Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

14 scrittori famosi e le loro ultime parole

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Come realizzare i propri desideri. I consigli di Bruce Lee

Olocausto e nazismo, perché l'Europa ha voluto dimenticare? Intervista a Guido Caldiron

Olocauso e nazismo, perché l'Europa ha voluto dimenticare? Intervista a Guido CaldironParlare oggi di Olocausto e nazismo significa fare i conti anche con i continui tentativi di diminuirne la portata sia in una prospettiva di minimizzazione degli eventi sia attraverso azioni orientate esplicitamente da teorie negazioniste.

Aspetti di cui abbiamo discusso con Guido Caldiron, giornalista de «Il Manifesto» e di «Micromega» e tra i più importanti studiosi delle nuove destre in Europa, autore de I segreti del quarto Reich. La fuga dei criminali nazisti e la rete internazionale che li ha protetti, edito questo mese da Newton Compton.

 

Dinanzi alle questioni poste dall’analisi e dalla riflessione sulla Shoah, ci si imbatte sempre più spesso in tentativi di minimizzazione e/o di negazione. È un modo per archiviare questa parte del passato europeo, oppure il primo passo per una sua rinascita?

Per rispondere compiutamente a questa domanda si deve tener conto del fatto che i primi negazionisti furono proprio i nazisti e i loro complici in tutta Europa che cercarono di cancellare in ogni modo le prove dell'Olocausto: addirittura al processo di Norimberga alcuni dei più alti dignitari del Terzo Reich arrivarono a negare di essere stati a conoscenza del progetto di genocidio degli ebrei d'Europa che era stato scientificamente elaborato fin dalla seconda metà degli anni Trenta dai vertici del potere nazionalsocialista. E negli anni del dopoguerra, tra coloro che hanno pubblicato dei testi che negano che la Shoah sia mai avvenuta ci sono figure come quella di Léon Degrelle, l'ex capo dei fascisti belgi che aveva combattuto sul fronte dell'Est come ufficiale delle Waffen SS, macchiandosi di crimini contro la popolazione civile, e di cui Hitler aveva detto «se avessi un figlio vorrei che fosse come lui», che dopo il 1945, e fino agli anni Novanta, sarà una figura di riferimento dell'internazionale neonazista e negazionista. Allo stesso modo, dalle pagine della rivista «Der Weg», che venne pubblicata in Argentina da alcuni reduci dell'Europa hitleriana fino al 1958 e costituì il primo nucleo "transnazionale" di nostalgici fascisti e nazisti, il negazionismo si accompagnava all'apologia dei regimi dittatoriali sconfitti nel 1945.

Perciò, la strategia che mira a minimizzare o a negare del tutto la Shoah ha come obiettivo primario quello di tentare di cancellare il marchio di ignominia e di orrore che ha bollato per sempre l'ideologia che portò alla barbarie di Auschwitz e i regimi e le forze politiche che in varie parti d'Europa vi si ispiravano e i cui membri presero parte a vario titolo all'impresa di morte nazista. Infatti, dopo aver cercato di presentarsi, senza averne nella maggior parte dei casi alcun titolo, come dei "ricercatori indipendenti", gran parte di coloro che alimentano questo circuito ha gettato la maschera, rivelando la propria appartenenza o vicinanza all'estrema destra quando non al neonazismo duro e puro. Mentre in tutto l'Occidente crescono nuovi imprenditori politici dell'intolleranza e dell'odio, si deve avere ben presente a cosa mira chi tenta di mettere in discussione la stessa esistenza dei campi di sterminio nazisti. In questo caso la memoria è un valido strumento per combattere i pericoli odierni.

Olocauso e nazismo, perché l'Europa ha voluto dimenticare? Intervista a Guido Caldiron

Parafrasando Simon Wiesenthal, lei afferma che, da “vinti”, molti nazisti e fascisti si sono trasformati per certi versi in “vincitori” della Storia. Quali sono le cause di questo processo? E sono individuabili dei responsabili precisi?

