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“Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace” di D. T. Max

D.T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster WallaceUn ragazzo che va in giro con racchetta e asciugamano per simulare che il copioso sudore dovuto a una crisi di panico derivi dall’aver appena giocato a tennis. Il tatuaggio con un cuore e la scritta Mary, la donna amata un tempo, cancellata da una riga e un asterisco, ripetuto più in basso con una nuova scritta Karen, trasformando il braccio in una nota a piè di pagina pulsante. Sono solo due delle tante istantanee restituiteci dalla bella e interessante biografia di uno degli autori più amati, non sempre più letti, della letteratura contemporanea: Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace, opera del giornalista statunitense D. T. Max (Einaudi, 2013, traduzione di Alessandro Mari).

Una lettura “dolorosissima”la definisce giustamente un altro astro della letteratura USA, Dave Eggers (suscitò, invece, alla sua pubblicazione risentiti tweet di Bret Easton Ellis), non quanto quella delle opere di Wallace, ma di certo emotivamente intensa e intellettualmente coinvolgente. Un documentato e preciso viaggio nel lavoro e nella mente di DFW, dal complicato rapporto con la madre alle avventure sentimentali, dai dilemmi della scrittura alle vicissitudini dell’insegnamento universitario, dall’influenza della TV alle passioni sportive, dai primi modelli letterari, come Pynchon e Barth, all’amicizia con Franzen e l’intenso scambio epistolare con DeLillo all’amore per Dostoevskij.

La biografia di Max è completa senza essere pedante, dettagliata e mai noiosa, arricchita dai materiali conservati presso l’università di Austin e dai numerosi colloqui che l’autore ha intrattenuto con parenti e amici dello scrittore: ci introduce nel laboratorio dello scrittore, con tutto il suo travagliatissimo iter creativo e redazionale, dal decidere cosa scrivere e come scriverlo ai faticosi corpo a corpo con gli editor.

David Foster Wallace è diventato, ancora di più dopo il suicidio, un autore di culto e questa biografia ce lo mostra in tutta la sua genialità e complessità intellettuale, ma anche in tutta la sua fragilità umana, negli incontri di riabilitazione e nei tentativi di disintossicazione, fino all’ultimo estremo tentativo di eliminare del tutto gli psicofarmaci che invece lo portò nel garage in cui lo trovò impiccato sua moglie. Se DFW, con i suoi racconti – La ragazza dai capelli strani (tanti e interessanti i passaggi dedicati alla composizione e ai ripensamenti sul famoso Piccoli animali senza espressione) e Brevi interviste con uomini schifosi tra gli altri, i tre romanzi – La scopa del sistema, Infinite Jest, il postumo Il re pallido –, i numerosi saggi e reportage (tra i più celebri quello su una crociera di lusso Una cosa divertente che non farò mai più), ha ancora così tanto da dirci e ce lo dice così bene è perché, con quella che Max definisce “vocazione massimalista”, è riuscito a universalizzare le proprie nevrosi e a raccontarci l’epoca in cui viviamo con una potenza non comune, a mostrarci quel dolore che, come scrive in uno dei racconti, «condividevamo [...] anche se nessuno dei due lo sapeva», quel bisogno di vicinanza che sempre più a fondo permea le nostre vite di individui always on, come usa dire, perennemente collegati online eppure intimamente disconnessi, ed è un autore che è riuscito nel suo intento di far «palpitare le teste come cuori».

Wallace emerge da questa biografia come uno degli autori più consapevoli del “mestiere di scrivere”, filosoficamente preparato, figlio egli stesso di uno degli ultimi allievi di Wittgenstein, così presente nel suo primo romanzo, e nutrito di serie letture dei teorici della letteratura, alla costante ricerca di un modo di scrivere innovativo ed efficace: insoddisfatto del  minimalismo, inizialmente ammiratore del postmodernismo per poi superarlo e arrivare, nelle parole del biografo, a “un realismo non banale ma sincero per un mondo che non era più reale”, ha sperimentato plurime soluzioni di scrittura conquistandosi un posto di rilievo nella letteratura occidentale degli ultimi decenni.

Una biografia che sarà un’appassionante immersione per chi ama DFW e un’utile guida per chi non lo conoscee potrà farsi affascinare da colui che ha tentato di raccontare «un’epoca sospesa fra esaurimento e pienezza, fra input troppo banali da elaborare e input troppo intensi da sopportare», che scriveva implorante alla sua agente «ti prego non dimenticarmi», che si è suicidato non per mancanza di voglia di vivere, ma per il desiderio non realizzato di viverla più intensamente, senza Nardil o altri supporti chimici, l’autore dell’opera mondo Infinite Jest, milleduecento pagine di racconto più cento di fitte note, che pensava che «scrivere roba sulla vita vera è quasi impossibile, semplicemente perché è troppa!». Un genio, ma pur sempre «un fottuto essere umano».

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Commenti

Una splendida biografia dello scrittore più amato e ammirato e meno letto del nostro tempo.

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