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“Novemila giorni e una sola notte” di Jessica Brockmole

Jessica Brockmole, Novemila giorni e una sola notteNon sono le intuizioni formali di cospicua apprezzabilità a difettare in quello che è stato acclamato come un caso editoriale a livello mondiale. Tutt’altro. Decidendo per un modello tutto sommato periferico nel contesto della narrativa contemporanea – il romanzo epistolare puro – l’autrice esordiente Jessica Brockmole si fa carico, in questo Novemila giorni e una sola notte (Editrice Nord, 2013, traduzione italiana di Irene Annoni), di responsabilità narratologiche che pochi esordienti avrebbero saputo gestire con la medesima attenzione, destrezza, inclusa una dosa di sensibilità che non ci sta mai male.
E lo fa senza scarti o esitazioni, narrandoci l’amore tra la semisconosciuta poetessa (sposata) Elspeth - che non aveva mai preso un traghetto in vita sua nemmeno per attraversare il lembo di mare che separa la “sua” natia isola di Skye (luogo fisico e contemporaneamente  evanescente, irreale, mitico) dalla  Scozia –  e l’estroso, volubile, stravagante studente americano David, inaspettatamente «il suo più grande fan», scoprendo, a sue spese, che la fragilità è la cifra stessa della libertà.
Il loro è un amore che nasce, si sviluppa, muore, rinasce, si perde e poi ritorna, lentamente, nell’arco di più di vent’anni e due Guerre Mondiali (novemila giorni appunto), un sentimento che si forma e si trasforma nelle pieghe (non solo traslate) delle lettere che si scambiano, in un febbrile crescendo che segue l’impetuoso gonfiarsi dell’impulso, dell’attrazione, della passione.

Ma ecco, paradossalmente, se c’è una debolezza narrativa nel romanzo, essa risiede proprio nella sua forma: l’equivoco, se di equivoco si può parlare, nasce dalla confusione tra estetica e psicologia, con i personaggi schiacciati in una sorta di pseudo-realismo che soddisfa solo l’illusione dell’istanza narrante, senza rivelare l’intera gamma di sfumature sensoriali che un romanzo dovrebbe saper regalare al proprio lettore.
Tutto resta solo sulla carta e nell’inchiostro, riversato in parole troppo spesso anempatiche all’interno di una scelta diegetica dalla quale, al contrario, ci si aspetterebbe un’intensa espressività e una congrua eloquenza, e con esse un’atmosfera rarefatta, quasi epica, quantomeno lirica (e Elspeth, del resto, è una poetessa…).

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Jessica BrockmoleL’amore, i rapporti famigliari, le illusioni e le disillusioni, la Storia e le storie, le dinamiche che raddoppiano (Elspeth e David/ Margareth e Paul), i colpi di scena, le descrizioni, le rappresentazioni, le emozioni, la gioia, il dolore, lo slancio eroico o impulsivo che sia, le attese, le paure, ogni cosa appare come compressa, dominata, ridotta alle sole lettere, o biglietti, cartoline, telegrammi spediti e ricevuti ma quasi senza partecipazione e trasporto, documento e non memento. Una semi-ipertrofia di parole talvolta più interstiziali che realmente funzionali, di firme in calce senza volto né corpo (protagonisti inclusi), bloccate, inibite, rapite e sottratte allo spirito del tempo e dello spazio esperito per essere collocate in un altrove spazio-temporale inevitabilmente bidimensionale.

Tra spazio e tempo manca la terza dimensione del romanzo: la drammatizzazione, la consistenza e l’espansione delle strutture diegetiche, gli eventi, le azioni, le testimonianze, le rappresentazioni, l’orizzonte e l’intreccio delle vite dei personaggi, per non parlare degli stessi processi rammemorativi e dialogici che qui emergono statici, sequenze sostanzialmente indipendenti, condizionanti persino le immagini analogico-metaforiche altrimenti ben evocate.

Non è l’intuizione narratologica a difettare, dunque, nei Novemila giorni e una sola notte della Brockmole. Non è la scelta di una forma abilmente ripescata dalla tradizione senza scalfirne l’integrità, aggiornandone velleitariamente la funzione. È piuttosto il venir meno, nella scrittura, di quel certo pathos capace di creare complicità ed emozioni autentiche in chi legge, un ideale dinamismo visionario, indispensabile al romanzo che non può essere solo “letto”, ma deve anzi essere “visto”, ancorché filtrato dalla percezione e dalla fantasia del lettore. Per essere davvero vissuto.

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