Lui stesso un ex deportato, Simon Wiesenthal si era dato l'obiettivo di dare la caccia ai criminali nazisti e ai loro collaboratori che dopo il 1945 si erano sottratti, e a volte vi riusciranno per tutta la vita, alla giustizia. A questo scopo aveva iniziato fin dalle prime settimane successive alla liberazione ad accumulare documenti e a raccogliere le testimonianze di altri sopravvissuti alla Shoah. Questo ruolo gli consentirà anni dopo di tracciare un bilancio di come le cose erano realmente andate nel dopoguerra e di constatare come l'impunità di cui avevano goduto molti ex nazisti e collaborazionisti di tutta Europa ne aveva fatto più che gli sconfitti i "veri" vincitori del conflitto. Non si trattava solo di un paradosso retorico efficace, tale da richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica su queste vicende, ma di una sorta di fotografia della realtà. Il progressivo imporsi del nuovo clima politico internazionale che andrà sotto il nome di Guerra Fredda, aveva infatti reso per molti versi "superato" se non addirittura controproducente già dopo i primi processi di Norimberga, tra la fine del 1945 e il 1946, agli occhi delle maggiori potenze occidentali, e su tutti gli Stati Uniti, l'obiettivo di perseguire i nazisti e i loro alleati appena sconfitti militarmente. L'alleanza antifascista internazionale che aveva portato alla sconfitta di Hitler e Mussolini, e del fascismo imperiale giapponese, non aveva più ragion d'essere se Usa e Urss che ne erano stati i principali protagonisti erano diventati degli avversari: e questo non solo dopo il 1945, ma già mentre la seconda guerra mondiale ancora si combatteva sul campo. Come notava il compianto storicoTony Judt, finché la Germania rimaseil nemico da battere, «fu facile mettere da parte i profondi antagonismi e le controversie che separavano l’Urss dagli Alleati, ma essi rimasero. Quattro anni di diffidente collaborazione in una battaglia per la vita o la morte contro un comune nemico non erano riusciti a far dimenticare quasi trent’anni di sospetti reciproci. La verità è che in Europa la Guerra Fredda iniziò non dopo il secondo conflitto mondiale, ma subito dopo la fine del Primo». In questo contesto, nazisti e fascisti appena sconfitti divennero agli occhi di una parte consistente dell'establishment occidentale, e certamente dei vertici dei servizi di intelligence, dei possibili alleati, grazie alle conoscenze accumulate durante il conflitto appena concluso, nel nuovo scontro tra ovest ed est che veniva combattuto in nome dell'anticomunismo. Del resto, i nazisti avevano perseguito, dal loro punto di vista, oltre che una guerra razziale, anche una lotta all'ultimo sangue contro "il bolscevismo", come noteràl'ex responsabile del servizio segreto dell’esercito del Terzo Reich, l'Abwehr, in Europa orientale, Reinhard Gehlen, che in virtù della sua esperienza maturata durante il nazismo diverrà nel dopoguerra il primo capo dell'intelligence della nuova Repubblica federale tedesca.

Olocauso e nazismo, perché l'Europa ha voluto dimenticare? Intervista a Guido Caldiron

Analizzando l’insieme di azioni messe in campo per supportare la fuga dei criminali nazisti e la loro protezione nell’anonimato, lei scrive che fu «l’esito di scelte politiche precise, il risultato di decisioni assunte più o meno pubblicamente da uomini di Stato e da religiosi». Perché, a suo avviso, vi fu una tale sinergia di forze trasversali? Da quali propositi furono animate?

Se i vertici politici e militari dell'Occidente ritenevano che i Paesi europei, a cominciare da Germania e Austria, ma anche dal nostro Paese, dovessero essere rapidamente riorganizzati nella nuova alleanza antisovietica e perciò si dovesse archiviare il capitolo della ricerca dei colpevoli dei crimini nazisti – per questo motivo l'opera di denazificazione fu superficiale e durò solo per alcuni anni –, negli ambienti della Chiesa cattolica, che aveva appoggiato apertamente alcuni dei regimi collaborazionisti dell'Est e sostenuto almeno in parte Mussolini, si era fatta largo l'idea che la "minaccia comunista" fosse il pericolo maggiore da cui, finita la guerra, ci si doveva difendere. Questo, mentre in Paesi importanti dell'America latina, come l'Argentina, o del Medioriente, come l'Egitto, regimi totalitari che avevano guardato per vari motivi con simpatia alle forze dell'Asse si candidarono ad accogliere i nazisti in fuga e spesso ad utilizzarne le competenze, specie in materia di repressione della popolazione civile e di controllo delle masse popolari, per i propri fini. Inoltre, si deve considerare come le ideologie razziste che avevano alimento i fascismi europei, e su tutte l'antisemitismo, avevano goduto di un seguito di massa. Perciò nell'Europa del dopoguerra c'erano milioni di persone, anche coloro che non si erano macchiati personalmente di alcun crimine, che nell'assolvere gli ex nazisti dai propri crimini assolvevano in realtà sé stesse dal fatto di aver tributato un tale consenso a quello come a simili regimi. Il primo campo di concentramento che i nazisti inaugurarono una volta saliti al potere nel 1933 fu quello di Dachau che sorgeva nella prima periferia di Monaco di Baviera non lontano da alcuni quartieri popolari. Dopo il 1945 coloro che abitavano da quelli parti si devono essere detti che continuare a indagare su quanto era accaduto in simili luoghi dell'orrore non gli avrebbe mai consentito di tornare a una vita normale, dimenticando la propria responsabilità morale in quanto era accaduto. Dopo i processi di Norimberga, malgrado alcuni giudici continueranno a indagare, l'amnesia in Germania sarebbe durata fino al 1961 e alla cattura di Adolf Eichmann in Argentina da parte di un commando israeliano e il successivo processo cui fu sottoposto nello Stato ebraico. Da quel momento le nuove generazioni avrebbero cominciato a chiedere conto della storia dei padri e delle responsabilità che anche tanti "tedeschi ordinari" avevano avuto nello sterminio.

