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Ofelia Prodan: la giovane poesia romena

Ofelia Prodan«Confesso di essere una disadattata. Per me, la realtà è come un guscio d’uovo che mi sostiene, ma dentro vivo isolata. Non esiste, però, un isolamento perfetto e spesso giungono gli shock esterni ai quali si aggiungono tensioni interiori». Spiega così Ofelia Prodan il processo creativo che la spinge a scrivere poesia. Tante poesie. Quattro volumi in un solo anno. E un successo di pubblico davvero notevole.

Ho avuto modo di incontrare Ofelia personalmente, durante MigrAmore, un evento letterario promosso dall’A.D.R.I. (l’Associazione delle Donne Romene in Italia) e svoltosi a Milano. Era appena arrivata dalla Romania, stanca e in attesa di un altro volo, verso la Sardegna. Ho colto la stanchezza solo quando me l’ha confessata, perché mentre recitava i propri versi, in romeno, nonostante la platea italiana ma ugualmente rapita, aveva un’aria fresca ed energica. Ho dato voce, poi, su richiesta, alle traduzioni in italiano. E sono rimasta affascinata dalla poesia della Prodan, alla stessa stregua del pubblico presente.

Scrive versi taglienti, Ofelia, ricchi di riflessioni, sorprendenti, alcuni, addirittura, ti costringono a fermarti, rileggere, ripensare… Ritrovarti nelle rughe di espressione di un qualche personaggio. «Nella nostra società ai folli è proibito di essere folli. Sono stigmatizzati. Essi devono pensare bene, normalmente, benché nessuno sappia definire questo normalmente. Il piccolo Rapan, di cui parlo, è il pazzo che si crede il nuovo Messia, insegnando il diritto alla follia. Non scordiamoci che nell’antichità, i folli erano visti come una specie di santi. Essi hanno accesso a mondi che noi intuiamo appena. Agli scrittori accade qualcosa di simile. In apparenza, conducono una vita normale. Ma dentro di loro esiste un mondo completamente diverso da quello esteriore, un mondo che cresce gradualmente, come un embrione, fino a quando, inevitabilmente, richiede il diritto alla vita».

Ha iniziato a scrivere per gioco, ha continuato a giocare e gioca anche ora. E gioca abilmente con le parole, con i significati, con le immagini, con i personaggi, creando nuovi mondi, forse folli, e nuove prospettive, forse folli anche queste. Ma anche reazioni ad ancestrali timori superstiziosi, come nella poesia Il gatto nero, dove racconta: «In una splendida sera d’autunno camminavo saltellando contenta con un grappolo d’uva gigante nella mano sinistra. di tanto in tanto lanciavo un acino in bocca. era così dolce e aromatico che mi scioglievo dal piacere. ne stavo proprio centellinavo uno quando vidi un gatto nero con gli occhi gialli spaventosi pronto a tagliarmi la strada. guardavo negli occhi il gatto e sentivo come mi assaliva la paura. e se mi tagliasse la strada? se dovessi avere grande sfortuna? e se mi dovessi beccare un accidenti? il gatto mi guardava negli occhi con una zampina in aria, preparandosi a tagliarmi la strada. ero quasi paralizzato, quando all’improvviso mi colse una cruenta disperazione e feci un passo minaccioso verso il gatto, poi ancora uno e un altro ancora, fino a tagliargli io la strada».

 

 

 

Ofelia Prodan (Urziceni, 1976) ha esordito con il volume Elefantul din patul meu (Edizioni Vinea) e ha ricevuto il premio per l’esordio dell’Associazione degli Scrittori di Bucarest e della rivista Luceafarul. Ha pubblicato: Cartea unica (Edizioni Brumar); Invincibili (Edizioni Vinea); Ruleta cu nebun (Edizioni Vinea); In trei zile lumea va fi divorata (Edizioni Paralela 45); Ulise si jocul de sah/Ulysses and the game of chess (Edizioni Charmides). Ha partecipato a letture pubbliche in Romania, Spagna, Germania e Italia e i suoi componimenti sono apparsi in riviste spagnole, francesi e belghe. È membro dell’Unione Scrittori Romeni.

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