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Non chiamatelo “vigilante”. “Fermate il capitano Ultimo!” di Pino Corrias

Non chiamatelo “vigilante”. “Fermate il capitano Ultimo!” di Pino CorriasQuattro ristampe in tre settimane dall’uscita, il 25 maggio scorso. Questo il biglietto da visita di Fermate il capitano Ultimo! (Chiarelettere); un vero e proprio caso editoriale per la storia di una fra le figure più discusse e controverse degli ultimi anni.

Il racconto si apre nell’ultimo stanzino dietro la porta a vetri in fondo a un corridoio al primo piano del Comando carabinieri forestali di Roma. È qui che troviamo adesso il capitano Sergio De Caprio, ennesima tappa di una carriera lunghissima, dove è stato relegato dopo un ostracismo comandato dalle massime autorità della politica. Il punto più basso della parabola di chi, fra le altre cose, ha arrestato Totò Riina.

Proprio da questo anonimo edificio, incontrando il capitano, l’autore parte per raccontarne il passato:

«In questo libro c’è solo la sua storia. E la sua storia dovrebbe bastare.»

 

La vita di questo personaggio si divide essenzialmente in due grandi fasi che il libro ripropone nella sua struttura.La prima parte racconta così gli inizi, della sua vita prima ancora della sua carriera nelle forze armate.

«Sono nato e cresciuto a Montevarchi, nell’aretino, un paese di ventimila anime sulla riva sinistra dell’Arno, circondato dalle colline. Mio padre maresciallo dei carabinieri, mia madre casalinga. Facevamo una vita semplice dentro la stazione. Quando c’era qualche arrestato nella camera di sicurezza, mia madre cucinava anche per lui e gli portava la stessa cena che aveva preparato per noi. Da bambino, davanti al fuoco del camino, ho ascoltato i racconti di mio nonno che era stato contadino, poi minatore, poi anche lui carabiniere. L’altro mio nonno, il padre di mia madre, non l’ho conosciuto: si chiamava Ernesto, è stato ucciso nel ’44 dai tedeschi.»

 

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Sin dalle prime righe si mette in luce dunque la quasi predestinazione a entrare nelle forze dell’ordine e l’attitudine a esercitare il potere non per il piacere personale, ma per servire il popolo di cui è custode, tanto da prendere il nome di battaglia di Ultimo: «mi chiamo Ultimo perché sono cresciuto in un mondo dove tutti volevano essere primi».

Da qui in poi vengono ripercorse le tappe della sua carriera, dall’accademia militare e la scuola ufficiale all’arresto di Riina, passando per le prime indagini, la Duomo Connection e le collaborazioni con Falcone.

Non chiamatelo “vigilante”. “Fermate il capitano Ultimo!” di Pino Corrias

Nella seconda parte invece, eloquentemente nominata “rappresaglia”, si assiste alla (secondo una facile approssimazione, che in quanto tale semplifica una ben più complessa realtà) parabola discendente del Capitano. Qui sono ricostruite le grandi indagini del capitano che, sempre concentrandosi sulla mafia, colpirono i massimi poteri italiani, quali la Lega Nord di Bossi, Maroni e (soprattutto) Belsito, Finmeccanica, Cpl Concordia e tanti altri, che lo portarono a inimicarsi le alte sfere della politica italiana, tanto da ritrovarsi suo malgrado invischiato nel caso Consip e attirarsi le ire di chi, all’epoca, deteneva il maggior potere nel nostro Paese, ovvero Matteo Renzi.

Dalle pagine del libro emerge un quadro abbastanza preciso di questo capitano che tante volte, nel bene e nel male, è stato protagonista delle cronache nel nostro Paese. Lungi dall’idea di quel vigilante senza regole che, assieme al magistrato Henry John Woodcock, ha intercettato mezza Italia per scovare segreti da divulgare e fare così carriera, l’immagine che ci viene restituita è quello di un uomo molto rispettoso dell’autorità e delle leggi tanto che, da buon soldato, obbedisce agli ordini dei superiori anche se sono decisamente punitivi nei suoi confronti, come quando viene spostato nel Noe o, alla fine, nella forestale e che si piega al volere del questore anche se contrario alle sue idee. A questo si ricollega l’episodio più discusso della vita di Ultimo – e l’unico su cui ci soffermeremo, in modo da non guastare il piacere della lettura del libro: la tardiva perquisizione della casa in cui era nascosto Totò Riina, in via Bernini a Palermo.