[I servizi di Sul Romanzo Agenzia Letteraria: Editoriali, Web ed Eventi.

Leggete le nostre pubblicazioni

Seguiteci su Facebook, Twitter, Google+, Pinterest e YouTube]

Olocauso e nazismo, perché l'Europa ha voluto dimenticare? Intervista a Guido Caldiron

E l’Italia? Prese parte anch’essa a tale copertura?

Nel caso del nostro Paese le cose andarono per molti versi ancora peggio, nel senso che gli Alleati, preoccupati soprattutto della forte componente comunista e socialista presente nella Resistenza, decisero che in Italia non ci sarebbe stato nessun processo di Norimberga contro i gerarchi del regime fascista e della Repubblica sociale italiana che ne rappresentò il tragico epilogo. Una scelta inspiegabile se si pensa che Roma era stata alleata di Berlino e Tokio e che in Germania e Giappone si decise di svolgere processi ai vertici dello stato non tanto per accertare le responsabilità dei singoli gerarchi, quanto piuttosto per sancire il carattere storico della sconfitta dei fascismi e dei crimini di cui si erano macchiati quei regimi. Da noi, complice il fatto che Mussolini era caduto per decisione del Gran consiglio del fascismo e della monarchia, che cercavano una pace separata dai tedeschi con gli anglo-americani, si finse di ritenere che il Paese non aveva bisogno di un esame di coscienza collettivo come sarebbe stato quello di un grande processo che avesse visto alla sbarra dignitari fascisti e militari, funzionari dello Stato e ideologi del regime. Da quella che gli storici hanno definito come "la mancata Norimberga italiana" deriva il fatto che il nostro Paese si sia sostanzialmente auto-assolto dalle proprie colpe e che nessuno abbia mai pagato per le Leggi razziali e per le migliaia di ebrei italiani e stranieri deportati dal nostro territorio verso i campi di sterminio, come per le stragi compiute in Africa o nei Balcani e in Grecia da parte dei nostri militari o dai battaglioni delle camicie nere. Del resto già nel 1946 ai fascisti sconfitti fu consentito di organizzarsi in un partito politico legale, il Msi, e figure del calibro di Junio Valerio Borghese che aveva gestito la repressione anti-partigiana, e contro la popolazione civile insieme ai nazisti nel nordest del Paese, guidando la X Mas a Salò, avranno un ruolo di primo piano in alcune delle pagine più oscure della storia repubblicana ancora negli anni Sessanta e Settanta. E ancora oggi c'è chi ritiene, come ha fatto alcuni anni fa l'amministrazione comunale di un piccolo comune del Lazio, che si possa celebrare come un "eroe" il generale Rodolfo Graziani che fu ministro della guerra della Rsi e che in Africa è considerato un "criminale di guerra" per gli eccidi compiuti dagli italiani.

Olocauso e nazismo, perché l'Europa ha voluto dimenticare? Intervista a Guido Caldiron

Lei si sofferma molto sul ruolo ambiguo della Chiesa sia durante la seconda guerra mondiale sia dopo. È possibile giungere a una valutazione dell’incidenza di tale ruolo sul successo del nazismo e sulla capillarità della rete di protezione di cui godettero in seguito i maggiori responsabili?

