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“Nella pietra e nel sangue” di Gabriele Dadati, come introdurre la saggistica in un romanzo

“Nella pietra e nel sangue” di Gabriele Dadati, come introdurre la saggistica in un romanzoNella pietra e nel sangue di Gabriele Dadati è l’occasione giusta per noi per approfondire una questione spinosa, difficile da esaurire, che più volte abbiamo incontrato in passato: come introdurre saggistica in un romanzo.

La casa editrice è Baldini+Castoldi, la stessa di Enrico Brizzi, che sarà uno dei nomi illustri della mia prossima recensione, per cui le aspettative sono alte ma, da bravi recensori, ignoriamole.

Dadati intesse due storie parallele con il classico meccanismo di alternanza: la prima è quella storica romanzata di Pier delle Vigne e l’altra è la vicenda di un giovane dantista, Dario (mio omonimo) Arata, alle prese con la sua tesi di dottorato da presentare a un importante convegno accademico.

In un romanzo in cui è presente una forte componente di derivazione saggistica sono tre gli aspetti da considerare:

1)      Il testo in quanto romanzo.

2)      Gli elementi da saggio puro.

3)      La maniera con cui si romanza il secondo punto.

 

Si può considerare il fatto che ogni libro avrà un’impostazione diversa, avendo l’intento di dare maggior peso a uno o più dei tre aspetti succitati. Nella pietra e nel sangue è romanzo in cui si sottolineano marcatamente gli elementi da saggio puro. Lo si nota dalla prosa, che è intrisa di brani e citazioni, ma non solo. La vicenda stessa è contestualizzata all’interno del mondo universitario, per cui lo sono anche i principali protagonisti. Una menzione di merito va fatta al personaggio di Madame Legrand, che partecipa al climax dell’arco narrativo del protagonista.

I punti di forza del romanzo sono, quindi, legati a doppio filo con l’intento dell’autore di tradurre in narrazione prendendo spunto a piene mani dalla ricerca accademica, come dichiara nei ringraziamenti finali. Gli approfondimenti storici e filologici sono di estremo pregio, non solo danno carattere e spessore al romanzo, ma spesso si fanno motore della storia; fatto del tutto non banale.

 

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Questo si sposa bene con il saper viziare il proprio target di riferimento, pubblicando un libro per appassionati e specialisti si edifica un ponte anche per chi sta iniziando ad addentrarsi nel genere. In tal senso il romanzo di Dadati può risultare al lettore generalista e occasionale una piccola sfida che lo porta fuori dalla sua comfort zone. In particolare, per gli sbalzi di contesto, il ritmo rilassato della narrazione e l’astrazione del conflitto su un piano spesse volte puramente intellettuale.

“Nella pietra e nel sangue” di Gabriele Dadati, come introdurre la saggistica in un romanzo

Per quanto riguarda lo stile Dadati dà il meglio di sé nella coerenza di registro lessicale, laddove riesce a conferire a ciascun personaggio la sua voce caratteristica e a sottolineare, con eleganza da maestro, il legame tra il giovane studioso e il personaggio dantesco utilizzando i vocaboli della Commedia.

«Quando noi fummo sor l'ultima chiostra / di Malebolge» (If XXIX, 40, Dante)

 

La verosimiglianza e la caratterizzazione dei personaggi è in grado di soddisfare l’avido palato degli amanti del genere. Interessanti, sotto questo punto di vista, sono le parole di Madame Legrand, che ci ricorda il concetto di Esattezza di Calvino:

«Scriva un intervento sobrio e allo stesso tempo brillante, la prego, senza indulgere in artifici retorici. Dica quello che deve dire in modo lineare e senza dispendio di parole.»

 

In questo caso il romanzo parla con il libro: lo stile che Dadati adotta, seppur non barocco, può risultare “francese”, come inopportunamente sono solito definirlo dopo aver letto i gialli storici di Claude Izner, che divenne per me il canone di riferimento di una certa prosa digressiva e ricchissima sul piano lessicale in una o più lingue (anche di metafore). Uno stile che ha il dichiarato intento di abbacinare il lettore con un’insalata di parole; una tecnica efficace in varie circostanze.

I tre aspetti da considerare (testo come romanzo, elementi da saggio, espressione di questi elementi) ci guidano nell’analisi e nella scrittura; ciascuno presenta una criticità particolare, vediamole:

Se il primo punto viene meno, il testo può perdere in chiarezza e divenire opaco. Si trascura, così, il medium del romanzo, che perde la sua funzione e, soprattutto, la sua bellezza. È un rischio di cui bisogna essere ben consci.

Prendiamo come esempio il capitolo VIII del romanzo, quando avviene il fatidico colloquio tra Dario e Madame Legrand; entrambi saranno i portavoce di quell’anima saggistica intessuta nell’opera. Il capitolo inizia così:

«Un attimo prima di bussare alla porta di Madame Legrand, con il pugno sollevato all’altezza della spalla, Dario venne afferrato dalle braccia vigorose di alcuni ricordi sgradevoli e fatto ricadere bambino su una panca degli spogliatoi della piscina comunale.» (Nella pietra e nel sangue)

 

L’analogia tra studio filologico e nuoto viene portata avanti per tutto il capitolo. Aiuta a semplificare certi passaggi, che non significa renderli necessariamente chiari al lettore. Gli sbalzi di contesto, di cui sopra, si sommano al meccanismo delle storie parallele, già di per sé movimentato. Dadati sceglie l’analogia e la digressione per due motivi: il primo è poter raccontare la profondità del suo protagonista, il secondo è la semplificazione degli elementi da saggio puro.

