Come leggere un libro

Intervista a Nicholas Sparks, ecco come nascono i suoi romanzi

In cucina con Leonardo da Vinci, cuoco provetto

Perché è importante leggere

“Notturno cileno” di Roberto Bolaño, la cognizione sudamericana del dolore

“Notturno cileno” di Roberto Bolaño, la cognizione sudamericana del doloreIl Cile di Augusto Pinochet, insieme alle altre dittature militari del Sudamerica, è stato, nel secolo scorso, uno dei laboratori più violenti e crudeli dell’applicazione del Male sul pianeta Terra. Non è un caso che provengano da lì due suoi spietati indagatori: Roberto Bolaño e Pablo Larraín, il regista, già autore di film durissimi sugli anni della dittatura (uno per tutti, Tony Manero), che è tardivamente sugli schermi italiani con El Club, pellicola “Orso d’Argento” a Berlino l’anno scorso, che ha per tema lo scandalo dei preti pedofili. Nelle librerie è invece da poco riapparso Notturno cileno, ripubblicato da Adelphi, come tutta l’opera dello scrittore cileno, nella nuova traduzione di Ilide Carmignani.

Roberto Bolaño, morto troppo presto a cinquant’anni, in attesa di un trapianto di fegato, e autore di capolavori come I detective selvaggi o 2666, ha definito le sue opere come un omaggio alla sua generazione, la generazione latino-americana calpestata e umiliata dalle giunte militari nate con l’appoggio della CIA:

«in grande misura tutto quello che ho scritto è una lettera d'amore o una lettera d'addio alla mia generazione, noi che siamo nati negli anni Cinquanta e che a un certo punto abbiamo scelto le armi e abbiamo dato il poco che avevamo, o la cosa più grande che avevamo, che era la nostra giovinezza, a una causa che credevamo la più generosa del mondo e che in un certo senso lo era, ma in realtà no. Inutile dire che abbiamo lottato con le unghie e con i denti, ma avevamo dei capi corrotti, leader codardi, un apparato di propaganda peggiore di un lebbrosario… E adesso di quei giovani non resta niente, quelli che non sono morti in Bolivia sono morti in Argentina o in Perù, e quelli che sono sopravvissuti sono andati a morire in Cile o in Messico, e quelli che non sono morti lì sono stati uccisi in seguito in Nicaragua, in Colombia, a El Salvador. Tutta l'America Latina è disseminata delle ossa di quei giovani dimenticati».

 

La scrittura di Bolaño è una sorta di disseppellimento di quelle ossa, perché quei giovani facciano sentire ancora la loro voce, il loro canto (come scriveva nel finale di un altro suo bellissimo romanzo, Amuleto).

A parlare, in Notturno cileno, è Sebastián Urrutia Lacroix, prete dell’Opus Dei, nonché poeta, nonché critico letterario. Il suo delirio finale, ormai preda della malattia e della vecchiaia, è quello del Cile, dagli anni Cinquanta fino all’alba del nuovo millennio. Il delirio di una classe dirigente, quella conservatrice e clerico-fascista, che ha portato al disastro un intero Paese, con la complicità e le connivenze di molti, troppi intellettuali. A fargli da specchio è il “giovane invecchiato”: forse la coscienza critica di Lacroix? Una coscienza che solo con la sua presenza inchioda il prete alle sue colpe: l’indifferenza verso il dilagare del Male, verso la sopraffazione del Potere, verso l’annichilimento dei più deboli.

[I servizi di Sul Romanzo Agenzia Letteraria: Editoriali, Web ed Eventi.

Leggete le nostre pubblicazioni

Seguiteci su Facebook, Twitter, Google+, Pinterest e YouTube]

“Notturno cileno” di Roberto Bolaño, la cognizione sudamericana del doloreIl romanzo di Bolaño è ancora una volta una girandola di storie (nella più pura tradizione borgesiana) con un sottofondo unico: la vicinanza, la prossimità “fisica” degli intellettuali al Male. Non a caso nel corso del romanzo ci s’imbatte nella figura di Ernst Junger, un intellettuale così vicino all’orrore nazista durante l’occupazione tedesca di Parigi. La letteratura per Urrutia Lacroix è servita soltanto a rendersi complice della classe dirigente (a cominciare dal suo potentissimo amico di tonaca e critico letterario, Farewell, che lo introdusse negli ambienti “giusti” cileni). È lui, Lacroix, a insegnare i principi fondamentali del marxismo a un nucleo di militari golpisti, tra i quali spicca naturalmente il diavolo in persona: Augusto Pinochet. Con il generale Lacroix discorre di poesia, finendo col citargli, senza successo, anche alcune poesie di Leopardi. Pinochet non sembra particolarmente colpito dalla bellezza di una poesia come L’infinito, anche se il militare rivendica la sua statura “intellettuale”, prendendo in giro i presidenti che lo hanno preceduto alla Moneda:

«Fu allora che il generale mi fece quella domanda, se sapevo cosa leggeva Allende, se pensavo che Allende fosse un intellettuale… Riviste. Leggeva solo riviste. Sunti di libri. Articoli che i suoi seguaci gli ritagliavano… E cosa pensa che leggesse Frei? Non lo so, signor generale, mormorai già più sicuro. Nulla. Non leggeva nulla. Non una riga, non leggeva nemmeno la Bibbia… Io credo che uno dei fondatori della Democrazia Cristiana potrebbe leggersi almeno la Bibbia, no?, disse il generale. In effetti, mormorai… E Alessandri? Ha mai pensato qualche volta ai libri che leggeva Alessandri? No, signor generale, sussurrai sorridente. Be’, leggeva romanzetti d’amore! Il presidente Alessandri leggeva romanzetti d’amore, roba da matti, che ne dice? Incredibile, signor generale».

