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Ottimismo e pessimismo, scrittura online ed editoria

Ottimismo e pessimismoRapporto fra scrittura online e retribuzione. Tema che rimbalzava anni fa con maggior potenza nella blogosfera, tema che in ogni caso non accenna a diminuire nella sua carica emotiva e non solo nelle menti di chi oggi si sente coinvolto.

 

Dovevano trovare un’altra soluzione. Doveva esserci un modo più semplice, meno laborioso, sospirò. Quando si guardava allo specchio e si vedeva a cinquant’anni, coi capelli grigi, le guance scavate, pensava che forse avrebbe potuto fare di più – con suo marito, i soldi, i libri. Ma da parte sua neppure per un istante rimpiangeva le scelte fatte; non avrebbe voluto evitare le difficoltà, né trascurare i suoi doveri.

Al faro di Virginia Woolf

 

Trovare una soluzione semplice. Per qualche bizzarra ragione spesso accade nel nostro paese che non sia possibile, tuttavia nessuno nega che possa verificarsi la medesima situazione in Cambogia o in Svezia, anzi è sicuro; eppure in Italia, forse per un’insana abitudine alla geremiade forzata, forse perché una velata rassegnazione attraversa ogni settore dell’economia, ci si ritrova a parlare nelle relazioni sociali della necessità di trovare una soluzione semplice, che, meglio chiarire, non significa una scorciatoia, ma una soluzione semplice.   

Per che cosa?

In primo luogo, per il mondo del lavoro, ognuno calato nel suo pertugio peculiare, tanto che sia un segretario d’azienda, quanto un analista di relazioni internazionali o un infermiere. Il lavoro è un problema in Italia, nel senso che manca, è debole, travolto com’è dalle mancanze strutturali decennali e da una visione che comprime i desideri in un contratto che duri il più possibile, di frequente agognato per lungo tempo.

L’inflazione cresciuta negli anni nel nostro paese più che in altri, il debito pubblico che incatena le nuove generazioni, quanti dati si potrebbero citare per esporre con maggior profondità di analisi che il nostro paese è morto? Sì, morto. E il senso di morte pervade il territorio tutto, anche culturalmente. Non sembra che i nostri legislatori – con le dovute differenziazioni – posseggano il sattva indiano, così da trarre la conoscenza del Supremo, al fine di migliorare l’esistenza degli italiani; siamo fra i paesi europei più indebitati, un paese con problemi di disoccupazione enormi, un mercato del lavoro che non si muove, malgrado ciò la dannata classe politica spende e sperpera come nessun’altra. Retorica? No, realtà. Dall’estrema sinistra all’estrema destra mai nessuno dei partiti politici che decida con serietà di includere sul proprio programma politico la diminuzione delle retribuzioni mensili. Un dato oggettivo che dimostra ampiamente quanto la disaffezione dei cittadini italiani verso la politica sta esplodendo anche e soprattutto per il mancato rispetto dei legislatori verso le difficoltà economiche della gran parte del loro elettorato.

 

«Sono un ignorante; ma due o tre cose che so, mi bastano: la prima è che sotto il naso abbiamo la bocca: per mangiare più che per parlare…».

Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

 

Che cosa ci azzeccano i problemi di rapporto fra scrittura online e retribuzione con i disagi economici e i politici del nostro paese? Molto. Tantissimo. Ci siamo talmente abituati negli anni a dubitare di qualsivoglia iniziativa sul territorio italico, vedendoci sempre il marcio, il non detto, la fregatura, stretti come siamo nel nostro cantuccio, lottando ogni giorno per conquistare un rifugio di serenità, che applichiamo senza rendercene conto la stessa operazione di metodo come modus vivendi in ogni aspetto della vita. Presuntuoso utilizzare il noi? Fate un esperimento: chiedete ai vostri conoscenti: «Come va il lavoro?». Ascoltate bene le loro risposte, si parlerà del capo arrogante o del collega stronzo o di chi fa la spia o di chi trova le scorciatoie per una promozione, sempre alla ricerca del marcio, del non detto, della fregatura. Un rapporto conflittuale con *l’altro*, soprattutto nel mondo del lavoro. Perché il lavoro non è corrispondente agli studi fatti o perché il lavoro non è retribuito in maniera dignitosa o perché il contratto è a termine o perché si è disoccupati o cassaintegrati. E almeno *un altro* che non siamo noi ce l’ha fatta o ce la sta facendo. Un’ovvietà nel senso sostanziale, ma quante cattiverie condividendo l’informazione con altri?   

 

Ecco, vivere come i Kadmìn; rallegrarsi di tutto quello che c’era! Saggio è colui che si contenta di poco.

Chi è l’ottimista? Quello che dice: in generale tutto va male, dovunque si sta peggio, noi ancora stiamo bene, siamo stati proprio fortunati. È felice di quello che ha e non si rode.

Chi è il pessimista? Quello che dice: in generale tutto va benissimo, ovunque si sta meglio, soltanto noi, guarda caso, stiamo male. E si tormenta continuamente per la sua sorte.

Padiglione cancro di Aleksandr Isaevič Solženicyn

 

L’esperienza personale mi insegna che l’Italia è un paese ricco di pessimisti e a fasi alterne il sottoscritto non rientra nell’altra categoria. Ma, senza falsi buonismi, perché non pensare che nonostante il paese morto, nonostante le condizioni lavorative drammatiche, nonostante l’arroganza della classe politica, non si possa compiere qualcosa che in primo luogo stupisca il soggetto agente? Un esempio, fra i tanti, del mondo editoriale: Le braci è divenuto nel tempo un longseller strepitoso, però è curioso ritornare agli inizi, quando Calasso lo lesse in lingua francese e nonostante l’anonimato dello scrittore, nonostante l’anacronistica, o meglio, la sorpassata trama e nonostante i motivi per bocciarlo fossero numerosi, egli decise di scommetterci e aveva ragione. Un caso fortunato? Ammettiamo che lo sia stato, ma perché allora non provare? Cos’era che ha spinto Calasso, il pessimismo?

Altro esempio. Quanti giornalisti che magari apprezziamo hanno scritto per anni gratuitamente sui più diversi quotidiani quando ancora non esisteva internet? La maggior parte o la quasi totalità. Conosco non poche persone in tale ambito e alcuni di loro oggi penne di primo piano su quotidiani e riviste di respiro nazionale mi raccontano non di rado la medesima storia, con momenti di tenera nostalgia, ovvero gli anni trascorsi a inseguire un obiettivo, un posto fra i colleghi già “sistemati” nella redazione, scrivendo articoli su articoli. Cos’era che ha spinto queste persone, il pessimismo?

Sia chiaro, non è soltanto una questione di pessimismo od ottimismo, ci mancherebbe, ma è importante evidenziarlo, perché l’ottimismo non è di destra o di sinistra come qualche genio della contemporaneità vorrebbe fare credere, bensì una componente che trova le sue radici nel nostro individuale incontro/scontro con la percezione di quanto ci circonda, influenzando scelte e comportamenti, giorno per giorno.

La prossima settimana parlerò ancora del rapporto fra scrittura online e retribuzione. Voleva essere una premessa, questa. Alla ricerca dei nodi veri, non deboli; alla ricerca dei punti di vista importanti. Forse i problemi sono a monte, nell’editoria italiana.  

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