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“Non guardare nell’abisso”, torna Massimo Polidoro con una nuova avventura di Bruno Jordan

“Non guardare nell’abisso”, torna Massimo Polidoro con una nuova avventura di Bruno JordanNon guardare nell’abisso (Piemme, 2016) è il nuovo thriller di Massimo Polidoro, giornalista eclettico che, dopo aver scritto una quarantina di saggi sul mistero e la psicologia dell’insolito, materia che ha anche insegnato alla Facoltà di Psicologia dell’Università di Milano Bicocca, da alcuni anni si dedica anche alla narrativa. Dopo aver scritto alcuni romanzi per ragazzi, ha creato il personaggio del giornalista detective Bruno Jordan, protagonista di Il passato è una bestia feroce, uscito nel 2015 sempre per Piemme, che ritorna oggi in questa nuova avventura.

Dopo il grande successo mediatico ottenuto con l’inchiesta giornalistica che l’ha condotto a fare luce su una vecchia vicenda dimenticata da tutti, Jordan è tornato alla sua routine, dividendosi tra il lavoro presso la rivista «Krimen» e l’assistenza al padre anziano e malato di Alzheimer, fino al giorno in cui viene contattato da un anziano politico, il senatore Strazzi. L’uomo, che è in predicato per essere eletto prossimo Presidente della Repubblica, chiede, o meglio impone, a Jordan di aiutarlo a ritrovare una nipote che non ha mai conosciuto, nata dalla figlia che quarant’anni prima, ai tempi delle Brigate Rosse, era entrata in clandestinità col fidanzato, aveva partorito chissà dove una bambina, ma era rimasta uccisa in un conflitto a fuoco poco tempo dopo. Per anni Strazzi ha cercato, senza successo, di sapere cosa ne fosse stato di questa nipote mai conosciuta; per quanto scettico sulla possibilità di riuscire là dove uomini e mezzi del senatore hanno fallito, Jordan accetta l’incarico, ritrovandosi suo malgrado in una girandola di eventi e di scoperte incredibili su uno dei periodi più oscuri e controversi della recente storia italiana quello che viene ricordato come “gli anni di piombo”.

Massimo Polidoro ha incontrato un gruppo di blogger in occasione della presentazione milanese del romanzo e ha risposto alle domande in compagnia della sua editor, Elisabetta Paniccia.

 

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Come mai questa scelta di tornare al periodo degli “anni di piombo”?

Mi affascina sempre, a partire dai miei libri di saggistica, l’idea del passato e di tutto ciò che è nascosto in esso, e che potrebbe trovare oggi una risposta. Se il primo romanzo parlava di una vicenda criminale, che riguardava un individuo, qui c’è sicuramente il crimine, con gente che ragiona in maniera aberrante, però è anche una vicenda molto più vasta, che richiama un periodo in cui c’erano due tentativi contrapposti di sovvertire la Repubblica. La destra cercava di prendere il potere con la forza, magari con un golpe, la sinistra cercava di fare la rivoluzione con il terrorismo delle Brigate Rosse. Due forze quindi, contrapposte, che scatenavano il loro desiderio utopico d’imporre il proprio sogno, il tutto giocato sulla pelle dei cittadini. È una storia che la maggior parte di noi ritiene chiusa, a differenza di certe persone che erano vive allora, come ci hanno dimostrato eventi anche recenti, tra cui il tentativo incredibile di pochi anni fa di riportare in vita le Brigate Rosse.

Immaginare che ancora oggi ci sia qualcuno che possa pensare di rivivere quegli anni con lo stesso spirito, riportando quel clima e realizzando ciò che avrebbe voluto fare allora, non è così lontano dalla realtà. I fatti storici a cui faccio riferimento sono tutti autentici, alla fine del libro c’è anche una vasta bibliografia per chi volesse approfondire l’argomento.

 

In passato lei ha scritto molti saggi sul mistero e sul paranormale. Come mai per i suoi thriller ha scelto, invece, dei contesti molto realistici, legati alla storia e alla politica?

Mi piaceva raccontare delle storie di cui non potevo occuparmi nei miei saggi. Questo è un romanzo in cui la parte storica è importante, ma stendere un saggio è una cosa molto diversa.

Per il momento non ho ancora scritto thriller con elementi psicologici o paranormali semplicemente perché volevo iniziare a dedicarmi a quel tipo di romanzi che mi aveva appassionato come lettore, restando con i piedi per terra.

Era da tantissimo tempo che avrei voluto scrivere un romanzo di suspence, ma mi rendevo conto che non si tratta di una cosa semplice, che si possa improvvisare. C’è chi lo fa tanto per provare, come certi personaggi famosi, specie televisivi, ma non credo che basti essere famosi per riuscire a ideare un bel thriller. Prima di tutto, ho voluto impadronirmi degli strumenti, analizzando a fondo i libri che mi erano piaciuti, e solo quando ho capito che tipo di romanzo avrei potuto scrivere mi ci sono cimentato. Solo quando ho finito Il passato è una bestia feroce l’ho fatto leggere al mio agente, a differenza dei saggi, per cui, di solito, prima firmo un contratto e poi mi metto al lavoro.