Corrias spiega che Ultimo e il suo gruppo, mandati meno di 6 mesi prima in Sicilia con l’obiettivo unico di catturare il capomafia, avevano trovato l’indirizzo e monitorato Riina e i complici che lo nascondevano senza che questi si accorgessero di essere pedinati. Così quando il capo dei capi fu catturato Ultimo consigliò di non entrare nella casa perché oltre a non trovare nulla (i mafiosi non tengono i documenti importanti in casa e, anche se ci fosse stato qualcosa questo sarebbe stato fatto sparire nell’esatto secondo in cui i complici fossero venuti a conoscenza dell’arresto) avrebbero fatto saltare la copertura, inficiando delle indagini che avrebbero portato alla cattura di altri mafiosi. Il capitano fu ascoltato e la casa non fu perquisita. Così i complici di Riina non sapendo di essere monitorati continuavano a comparire nei verbali di Ultimo e dei suoi uomini riempiendoli di sempre nuove informazioni. Tutto ciò sino a quando la notizia non giunse alla stampa che fece pressione affinché si visitasse la casa, interpretando la mancata perquisizione come indicatore di una qualche non limpida verità, quale una trattativa fra Stato e mafia. Accuse che rimangono tuttora incollate a Ultimo, sebbene un regolare processo lo abbia dichiarato innocente.

Non chiamatelo “vigilante”. “Fermate il capitano Ultimo!” di Pino Corrias

Del vigilante però Ultimo e i suoi uomini avevano l’animo, pronto a concedersi senza quartiere alla lotta intrapresa.Continua infatti, specialmente nella prima parte, la presenza di dichiarazioni di questo tenore:

«Combattevamo la mafia senza orario, senza interruzione, in nome dell’Arma, di Dalla Chiesa e del popolo. Non in nome delle Giacche blu e delle superiori autorità.

L’idea di base è che il nostro non è un lavoro, non ha niente a che fare con i tempi e i ritmi del lavoro. Il nostro è un combattimento che comincia un giorno all’alba e non sai quando avrai finito. Una lotta che consiste principalmente nel trasformare il latitante in un vettore per ricostruire tutto quello che gli sta intorno: i complici, i covi, i traffici, ma specialmente l’organigramma dell’associazione. È un lavoro lentissimo, che dura mesi, anni, non serve a fare gli arresti un tanto al chilo, per scalare la classifica dei reparti e prendere gli encomi a fine mese, ma serve perché quando tiri la rete prendi tutti i pesci del lago che hai ascoltato, pedinato, fotografato, filmato. Dal primo all’ultimo. E se sei bravo smantelli un’intera associazione, la demolisci, che è un po’ come aprire le finestre in una stanza chiusa e far entrare l’aria fresca per la brava gente.»

 

Ecco un insistito utilizzo della metafora della guerra per descrivere il proprio lavoro, abbinato a un ossessivo utilizzo del lessico militaresco. Il tutto col fine ultimo, sempre ribadito, che quanto intrapreso è stato fatto in nome del popolo e non per la gloria personale o le possibilità di fare carriera.

 

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Infine il libro si conclude dove era iniziato, nello stanzino nascosto dietro la porta a vetri dove Ultimo combatte al momento la sua battaglia contro l’illegalità e in cui, dopo tanto parlare del suo passato, racconta dei suoi progetti per l’avvenire: il futuro de “La mistica” – un luogo in cui, nella periferia romana, l’Associazione Volontari Capitano Ultimo raccoglie ragazzi di strada e insegna loro un mestiere – o ancora l’istituzione di un sindacato per le forze dell’ordine pronto a difendere i diritti di migliaia di carabinieri semplici. Ulteriori passi di un uomo sempre in movimento e alla ricerca di un modo per aiutare il prossimo.

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