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Nella provincia italiana hi-tech, “Le vite potenziali” di Francesco Targhetta

Nella provincia italiana hi-tech, “Le vite potenziali” di Francesco TarghettaFederigo Tozzi, alla viglia della pubblicazione del suo romanzo breve intitolato Ghisola, lesse una volta in più il testo, e decise di cambiare il titolo al libro, preferendogli Con gli occhi chiusi, titolo che rimarrà e con cui passerà alla storia. Questo breve sintagma, che assurge così a colonna portante del racconto e attraverso cui si legge tutta la trama, era in precedenza nascosto in un breve passaggio, poco significativo rispetto a tanti altri raccolti nelle oltre cento pagine che compongono il libro. Queste quattro brevi parole, però, agli occhi dello scrittore, custodivano condensato in loro tutto il senso del romanzo, e così, durante quell’ultima lettura, tanto lo hanno colpito da convincerlo a metterle come titolo.

Ne Le vite potenziali, di Francesco Targhetta, pubblicato il 27 marzo scorso da Mondadori, si incontra una simile frase, capace di condensare in toto il carattere di questo brillante scritto. A pagina 45, quando il lettore si è già calato nel testo abbastanza da riconoscerne caratteri e intenzioni, capita sotto i nostri occhi un breve estratto che recita «scorrevole, caustico e ricco di un tragico senso dell’umorismo», riferendosi al giudizio che un professore al liceo dava alla scrittura di Luciano, uno dei tre protagonisti del racconto.

 

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Questi tre aggettivi sono recensione sufficiente per tutto il romanzo, a ogni livello.

Causticamente e con un tragico senso dell’umorismo vengono presentati i tre protagonisti del racconto: Alberto, il giovane imprenditore, che da ragazzo già era adulto, che «a vent’anni sapeva già compilare un 730, farsi la lavatrice, cucinare il filetto alla Robespierre, curare un orto, pagare un bonifico, smontare un pc, cambiare il copertone della bici, ricaricare la batteria dell’auto, riverniciare un appartamento, programmare in Java, risolvere complesse disequazioni di secondo grado» il tutto per assecondare il bisogno di avere ogni aspetto della vita sotto controllo.

Nella provincia italiana hi-tech, “Le vite potenziali” di Francesco Targhetta

Giorgio De Lazzari, detto GDL, che si occupa di vendite e rapporti con i clienti, e ha fatto della menzogna una droga, l’ultima maniera rimasta per provare al mondo che lui è il migliore, che può fare e disfare tutto a suo piacimento. Il classico figo del liceo che una volta terminata la scuola si comporta ancora come se il mondo fosse il suo parco giochi.

E infine c’è Luciano, l’ingegnere informatico solo e “sfigato”, continuamente sottomesso, in primis al suo ruolo di essere insignificante che si è attribuito da troppo tempo e di cui non riesce (ma neppure sembra volere) liberarsi. Un personaggio solo, capace di riflettere sul mondo con estrema lucidità e disillusione, l’antieroe che più ci assomiglia ma a cui meno vorremo assomigliare: decisamente il più memorabile personaggio uscito dalla tastiera di Targhetta.

Nella provincia italiana hi-tech, “Le vite potenziali” di Francesco Targhetta

Il miscuglio di tragico e umoristico, poi, si ritrova anche negli altri personaggi del testo, quali Matilde, barista e studentessa di lingue orientali fuori corso, Fulvio, l’architetto Godin, Mariotto, Veronica, Beatrice, Paola o la selva di altri personaggi minori che, per quanto spesso funzionali al procedere della trama, rimangono impressi grazie alla sagace forza della loro caratterizzazione.

 

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Tre trentenni dunque tratteggiati a tinte chiaroscure che si muovono in una realtà lavorativa e relazionale ostica e appunto «caustica» (si perdoni la ridondanza dell’aggettivazione, ma non si riesce a trovare una definizione migliore di quella dell’autore, che dà mostra in poche sillabe di possedere ancora la sensibilità di chi sino ad allora ha scritto perlopiù poesie). Anche il mondo in cui si muovono è arido e secco. Sia questo quello della Albecom, l’azienda Hi-tech dove i tre “amici” lavorano (e di cui Alberto è il titolare) o il mondo della provincia italiana, nel caso particolare quella veneto-friulana, attraverso paesi e città quali Mestre, Marghera (sede della Albecom), Conegliano, Ponzano, Volpago del Montello, Roncade, Trebaseleghe o altre città che già dalla toponomastica richiamano quella scarna ironia di cui si nutre il testo.

Scorrevole, caustico e ricco di un tragico senso dell’umorismo è infine anche lo stile del romanzo, fatto di frasi secche, di scarni botta e risposta fra i personaggi, con punte di salace ironia raggiunte in certi episodi, (come quello di Luciano alle prese con la scolopendra o dello stesso con l’amico Damiano Rosin) o in brevi frasi, quali «voleva provare la solitudine come si prova un vestito, anche se temeva di non poterla rendere» che denotano ancora la sensibilità e la capacità di sintetizzare uno stato d’animo proprie di chi ha scritto poesia.

 

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Su tale infrastruttura di ironia e tragicità s’innesta quindi la storia di questi tre personaggi, tre modi di vivere la realtà di tutti i giorni, attraverso il lavoro, i legami con gli altri, fatto di rapporti di forza in cui si cerca di uccidere il prossimo per non soccombere, siccome, dopotutto, «c’erano stronzi o sconfitti, al mondo, da sempre». Ma anche attraverso il mondo che ci circonda (Parigi, Salisburgo, la Svezia, e tutti gli altri luoghi toccati dai protagonisti del racconto sono ugualmente desolanti, quasi a voler dimostrare che tutto il mondo è Marghera) e il mondo digitale, ormai non meno reale del nostro, e non meno arido e pericoloso:

«È un mondo, quello online, in cui si continuano a fare le stesse cose che si fanno nell’altro, ma senza rendersi conto di essere visti, e quindi con più disinvoltura, senza freni inibitori, con più fame e crudeltà ma con meno fatica, al punto da sviluppare il desiderio di provare tutto. E tutto, d’altronde, si mostra raggiungibile, senza la noia di dover chiedere la mediazione altrui. […] Quasi tutto, adesso, può essere conquistato da casa, o anche dal bar (perché possedere una casa?), sicché, nascondendosi agli altri, si può ottenere il risultato di nascondersi a se stessi, per un aumento esponenziale del grado di ipocrisia e falsificazione collettivo, fino all’ipotesi estrema di una perdita di sé nel flusso autistico in cui si muterebbe il mondo là fuori, dove ogni essere umano, ridotto a slombato automa, delegherebbe la propria esistenza alla controfigura virtuale. Uno lavora, e intanto l’altra stringe amicizie, inaugura amori, trova nuovi impieghi, ormai in totale autonomia. Internet ha regalato a tutti l’impressione di vivere più vite assieme e di essere più di se stessi soltanto. Com’è possibile accettare la singolarità del vecchio mondo dopo che si è stati iniziati all’infinità delle evenienze offerte da quello nuovo?»


Per la prima foto, copyright: Shane Rounce.

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