 

Quanto di sé stesso ha messo nel suo protagonista? Perché comunque, quando si scrive un romanzo, ci si muove nella storia insieme al proprio personaggio.

È inevitabile che le tue esperienze e la tua vita finiscano in qualche modo in quello che scrivi, soprattutto in un romanzo. Bruno Jordan ha in comune con me il fatto di essere un giornalista, ha la mia età, è di Milano, gli piace correre… Però ha un carattere molto ironico e un po’ aggressivo, e un tipo di vita, che non sono i miei. Credo che scrivendo un romanzo l’autore debba in qualche modo immedesimarsi in tutti i personaggi, anche in quelli cattivi.

 

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E se il cattivo di turno è qualcosa di inspiegabile, di esterno e lontano, non è credibile. Il cattivo ha comunque le sue motivazioni, per quanto non condivisibili: bisogna cercare di mettersi anche nella sua testa, e provare a dare un senso a quello che succede.

 

Bruno Jordan è ironico anche nel pericolo: è una caratteristica del personaggio o la usa anche per stemperare la tensione narrativa?

Lui è così, come forma di autodifesa, non essendo poi così dotato fisicamente, cerca di ferire con la parola, ma c’è anche il sorriso in un momento di tensione, anche se a un certo punto l’ironia deve scomparire.

“Non guardare nell’abisso”, torna Massimo Polidoro con una nuova avventura di Bruno Jordan

Se fosse una persona reale potrebbe essere suo amico? Lo chiedo perché tanti autori di personaggi seriali alla fine ammettono di non amare questi loro personaggi, o di averli fatti morire per stanchezza.

Sì, non sarebbe un amicone ma mi starebbe simpatico.

 

Quando ha iniziato a scrivere il romanzo precedente, pensava già di fare di Bruno Jordan un personaggio seriale? Aveva già un’idea di più libri?

Sì, volevo un personaggio che mi desse la libertà di farlo tornare, anche se il libro sta in piedi da solo, perché avrei anche potuto fermarmi lì.

 

Quindi ha già immaginato la sua evoluzione nel lungo periodo, cosa diventerà e cosa vorrebbe fargli accadere?

Ci sono elementi che ricorrono in entrambi i libri e che restano senza risposta, e non sono inseriti a caso: so cosa deve succedere la prossima volta, e volendo anche più volte.

 

Visto che ha detto di aver analizzato i libri che le piacciono per capire come scrivere un thriller, quali sono quelli che non toglierebbe mai dal suo comodino?

Difficile limitarsi, soprattutto per quanto riguarda Stephen King. Se dovessi sceglierne uno direi forse, soprattutto per il ritmo, Misery. Poi mi è indispensabile il Thomas Harris di Drago rosso, che in Italia era uscito come Il delitto della terza luna.

Come terzo libro, direi forse uno di Dennis Lehane, ma non tra i suoi più famosi: ha scritto una serie con protagonisti due detective, Mc Kenzie e Gennaro, irlandese lui e italiana lei, che sono divertentissimi, molto ironici.

 

Nessun autore italiano?

Rischio di fare torto a qualche amico… Diciamo Camilleri che va bene sempre.

 

Cos’hanno in più i romanzieri americani?

Adesso, per la verità, tanti autori italiani si leggono con lo stesso piacere e lo stesso gusto per la velocità. Prima, il giallo italiano era in realtà un romanzo in cui un delitto fungeva da pretesto per fare una critica sociale, mentre adesso c’è più intrattenimento, ma sono anche aumentati gli autori di qualità. Del resto, i giallisti svedesi sono “americani” come stile e ritmo.

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A lei che indaga abitualmente sul mistero chiedo: perché siamo così affascinati dai romanzi thriller, dalla ricerca della soluzione di misteri?

Una delle molle che muove l’uomo da quando esiste è la curiosità per l’ignoto e il mistero: è ciò che ci ha costretto ad alzarci su due gambe e ad andare per il mondo, e che permette allo scienziato di fare le sue scoperte. Ci piace che un libro ci sorprenda e ci apra delle porte su mondi sconosciuti.

 

Ora che ha sperimentato di scrivere romanzi oltre che saggi, qual è la forma di scrittura che preferisce?

È tutto molto diverso. Nei saggi ho la possibilità di andare a studiare, ad approfondire un argomento che magari mi ha sempre incuriosito ma che non ho avuto ancora tempo di esaminare: prima di scrivere devi leggere tantissimo e documentarti. Che poi, in realtà, anche certi libri che ho scritto in passato erano più delle docu-fiction che veri saggi, come quando ho raccontato la storia della banda Vallanzasca o la vicenda della Uno bianca, per cui ho incontrato tutti i detective che avevano lavorato a quel caso.

