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Note di geografia intima: qualche libro e la Sicilia

Note di geografia intima: qualche libro e la Sicilia“La letteratura non è mai innocente, né colpevole, del resto”. A scriverlo è Edith de la Héronnière nelle prime pagine del suo “Dal vulcano al caos” (Ippocampo edizioni). In questo diario l’autrice affronta un viaggio fisico per le polverose contrade siciliane e in contemporanea un doloroso e intimo viaggio interiore che parte dall’input indotto dalla morte dell’amico Arturo Patten, celebre fotografo innamorato dell’isola.

E se la letteratura non è mai innocente, è ad essa che affido un percorso, strano, impietoso e implacabile, ma nascosto, lungo le trame e i paesaggi di quell’isola che da qualche parte sta nel DNA, che si ramifica nei ricordi, che condiziona, senza che me ne renda conto, alcuni gesti come l’aggrottamento della fronte che accompagna una ristretta gamma di espressioni, o alcune abitudini, come il caffé nero a colazione, che scivola nello stomaco digiuno e viene accompagnato da una sigaretta… così come faceva anche Goliarda Sapienza al mattino, sulla terrazza della sua casa romana, per poi sprofondare nei ricordi afosi dei cieli piatti, indifferenti e azzurrissimi sotto ai quali si muovevano poi le pagine dense, ricche, orgogliose e sfacciate del suo “L’arte della gioia”: la sua biografia immaginaria dove Modesta, tutta l’opposto della Marianna Ucrìa della Maraini, scompagina il suo destino ammantando la sua intelligenza di erotismo e diventando una di quelle donne siciliane che si sottraggono alla morale consueta, che sanno essere sfacciate e che hanno una innata propensione a scavare nell’intimità, la propria e quella di chi gli sta intorno.

Non l’ho fatto ancora, ma credo di dover leggere Brancati per alleggerire l’impianto inevitabile di Tomasi di Lampedusa.

Non è neppure colpevole la letteratura. È un pretesto, una maniera di filtrare i ricordi, di viverli come fossero una proiezione su un muro scolorato dove non avresti mai pensato di poter leggere qualcosa, di potere intravedere dei dettagli sui quali l’attenzione non ha mai fatto una sosta meditabonda.

I cieli e i fondali della mia infanzia sono quelli di Luigi Capuana e soprattutto quelli di Giovanni Verga. (Sempre la Héronnière si trova a notare come spesso i pensieri hanno dei rapporti profondi coi paesaggi che hanno fatto da sfondo al loro concepimento).

Note di geografia intima: qualche libro e la SiciliaL’erba bruciata di “Rosso Malpelo”, le cicale uggiose de “La Lupa”, le parole secche dei vecchi seduti sulle panchine in ferro della piazza che hanno la stessa assenza di fiducia della voce collettiva di “Libertà”, la salsedine negli occhi e una consapevolezza pietrosa del destino che nell’ultima pagina de “I Malavoglia” viene suggerita all’animo silenzioso di ‘Ntoni dai faraglioni neri che si stagliano contro l’alba.

Uno strano senso del mistero, quel mistero buio che ogni persona si porta negli occhi, l’ho ritrovato nelle pagine di Leonardo Sciascia. Il dire senza parlare, la rappresentatività metaforica di alcune semplici immagini d’impiego comune, l’estraneità di certi sentimenti calati coi sabaudi e mai assorbiti da quegli spazi triangolari le cui ambizioni geometriche sono infinite.

Stendhal non ha mai attraversato lo stretto di Messina: il suo amore per il belpaese non è riuscito a trascinarlo così a sud. Sciascia lo ha smascherato e anche perdonato. Dovremmo farlo anche noi suppongo, eppure – e lo diciamo con leggerezza stendhaliana – avremmo preferito l’avesse fatta quella traversata, per la sua avremmo rinunciato a quella di Goethe che invece ha sfidato senza troppe remore Scilla e Cariddi.

