurartelo tu. È indecente, sì, ma è così che stanno le cose dalle nostre parti.

 

«Perché? Non è così?»

«No che non è così. Funziona diversamente, Lorenzo. Devi provare tu a darti il pane con quelle cose che hai imparato»

«Ma io le so fare!», esclama disperato, come supplicando.

«Hai mai fatto il giardiniere?»

«No»

«E l’assistente familiare?»

«Nemmeno»

«Allora di cosa parli, Lorenzo? Chiacchiere. Stiamo blaterando»

«Ma io…», prova a tentare una risposta, ma le parole gli si smorzano in gola.

«Lo vedi?»

 

Lorenzo adesso tace mordendosi un labbro per la rabbia mal trattenuta. Vorrebbe esplodere, lo sento, allora provo a consolarlo.

 

«Vedrai che qualcosa troverai, Lorenzo. Non devi disperare mai», gli dico battendogli una pacca sulla spalle.

Lorenzo ha un sussulto al mio tocco, poi annuisce.

«Sì, qualcosa la troverò. Non possono vincere i cinesi», dice mostrando di non aver capito niente, o fingendo di non aver capito per difendersi, chiuso nel suo risentimento.

«Hai ragione tu, Lorenzo. Devi vincere, ma per farlo devi lottare. Non ti buttare giù»

 

Adesso che si è tranquillizzato Lorenzo, sembra un altro, perfino più giovane.

«Ora voglio fare un altro corso», fa. «Da sarto. Ho saputo che pagano duemila euro a chi viene preso»

«Ma hai mai cucito in vita tua?»

«No, ma che me ne frega. Sono duemila euro. Li butti, tu?»

«No, non li butto, ma non li vado nemmeno a cercare, se non è cosa per me»

«Allora stai bene, tu. Come i cinesi!», dice e mi fa intendere di avere fretta.

 

Mi faccio accompagnare alla macchina per dirgli ancora due parole.

«Lorenzo, a un certo punto devi smetterla di fare corsi su corsi»

«Chiudo con questo, se mi prendono. Mi servono soldi urgenti»

 

Annuisco e m’infilo in auto. Ci salutiamo velocemente. Probabilmente me lo ritroverò in uno dei miei corsi per condannati over 50 senza lavoro, per chissà quanto tempo ancora a gettar veleno sui cinesi.

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