Il romanzo mi piace perché creo qualcosa: non racconto una storia che esiste già e che aspetta di essere messa per iscritto, ma che non posso cambiare

Avevo scritto anche  una terribile storia successa anni fa a Grottaferrata, di bambini cresciuti da una ex suora, Maria Diletta Pagliuca ricostruita solamente grazie alle memorie di uno dei bambini cresciuti lì e poi diventato Cavallo Pazzo. Quello in pratica era un romanzo, costruito come tale, ma la storia non potevo cambiarla. Invece, in un romanzo, fino a pochi giorni prima di consegnare posso ancora cambiare qualcosa: di Il passato è una terra straniera ho deciso di cambiare il finale dopo averlo già consegnato.

 

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Quindi non è tanto rigido nella stesura di un libro?

No, ma non sono nemmeno come King: se avete presente quello che dice in On writing, per lui scrivere un libro è lo stesso che per un archeologo che estrae dalla terra un pezzettino, e partendo da quello arriva a ricostruire un tirannosauro.

Io, invece, prima di partire devo avere presente fin dall’inizio tutta la storia, anche se poi, scrivendola, mi può capitare di cambiarla, come dare più o meno spazio a un personaggio.

“Non guardare nell’abisso”, torna Massimo Polidoro con una nuova avventura di Bruno Jordan

Come affronta allora il processo di scrittura? Ancora oggi ci sono autori e autrici che scrivono a mano, a blocchi che poi compongono e scompongono come i pezzi di un puzzle, altri invece scrivono tutto in fila, con poche correzioni. Lei come fa?

Cerco di partire pensando a un’idea forte, e a tutto quello che potrebbe accadere collegato ad essa. Quando mi sono costruito una serie di scene, inizio a dar loro un ordine e mi creo una scaletta, scritta a mano, che poi passo al computer. Poi vado più a fondo di ciascuno di questi momenti, e questo lavoro porta via parecchio tempo, fin quando mi sembra che tutto stia in piedi.

Stavolta ho evitato parte del lavoro preliminare, perché partivo dal personaggio del romanzo precedente, perciò avevo già la sua voce. Il mio protagonista però ha una voce piuttosto forte e molto autoironica, io non volevo perderla ma era anche necessario che in alcune scene lui non ci fosse, per far progredire la storia, e la narrazione passasse quindi in terza persona. Ad alcuni questa scelta sembra curiosa, ma non è una cosa che mi sono inventato io. L’importante è che il racconto sia fluido.

Preferisco completare subito la prima stesura senza fermarmi a correggere, perché se lo faccio rischio di non finire più. Come diceva anche Hemingway, la prima stesura è sempre spazzatura, qualcosa che nessuno pubblicherebbe mai. Dopo, rileggendo, posso correggere, modificare, persino eliminare un personaggio.

 

Regole di vita?

Facendo il mio mestiere cerco di alzarmi alle otto del mattino e mettermi subito a scrivere.

Lascio la freschezza e la lucidità della mattina per il libro che sto scrivendo, e magari nel pomeriggio mi dedico a tutto il resto, che poi sono cose sempre di scrittura, anche se diverse, come gli articoli che scrivo per «Focus» e i social.

 

Ascolta musica scrivendo?

Ci sono dei momenti in cui la musica mi fa piacere e l’ascolto volentieri, ma deve essere musica strumentale, non cantata, altrimenti mi distraggo. Nel lavoro di revisione e riscrittura mi serve il silenzio assoluto.

 

C’è una playlist, ha una canzone legata ai suoi romanzi?

Per il primo libro abbiamo fatto una playlist riferita agli anni Ottanta, mentre in questo ci sono riferimenti a David Bowie, e la canzone potrebbe essere Life from Mars.

 

Io ho una domanda per l’editor: immagino che lavorare su un romanzo sviluppi da un lato un forte senso di responsabilità, perché ha il destino del libro nelle sue mani, ma dall’altro un’immersione molto più profonda nella storia rispetto a chi lo legge per puro intrattenimento. Com’è stato lavorare con questo libro e con questo autore?

In realtà questo lavoro, fatto con passione, porta a una dissociazione dal testo e soprattutto dal lettore che c’è in ognuno di noi. Sei tentato di farti assorbire dalla storia, ma invece devi forzarti a esercitare il distacco e osservare le cose dall’alto, o comunque da una distanza critica, per riuscire a sezionarlo in un modo più freddo e più neutro. Per esempio, devi essere in grado di ricordarti che nel capitolo quattro è successa una cosa e nel dieci il personaggio non può dirne un’altra. Se tu invece ti lasci trasportare dalla corrente, vuoi sapere cosa succede e finisci per perderti. In questo caso, non conoscendo il libro precedente di Massimo, l’ho letto per prepararmi e quindi conoscevo già il modo di comportamento del personaggio.