Alcuni storici sono arrivati a definire Pio XII come “il Papa di Hitler” per i suoi "silenzi" sull'Olocausto e per il fatto che non prese pubblicamente posizione contro i nazisti quando ciò, visto il ruolo morale e l'autorevolezza della Chiesa, avrebbe forse potuto se non fermare perlomeno rallentare la macchina di morte del Terzo Reich. Sul tema è ancora aperto un serrato dibattito internazionale. Quello che è però già certo, come ha ricordato di recente lo storico austriaco Gerald Steinacher è come sia «innegabile che alcuni organi vaticani ebbero un ruolo fondamentale nel contribuire a far fuggire i nazisti dopo la guerra». Come detto, alcuni regimi fascisti come quello croato e quello slovacco su tutti avevano avuto stretti legami con il Vaticano e dei sacerdoti vi avevano giocato un ruolo di primo piano. Inoltre, in alcuni ambienti della Chiesa tedesca e austriaca il nazismo e il fascismo erano visti prima di tutto come una difesa contro il comunismo: il pericolo che all'epoca il mondo cattolico temeva prima di ogni altro. Fu così che alcuni sacerdoti che lavoravano nell'ambito delle strutture create dal Vaticano per assistere i profughi nell'immediato dopoguerra finirono in realtà molto spesso per aiutare nella loro fuga i criminali di guerra nazisti e i collaborazionisti dell'est. Il vescovo austriaco Alois Hudal, un nazista convinto che aveva pubblicato anche un libro in cui sosteneva la necessità di un incontro tra la dottrina cattolica e il nazionalsocialismo, che lavora a stretto contatto con il vicesegretario di Stato vaticano Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, fu così all'origine a Roma della cosidetta "ratline", la via di fuga verso l'America Latina che sarà seguita da migliaia di criminali del Terzo Reich tra cui Eichmann, Mengele e Priebke. Dell'attività di Hudal i vertici vaticani non potevano perciò essere all'oscuro. Più in generale, come ha spiegato il più noto "cacciatore di nazisti", Simon Wiesenthal, è «probabile che la Chiesa fosse divisa: da una parte preti e frati che in Hitler avevano riconosciuto l’anticristo e verso gli ebrei avevano esercitato la carità cristiana e, dall’altra, quelli che nei nazisti vedevano una forza d’ordine nella lotta contro la decadenza dei costumi e il bolscevismo. I primi hanno potuto tener nascosti gli ebrei durante la guerra, i secondi i nazisti dopo la guerra».

Olocauso e nazismo, perché l'Europa ha voluto dimenticare? Intervista a Guido Caldiron

Perché, secondo lei, a un certo punto si è preferito dimenticare, quasi archiviare questa parte della storia d’Europa?

Le necessità della Guerra Fredda hanno reso progressivamente sempre più scomodo indagare sul recente passato di popoli e Paesi che si erano nel frattempo trasformati nei più fedeli alleati dell'Occidente contro la minaccia sovietica. Perciò la ricerca di questo o quel criminale nazista si ridusse rapidamente a un fenomeno isolato e sempre più raro. Ma, contemporaneamente, non si poteva rivelare all'opinione pubblica che le potenze democratiche che avevano sconfitto il fascismo in Europa e in Asia avevano scelto in molti casi di scendere a patti con quegli stessi fascisti dopo il 1945. Si è spesso guardato al fenomeno della fuga dei nazisti e alle protezioni di cui hanno potuto godere a lungo come a una sorta di "complotto". In realtà si è trattato di una delle conseguenze del clima internazionale scaturito dalla fine della guerra mondiale e dai nuovi assetti di potere e le nuove alleanze che scaturirono da ciò. Segreti sono rimasti per oltre mezzo secolo, fino all'apertura degli archivi argentini e statunitensi, mentre si attende ancora l'apertura di quelli vaticani relativi al periodo, alcuni degli aspetti concreti di queste fughe, ma il contesto politico e i protagonisti sono noti da tempo. Solo che come detto, nessuno si è fino ad ora intestato la responsabilità di aver aiutato criminali dalle mani ancora insanguinate a mettersi in salvo o a rifarsi una vita serena lontano dall'Europa. Per lo stesso motivo, i nostri libri di storia si fermano al 1945 e decretano l'epilogo della vicenda nazista con il processo di Norimberga, dimenticando che dopo di allora in varie parti del mondo è esistito un Quarto reich formato dai numerosi fuggiti dell'Europa di Hitler che si erano messi in salvo, dai loro complici e dai loro sostenitori. Una storia che da questo punto di vista resta ancora tutta da scrivere.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori.

Il tuo voto: Nessuno Media: 5 (2 voti)
Tag:

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.