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"Niketche. Una storia di poligamia" di Paulina Chiziane

"Niketche. Una storia di poligamia" di Paulina ChizianeUn uomo è un collezionista di donne, una donna una collezionista di sentimenti.

Che potrà succedere a una donna che, sposata da oltre vent’anni, improvvisamente scopre che il marito la tradisce con molte amanti, dalle quali ha avuto una quantità imprecisata di figli? Scontata la risposta: “Cerca di risolvere la situazione, affrontando il marito, oppure le rivali”. Rami, la nostra protagonista, sceglie di affrontare le rivali, perché il marito è un bugiardo e negherebbe ogni cosa, ma non è solo questa la ragione. Il vero motivo è che Rami vuole, prima di tutto, capire. Capire i motivi che hanno portato Tony, il marito, a questo tipo di comportamento. E capire anche le ragioni per cui queste donne, sapendo tutte dell’esistenza delle altre, hanno accettato questo anomalo concubinaggio, arrivando a costruire ognuna con Tony una sorta di nucleo familiare, con tanto di casa e figli. A ogni amante corrisponde un nido domestico, nel quale apparire improvvisamente e dal quale dileguarsi con altrettanta rapidità, a seconda dell’estro, del capriccio del momento.

Secondo uno schema standard, un cliché dettato dai luoghi comuni, è facile immaginare, ingannevolmente, come Rami affronta le rivali: ci si aspetta che lei faccia scenate e, magari, le aggredisca anche fisicamente. Nulla di tutto questo. Lei cerca di parlare loro, prima singolarmente, poi le convoca spesso tutte insieme, creando una sorta di assemblea, di mutua solidarietà, volta a far sì che tutte queste donne possano battersi affinché venga loro riconosciuto un naturale diritto: quello alla serenità, alla sopravvivenza, al rispetto di se stesse.

Superato lo sconcerto iniziale, le rivali accolgono con entusiasmo questa iniziativa, perché capiscono che l’obiettivo è la ricerca di se stesse. Capitanate da Rami, non tarderanno a scoprire ognuna la propria dimensione, il proprio posto nel mondo, fino a recidere pian piano i legami con Tony, il quale ai loro occhi finisce per apparire sempre più grottesco, sempre più ridicolo e, soprattutto, sempre più ingombrante e inutile.

Originale, a volte bizzarro, allo stesso tempo di una semplicità disarmante è questo romanzo, ricco di aforismi dettati da saggezza antica più che da cultura, ma allo stesso tempo profondi e veri. Per citarne uno: “Il marito poligamo è complicato, capriccioso, orgoglioso, pigro. E noi sempre a elemosinare, con la mano aperta, formiamo un circolo, rafforziamo le nostre debolezze, e pretendiamo i nostri diritti. Ma quali diritti? Forse è possibile rivendicare dei diritti al vento?”.

La storia è ambientata in Mozambico, Paese dove pare che, per legge, sia stata abolita la poligamia, ma in cui quest’ultima continua a venire praticata illegalmente. Leggere questo romanzo è come venire proiettati in un mondo caldo e coloratissimo, dove le donne cantano e danzano sia per tradizione sia perché la musica le consola delle angherie che devono subire fin dalla più tenera infanzia.

Tradizioni tribali e volontà di emancipazione. Poligamia e desiderio di affermare la propria individualità. Rassegnazione ai riti – a volte barbarici – di una società patriarcale, spesso ingiusta e, allo stesso tempo, una volontà indomita di porre fine alle ingiustizie subite. Desiderio di modernità, di stare al passo con i tempi, ma anche attaccamento alle proprie origini, alla propria terra.

Un mondo di contraddizioni, spesso di atteggiamenti opposti verso lo stesso argomento. Infatti, da un lato, la poligamia può, se ufficialmente riconosciuta, proteggere lo “status” di tante donne, riscattandole da una condizione di estrema povertà e rifiuto sociale; dall’altro, tuttavia, la vita della donna non deve risolversi per sempre in una situazione di questo tipo, da qui una ribellione, dapprima appena accennata, poi sempre più definita.

Sarà  attraverso un percorso fatto di solidarietà, di mutua assistenza spirituale, di amicizia, di accordi – che per una società monogama possono sembrare inconcepibili –, che le nostre protagoniste arriveranno, se non proprio a una sorta di indipendenza,  quantomeno a un inizio di emancipazione dal maschio-dominatore.

Il tono della narrazione è tenero, ma mai sdolcinato; spesso Chiziane parla d’amore, ma mai in modo melodrammatico. Anche le violenze più bestiali vengono descritte in tono lieve, perché l’obiettivo è chiaro: passare oltre la sofferenza per raggiungere la serenità.

Ignoranza e saggezza, sofferenza e speranza, degrado e allegria, sottomissione e canto. Tutto assieme, nello stesso momento, in questo romanzo che non è mai cupo, ma fa in ogni pagina pensare ai colori e ai profumi dei frutti tropicali.

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