Quando affronti un personaggio sconosciuto devi preoccuparti della sua consistenza, se ha una personalità abbastanza forte da portarsi dietro il lettore per tutta la storia, cosa che in questo caso era già stata verificata in precedenza. Devo dire che ho imparato tanto sugli anni Settanta, che magari avevo studiato a scuola ma che qui ho avuto modo di approfondire, perché Massimo si è documentato tantissimo prima e ha saputo unire bene realtà e finzione. Ci sono passi, ad esempio dei verbali d’interrogatorio, che sembrano veri ma sono inventati, e viceversa.

Tra noi si è instaurato un bellissimo rapporto di fiducia.

 

Ma dopo un lavoro così analitico e minuzioso sulla parola e sulla frase, alla fine uno riesce ancora a capire se il libro gli piace o no?

Sì, dopo un po’ di tempo sì, bisogna lasciar sedimentare il lavoro nel tempo che passa tra la consegna e la prima stampa.

“Non guardare nell’abisso”, torna Massimo Polidoro con una nuova avventura di Bruno Jordan

Torniamo a Massimo Polidoro e parliamo della sua attività social, che è un po’ particolare?

Quando ho pubblicato Il passato è una bestia feroce, nonostante tutta la mia attività precedente, ero un esordiente. Non avevo un pubblico che mi conoscesse come autore di thriller, e giustamente chi mi aveva visto solo come persona che andava in televisione per altro, poteva essere dubbioso. Siccome al mio romanzo tenevo molto ho pensato di accompagnarlo perché non si perdesse nell’oceano di sessantamila libri che esce ogni anno in Italia, ma come? Le recensioni dei giornali ormai contano poco.

Ho pensato di fare una cosa diversa, che ho visto fare negli Stati Uniti ma non mi sembrava fosse stata ancora provata in Italia, coinvolgendo i lettori.

Io ho un sito, una pagina Facebook, una newsletter a cui sono iscritti chi segue le mie attività e legge i miei saggi, perciò ho pensato che un centinaio di queste persone avrebbe potuto essere interessata a leggere il romanzo in anteprima, per poi commentarlo, magari parlandone poi sui propri blog o siti, scrivendone delle recensioni. Poi quello che è successo è andato al di là delle mie previsioni, perché questi lettori staffetta sono diventati trecento, avevo mandato loro il libro un mese prima dell’uscita, ma nel giro di cinque giorni l’avevano già letto tutti, per cui mi sono ritrovato con quattro settimane di tempo da gestire con loro.

C’è chi ha creato cose pazzesche, oltre alle recensioni, tipo dei video curiosissimi, e naturalmente di questa cosa si è finito per parlare parecchio, creando un’attesa tale che Il passato è una bestia feroce, appena uscito, è andato subito in ristampa e ha poi vinto il premio Nebbia Gialla, che è assegnato da una giuria di lettori.

Oggi le recensioni che contano non son sono più solo quelle dei critici affermati, ma anche, e forse soprattutto, quelle dei blogger specializzati, o anche di chi semplicemente legge il libro e ne parla sul suo blog personale, o scrive il suo parere su Amazon.

Abbiamo rifatto tutto con questo secondo romanzo, ho fatto votare a questa squadra di lettori anche la copertina, tra le tre che mi erano state proposte. Ci sono anche dei video, basati su certe scene del romanzo, fatti da veri professionisti. Si è creata così una bellissima squadra, molti di loro erano l’altro giorno alla prima presentazione alla Mondadori Duomo ed è molto bello poi conoscersi di persona.

 

Per molti lettori, in effetti, è entusiasmante poter incontrare i propri autori preferiti, anche se alcuni restano sempre inarrivabili: è una cosa a cui non siamo ancora del tutto abituati.

Sì, non sapete quanto è vera questa cosa, e per me in particolare.  Quand’ero ragazzino, ero già appassionato di misteri e avevo letto un libro che mi aveva aperto un mondo, ed era Viaggio nel mondo del paranormale di Piero Angela. Ero così entusiasta che gli ho scritto una lettera, a mano naturalmente, solo per dirgli quanto mi era piaciuto il suo libro, e dicendo che sarebbe stato bello se anche in Italia avessimo potuto avere, come negli Stati Uniti, un comitato che indagasse su questi fenomeni. Angela mi ha cercato, ci siamo conosciuti e poi mi ha dato la possibilità, a me che ero un ragazzino che veniva dalla provincia, di andare negli Stati Uniti a studiare con James Randi, che è il più grande cacciatore di misteri del mondo, che è diventato il mio mentore.


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