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Omaggio ad Antonio Tabucchi

Antonio TabucchiSei mesi fa, il 26 marzo, a causa dell’ormai proverbiale “male incurabile”, ci lasciava prematuramente in quel di Lisbona, la città dove in parte viveva e che tanto amava, Antonio Tabucchi, indiscutibile maestro di letteratura italiana ed europea in odore di Nobel.

Pisano di nascita, avrebbe compiuto sessantanove anni oggi, 24 settembre, con ancora tanta passione civile e politica e numerosi progetti da realizzare, da «acerrimo amico della vita» qual era (devo l’ardita connotazione a Ernesto Ferrero).

Di uno di questi progetti ci dà conto, sul Corriere della Sera del 29 marzo scorso, lo scrittore ebreo rumeno Norman Manea, emigrato negli Stati Uniti nel 1986 per scampare al bavaglio della censura del regime di Ceausescu: «(Con Tabucchi) abbiamo viaggiato insieme da Bucarest a Suceava e di là a Sighet, a Sibiu, nella valle dell'Olt e a Curtea de Arges, e in ciascuno di questi luoghi la memoria si è caricata dell'esuberanza della comunione di idee e affetti. Avevamo intenzione di scrivere insieme un libro sulla visita in Romania, nel quale dovevamo evocare anche il modo in cui si erano svolte, in luoghi e circostanze diversi, la fanciullezza e la giovinezza e gran parte della maturità di ciascuno di noi, in un'Europa uscita dall'incubo nazista, avida di rigenerazione e preda di illusioni di ogni genere, nell'Ovest animato dalle possibilità della prosperità e dagli ideali del progresso e nell'Est irrigidito dal dogma dell'umanesimo divenuto retorica della dittatura.» Un progetto impostato e ridiscusso, con l’impegno che «nel nostro futuro incontro parigino dell'autunno del 2012 si sarebbe concretato». E invece… Conclude infatti lo scrittore rumeno, inchinandosi al mistero della morte con stupore misto a rimpianto:«Avevo qualche dubbio sulla mia vitalità, nessuno sulla sua longevità.»

Sì, Antonio Tabucchi era malato da tempo, ma nulla faceva presagire la sua morte imminente. Era uno di quei personaggi che si vorrebbe non se ne andassero mai, animati come sono da «una grande ragione», per dirla con il suo adorato poeta Fernando Pessoa, del quale fu ineguagliabile conoscitore, diffusore, interprete e critico.

Questo testimonia, fra gli altri, Dacia Maraini, in uno splendido articolo pubblicato anch’esso sul Corriere della Sera (10 aprile 2012), nel quale la scrittrice evidenzia altresì l’apparente contraddittorietà dell’autore fra la sua attrazione per il mistero e l’indicibile e l’attenzione ai mali del suo tempo («… così pronto a indignarsi, a criticare»).

Non a caso, l’anno della consacrazione di Tabucchi come scrittore è il 1994, il medesimo della “discesa in campo” nella politica italiana di Silvio Berlusconi.

È infatti l’anno della pubblicazione de Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Sellerio), ma soprattutto,presso Feltrinelli, di Sostiene Pereira, vincitore del Premio Campiello, del Premio Scanno e del Premio Jean Monnet per la Letteratura Europea. Un romanzo ambientato nella Lisbona salazarista del 1938, il cui protagonistaassurge a simbolo della difesa della libertà d'informazione per gli oppositori politici di tutti i regimi antidemocratici.

Il libro ha il sottotitolo significativo: Una testimonianza. Ed infatti il sintagma "Sostiene Pereira", che inizia e conclude il romanzo, viene reiterato costantemente nel corso della narrazione, come se all'autore, per inverare la sua opera al di là della finzione letteraria, fosse dato il compito di raccogliere una deposizione: la testimonianza, appunto, del suo protagonista.

La risonanza di questo libro fu subito vasta, al punto di aggregare l’opposizione contro il magnate mediatico durante la campagna elettorale, a fronte del palese conflitto d’interessi che si prospettava. E l’onda lunga del successo del romanzo si estese al grande pubblico nel 1995, ad opera delregista Roberto Faenza (anche lui, curiosamente, come Tabucchi,per il coraggio delle sue idee “esule” a lungo dall’Italia), il qualene trasse il film omonimo, affidando la parte di Pereira al grande Marcello Mastroianni

Dal 1994, insomma, le idee politiche di Tabucchi, che pur già avevano trovato espressione nelle precedenti opere, divennero più esplicite e universalmente note, e sostenute con maggiore arditezza e brillante vis polemica anche nella quotidianità giornalistica, concentrandosi sul fenomeno sociale e politico del “berlusconismo”, anomalo per qualsiasi democrazia, sì da non fare sconti neppure alla sinistra (rimando, fra tanti, all’articolo di Marco Travaglio, Tabucchi, uomo libero, pubblicato subito a ridosso della morte dello scrittore sul “Fatto Quotidiano”, foglio al quale egli collaborò fin dall’atto della sua fondazione, nel 2009).

Ma voglio terminare questo breve e certo insufficiente omaggio con la sua voce, registrata in un’intervista televisiva sulla libertà di stampa in Italia, che egli rilasciò nel 2010 in lingua spagnola all’olandese RNW, Radio Nederland. Vale la pena, per il popolo del web, dedicare un buon quarto d’ora a questo video, dove Tabucchi sciorina senza ipocrisie, in un’analisi lucidissima, i guai del nostro presente, e che per me rappresenta “l’instant décisif” dell’autore, per dirla con il grandissimo fotografo Henri Cartier-Bresson, a lui tanto caro.

Afferma Cartier-Bresson: «Per me una sola cosa conta: l’istante e l’eternità, l’eternità che, come la linea dell’orizzonte, non smette di arretrare.» Ed è ciò che, credo, avrebbe sottoscritto anche Antonio Tabucchi, scrittore italiano di fama internazionale (tradotto in quaranta lingue), che tutti, a distanza di sei mesi, ancora e forse più rimpiangiamo.

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