Il secondo punto, infatti, nasconde il rischio di presentare al lettore degli infodump, argomento esaustivamente trattato dal manuale di Massai. In breve, non si vuole annoiare il lettore con dei paragrafi informativi che non contengono alcun pathos (infodump) e ci si limita a includere dei contenuti ritenuti importanti a sufficienza da essere menzionati, ma non abbastanza da dar loro dinamismo o destinarli all’eleganza del sottotesto.

“Nella pietra e nel sangue” di Gabriele Dadati, come introdurre la saggistica in un romanzo

Dadati nel corso dell’ottavo capitolo (così come in altri) tende a riportare fedelmente interi brani, anche in latino. Si arriva all’apoteosi del saggio: gli interlocutori parlano come se fossero dei libri di testo e colpisce nel segno. In un altro romanzo non funzionerebbe magari, ma Nella pietra e nel sangue è costruito per esaltare dei momenti di tensione e rivelazione dal gusto filologico profondo; non c’è modo migliore di riportare fedelmente i passaggi studiati e la traduzione, perché è quello che verosimilmente farebbe una Madame Legrand.

Il terzo punto critico è il più insidioso. Se anche si può lavorare sugli orpelli stilistici e sulle frasi evocative, se il peso degli elementi saggistici risulta eccessivo per il tipo di romanzo in questione, l’impressione finale sarà, com’è ovvio immaginare, di star leggendo un saggio malriuscito. È grave per tre motivi:

a)      Le pubblicazioni accademiche sono una cornice con delle regole da rispettare, se il romanzo viene meno, non è assolutamente detto che si riesca a rendere il valore saggistico degli elementi inseriti.

b)      Un romanzo rischia di non essere avvincente se gli elementi saggistici non sono al servizio della narrazione. Per cui, non è assolutamente detto che si riesca a rendere il valore narrativo della vicenda.

c)      Come ben sapeva il Manzoni storia e romanzo viaggiano su binari ben diversi e difficili da conciliare: verosimile, realista, plausibile e reale non sono veri e propri sinonimi per un motivo. La storia indaga le ipotesi e la realtà dei fatti, mentre l’arte dipinge il suo punto di vista (realista o meno), nel tentativo di renderlo quanto più simile alla realtà di quello scorcio (surreale o meno) e, in questo senso, è verosimile. Tant’è che si rischia di rendere inverosimile un brano per troppo poco o eccessivo realismo.

 

Gabriele Dadati sceglie un metodo molto diretto per ovviare a questi problemi e fonda il romanzo sul dibattito stesso tra storia e verità storica. Seppur ostico da seguire in certi passaggi narrativi, lascia che Madame Legrand renda chiaro a chiunque il punto a). Non appesantisce la trama con citazioni non necessarie e, anzi, gli antichi testi diventano fulcro e motore della storia.

Il punto c) a volte viene a essere toccato in alcuni passaggi sovrabbondanti e ripetizioni, soprattutto della vita quotidiana di Dario e della fidanzata, utili inizialmente ma che possono risultare un’ovvietà nel proseguimento e nella parte finale. In particolare, i dialoghi tra il protagonista e la fidanzata Lucia esprimono la complicità tra i due, per esempio quando si concludono le frasi e ragionamenti a vicenda. Dopodiché, Lucia rimane un personaggio poco fortunato, limitato a essere un’estensione della mente di Dario, seppur fornisca una componente conflittuale che arricchisce la tensione narrativa.

In sunto, bisogna dosare con accortezza quanto potere vogliamo dare al carattere saggistico in un romanzo, in funzione dell’idea stessa del romanzo.

«Vede, questa è la natura del potere. Qualcosa che accresce se stesso. Avrebbe la possibilità di cambiare il mondo e invece si premura solo di estendersi.» (Nella pietra e nel sangue)

 

La riflessione sul tradimento di Pier delle Vigne, paragonato a Giuda, è interessante e fantasiosa. Insinua un dubbio tutto da scoprire nella testa del lettore e ci fa riflettere sul tema molto attuale della post-verità.

«Pietro era in fondo l’apostolo prediletto di Federico, perché Federico vedeva in se stesso un secondo Cristo e il vero centro di una religione che si rinnovava. Pietro si era fatto Giuda?» (Nella pietra e nel sangue)

 

Anche Saviano ne parla in una recente intervista; ci si chiede se sia sano avere come riferimento la crocifissione di Gesù come testimonianza della verità. La risposta è che non è per niente sano e, anzi, per il cristiano stesso rischia di inquinare la sua fede alla ricerca di prove. Proprio Saviano è uno scrittore che ha fatto dell’inserimento di non-fiction nei romanzi la sua cifra stilistica. Nelle sue opere tutto il didascalico va a incrementare la portata emotiva e conflittuale delle vicende narrate.

 

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In definitiva, non bisogna sottovalutare la difficoltà di un’operazione delicata tra due corpi molto diversi, come la saggistica e la narrativa. Bisogna essere padroni di entrambe le forme di scrittura e saperle fondere per esaltare il meglio di ciascuna e di ciò che si vuole esprimere. Per giungere al nostro obiettivo si può partire dallo studio del medium romanzo (il saper descrivere, il conflitto, etc) per poi riuscire a introdurre qualcosa in più, anche personale.


Per la prima foto, copyright: Devon Divine su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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