Nella mia famiglia non ha mai attecchito la passione per i dolci e i forni di mia madre e di mia nonna hanno conservato un’indifferente ignoranza in materia. La domenica però, dopo la messa, si andava in quella pasticceria in piazza Madonna della pace in cui la proprietaria, con le sue guance tonde e i lunghi capelli neri con un singolare ciuffo bianco, ci faceva incartare la fetta moka che avrebbe concluso il pranzo domenicale: un dolce semifreddo a base di caffè, ricoperto di cioccolato, il tutto compattato su una base di pandispagna imbevuto di liquore al caffè.

Ma se tra le nostre mura domestiche era assente, la passione per i dolci ha invece ispirato e mosso “La conta delle minne” di Giuseppina Torregrossa. Romanzo che impasta insieme Pirandello e il realismo magico sudamericano (il parallelo con la Allende è stato il più usato), in cui il dolce alla ricotta del titolo si espande in valenze simboliche, tattili, olfattive, magiche: risputa fuori strascichi di tradizioni che non sembrano avere tempo; il linguaggio è rigoglioso e aspro come la vegetazione sulle pendici del vulcano: gli stessi cespugli di agave che hanno visto e sentito il passo ferroso di Empedocle.

Soprattutto è un romanzo “femmina”, e il femminile è strano: se ne ha una visione limitata nell’immaginario, quell’immaginario che vuole la donna siciliana silente e bassa e ricoperta di nero, nella realtà, quella che non tutti riescono a distinguere e a penetrare, la donna siciliana è variopinta e selvaggia e sfuggente come un uccello che ha oltrepassato il mesozoico.

C’è un’interessante espansione della letteratura “femmina” nell’isola: oltre alla Torregrossa in campo ci sono Silvana Grasso, con un paio di libri c’è stata Lara Cardella, Simonetta Agnello Hornby, malgré nous c’è Melissa Panarello, sottratte al mainstream ci sono Silvana La Spina e la Sellerio doc Maria Attanasio.

Ho un misterioso debole per la lingua usata da Verga. Credo si tratti di un innamoramento puramente musicale con declinazioni affettive. Di contro non riesco a farmi piacere la musica di Camilleri. Ci ho provato, senza esito; ma forse la determinazione era scarsa e quegli strani percorsi di letture binarie mi hanno fatto invece naufragare nelle pagine di Alice Miller e del suo “Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé”: è veramente difficile, alcune volte, continuare a sponsorizzare la determinazione del caso.

Una torre normanna, sullo sfondo, sfocata per la calura. Un passaggio a livello, sonnecchiante e scricchioloso. Il tutto osservato sorseggiando dell’acqua fresca con l’idrolitina: basta poco per ritrovarsi proprio dentro una canzone di Battiato.

Finito il pezzo, o magari l’intero album che magari è “Fisiognomica”, puoi voltare le spalle alla torre e alla sbarra e leggere, senza che si crei uno scarto – né estetico, né emozionale – Gesualdo Bufalino. Puoi continuare il binomio e guardare il docufilm che Battiato ha girato sullo scrittore di Comiso: la quintessenza dell’uomo di cultura della costa orientale.

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Commenti

Sin dalle prime parole ho sentito risuonare "Veni l'autunnu", del mio conterraneo Battiato, per l'appunto. E in qualche passaggio anche "Stranizza d'amuri".

Questo pezzo è bellissimo. Giovanni Ragonesi non delude mai.

Negli anni scorsi Gesualdo Bufalino approntò per La Nuova Italia un libro al quale diede titolo "Cento Sicilie" nel quale ebbi l'onore di essere ospitato assieme (tra i viventi) a Consolo e a Vilardo. Cento Sicilie, perciò non darà scandalo che la mia Sicilia - isola nella quale continuo a vivere - non è quella di cui leggo in questa nota di Ragonese. Se avessi voglia di scherzare, a proposito delle "polverose contrade siciliane" consiglierei ai turisti di venire in Sicilia, se proprio lo vogliono, muniti di aspirapolvere, tacendo che di polvere qui ne abbiamo quanto Roma o la Padania. Il discorso di Ragonese ben scritto (tanto di cappello) somiglia tanto alla cartolina di cui lo scritto si adorna. nostalgico e vecchiotto. Comunque, si tratta della Sua Sicilia e non mi permetto di metterci il naso. La mia è un'altra, con meno polvere, una delle altre novantanove.

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