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“New York Stories”, racconti per una città piena d’amore e squallore

“New York Stories”, racconti per una città piena d’amore e squallore«Non sono uno studioso, ma un lettore. E ho i miei sentimenti», così scriveva Paolo Cognetti in un libricino dedicato a New York, uscito per EDT nel 2010 (New York è una finestra senza tende). Se allora disegnava la sua personalissima mappa della città, e la faceva accompagnare dal dvd Il lato sbagliato del ponte che compiva un viaggio fra gli scrittori di Brooklyn, oggi cura per la casa editrice Einaudi una sostanziosa raccolta di short stories, tutte ambientate tra Bronx, Harlem, Manhattan, Greenwich Village, fino a Brooklyn-Bensonhurst. Parliamo di New York Stories (Einaudi editore), 22 racconti che attraversano il Novecento della città, dal 1906 al 2001, firmati da scrittori che a NY hanno vissuto con varia fortuna.

L’antologia è una forma letteraria importante, non solo di divulgazione. Nell’introduzione generale all’opera, Cognetti richiama l’esempio di Americana, la silloge voluta da Vittorini, punto di non ritorno per i rapporti letterari fra Italia e Nuovo Continente, e che coincise con un’indomita forma di antifascismo culturale che le valse la censura del 1940 (l’opera riuscirà a venire alle stampe nel 1942). L’altro maestro che si incaricherà di una serie di raccolte rilevanti per il panorama letterario del nostro Paese sarà Pier Vittorio Tondelli, verso la metà degli anni Ottanta: Tondelli sceglierà tutti giovani autori italiani per il progetto antologico Under 25.

Fatte le debite proporzioni, Paolo Cognetti si immette idealmente in questa prestigiosa scia, con intelligenza e forte gusto personale («Mi piacciono le scrittrici e ne ho messe più che potevo», dice nell’introduzione) e con un obiettivo alto: restituirci tutte le gradazioni di potenza e spossatezza, di alto e basso, sentimentale e squallido, che convivono in quella che può essere considerata capitale del Novecento occidentale. Con un avvertimento: «New York non è la città di chi ci è nato, ma di chi l’ha molto desiderata».

Gli autori che raccoglie vanno dai campioni della letteratura americana, come Fitzgerald, Miller, Yates, Cheever e DeLillo, agli scrittori italiani che a NY hanno vissuto (Mario Maffi, Mario Soldati, Oriana Fallaci); c’è il cosiddetto ebraismo letterario americano (con Malamud, che lo inaugura, e Nathan Englander, più vicino a noi); c’è l’immigrazione (NY «è un grande esperimento di convivenza umana»): quella italiana, ebraica, portoricana; e poi ci sono le voci di scrittrici, più o meno conosciute, da Dorothy Parker a Grace Paley e Joan Didion, all’irlandese Maeve Brennan a Zora Neale Hurston e Mona Simpson, fino alla nuyorican Nicholasa Mohr, inedita in Italia.

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“New York Stories”, racconti per una città piena d’amore e squalloreL’ordine scelto è quello cronologico e la divisione del volume è scandita da quattro suggestivi titoli, che riportano a un’idea di mescolanza fra ciò che luccica e oscurità della metropoli: Gli anni ruggenti; La grande migrazione; I love NY; L’età ribelle; Luminosa decadenza di New YorkPaolo Cognetti introduce con stile cristallino e partecipe ogni sezione; tratteggia il quadro di un’epoca, dando risalto all’atmosfera culturale in cui si inseriscono i vari racconti. L’effetto di montaggio ha la misura di un vero e proprio viaggio emotivo nella scrittura e nelle storie delle persone che hanno abitato New York. Il tema del desiderio si alterna a quello della ricompensa: la città ha un lato feroce, che consuma facilmente e molto spesso i suoi amanti ne escono sconfitti.

L’ascesa e il declino di NY prima del 1929, che inventa «l’umorismo di Park Avenue» (ma che è anche zeppa di sregolatezza e strazio), vibranonella scrittura di Fitzgerald e Dorothy Parker e precedono lo schianto della piccola allucinazione di Tom Wolfe. Le sinfonie di parole di Capote e Miller sono esplosioni autobiografiche che rimasticano la città e il suo paesaggio. I malinconici amori di Malamud, Cheever e Yates mettono in scena una vagheggiata idea di speranza. La controcultura del Village è abbozzata con buona ironia dalle suocere dei beatnik di Ed Sander; Oriana Fallaci offre un ritratto di Pasolini completamente rapito da questa città di giovani; c’è il mondo acustico di Grace Paley, attentissima alla natura sonora delle parole prima della pagina da scrivere; è emblematico il pezzo di DeLillo, che si getta nel posto più degradato, esente da toponimi, semplicemente La Riserva: un luogo ferino di umanità dolente e insostenibile fatiscenza; e ancora, Joan Didion e Mona Simon si confrontano con la necessità di andarsene, di lasciare la “luce variabile” di New York per quella “costante” di Los Angeles.

Da profondo conoscitore dell’arte del racconto, Paolo Cognetti crea, con questa raccolta di New York Stories, un percorso di senso importante. Dal rapimento estatico delle origini del secolo, all’inevitabile congedo finale. Il cielo sopra New York e tutto quello che ci striscia sotto, insomma. In ognuna di queste densissime pagine, un orologio segna le ore, non lascia correre: pare che ci sia un tempo per New York e che forse coincida con quello della passione della giovinezza. Come dice Joan Didion, si ha la sensazione che per tutti la festa sia “durata troppo”. Così, incisive e per nulla consolatorie, arrivano le parole di Colon Whitehead, scritte dopo l’11 settembre e anch’esse incluse in queste New York Stories: «Un giorno, la città costruita da noi scomparirà, e quando se ne andrà, noi scompariremo con lei. Quando i palazzi cadono, anche noi crolliamo». 

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