 

La vicinanza fisica al Male è simboleggiata in maniera ancor più radicale dalla casa della scrittrice María Canales e del marito Jimmy Thompson (agente dei servizi segreti americani), grandi animatori dei salotti letterari cileni, di quei salotti che naturalmente appoggiavano il regime golpista e che nascondevano nei recessi dei loro scantinati gli oppositori politici, uomini piegati dalle più tremende torture. Sono quegli scantinati il cuore di tenebra della classe dirigente cilena, di tutti quegli scrittori, di quegli artisti che hanno preferito volgere la testa altrove, per ambizione personale o pavidità, ma soprattutto che non hanno mai confessato le loro colpe, le loro omissioni, sentendosi sempre dalla parte della ragione e mai da quella del torto. Tra questi naturalmente Sebastián Urrutia Lacroix.

La scrittura, il ritmo di Bolaño è qualcosa di particolare, di unico. È come se si prendesse posto in una macchina a fianco del pilota, senza saper mai a che velocità condurrà il mezzo. Così può capitare che la narrazione si dispieghi lenta, quasi sonnambolica per diverse pagine, in un sogno letargico dai contorni sempre più sfumati e obliqui. Per poi subire un’accelerazione improvvisa, come se il vecchio Roberto, memore dei suoi trascorsi nei poeti anarchici del movimento infrarealista, spingesse forte e con grande divertimento il piede sull’acceleratore, magari descrivendo in pochissime pagine (inframmezzate dalle citazioni dei classici greci a cui si dedicava a quel tempo il prete dell’Opus Dei) l’ascesa e la caduta di Salvador Allende, pagine che sono quanto di più preciso e impietoso sia mai stato scritto sulla società cilena. Ma sia il pianissimo che il velocissimo sono velocità adatte per creare deflagrazioni e incidenti, tempeste elettriche nel cielo notturno le definisce la stessa Ilide Carmignani, così da non far mai stare tranquilli i lettori, in una tensione sempre costante, come se da un momento all’altro tutta la nostra visione delle cose potesse essere annichilita, ribaltata. Perché la scrittura, secondo Bolaño, deve

«saper infilare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso. Correre lungo il bordo del precipizio: da una parte l'abisso senza fondo e dall'altra i volti amati, i volti amati sorridenti, e i libri, e gli amici, e il cibo. E accettarlo, anche se talvolta può pesarci addosso più della lastra tombale che copre i resti di ogni scrittore morto. La letteratura, come potrebbe dire un canto popolare andaluso, è pericolosa».

 

Questo pericolo ha inteso sfidare sempre, con instancabile lucidità, Roberto Bolaño. 

Il tuo voto: Nessuno Media: 4.7 (3 voti)
Tag:

Commenti

Invia nuovo commento

Image CAPTCHA
Se il codice inserito non è corretto, viene segnalato un errore (box rosso). Se il codice inserito è corretto e il tuo commento viene segnalato lo stesso come spam non ti preoccupare, non riscriverlo; la redazione lo pubblicherà al più presto.

Il Blog

Il blog Sul Romanzo nasce nell’aprile del 2009 e nell’ottobre del medesimo anno diventa collettivo. Decine i collaboratori da tutta Italia. Numerose le iniziative e le partecipazioni a eventi culturali. Un progetto che crede nella forza delle parole e della letteratura. Uno sguardo continuo sul mondo contemporaneo dell’editoria e sulla qualità letteraria, la convinzione che la lettura sia un modo per sentirsi anzitutto cittadini liberi di scegliere con maggior consapevolezza.

La Webzine

La webzine Sul Romanzo nasce all’inizio del 2010, fra tante telefonate, mail e folli progetti, solo in parte finora realizzati. Scrivono oggi nella rivista alcune delle migliori penne del blog, donando una vista ampia e profonda a temi di letteratura, editoria e scrittura. Sono affrontati anche altri aspetti della cultura in generale, con un occhio critico verso la società contemporanea. Per ora la webzine rimane nei bit informatici, l’obiettivo è migliorarla prima di ulteriori sviluppi.

L’agenzia letteraria

L’agenzia letteraria Sul Romanzo nasce nel dicembre del 2010 per fornire a privati e aziende numerosi servizi, divisi in tre sezioni: editoria, web ed eventi. Un team di professionisti del settore che affianca studi ed esperienze strutturate nel tempo, in grado di garantire qualità e prezzi vantaggiosi nel mercato. Un ponte fra autori, case editrici e lettori, perché la strada del successo d’un libro si scrive in primo luogo con una strategia di percorso, come la scelta di affidarsi agli addetti ai lavori.