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Nella mente dei serial killer attraverso la grafologia. Intervista a Lidia Fogarolo

Nella mente dei serial killer attraverso la grafologia. Intervista a Lidia FogaroloChi è il serial killer? Come si comporta? Cosa pensa? A cercare di darci dei dettagli sui caratteri comportamentali dei serial killer ci pensa il libro Storie di serial killer. Nella mente degli assassini seriali attraverso l’analisi della scrittura, di Lidia Fogarolo. Il testo, edito da Graphe.it edizioni, è un approfondito saggio che si addentra nelle personalità dell’animo umano di alcuni dei più pericolosi serial killer americani. Le pagine sono un vero e proprio viaggio nel vissuto degli assassini.

Un percorso che i lettori compiono grazie all’accurata guida incarnata dalla Fogarolo, psicologa specializzata in grafologia, che ci accompagna alla scoperta delle diverse tipologie comportamentali (sono 45) dei killer seriali.

Lidia Fogarolo ha accettato di rispondere ad alcune nostre domande, provando a mettere in evidenza i punti di forza dell’approccio grafologico e allo stesso tempo per parlare più da vicino dei serial killer.

 

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Perché scrivere un libro dedicato alla figura del serial killer?

Il libro fa parte di un progetto più ampio, volto a illustrare come un metodo psicodiagnostico così complesso come quello elaborato dal grafologo italiano Girolamo Moretti consenta di andare in profondità nella lettura del comportamento, associandolo a temi dominanti all’interno di una data personalità.

Questo progetto comprende una serie di pubblicazioni molto specifiche e quella sui serial killer costituisce un esempio particolarmente significativo. Di fronte ad alcune aberrazioni di cui si legge nei giornali – ad esempio il caso che mi è stato segnalato recentemente della “nonnina ridacchiante” che uccise quattro mariti, due suocere, due figli, due nipoti, la madre e la sorella, ma in foto presenta sempre una risatina rassicurante – nasce in me l’immediata curiosità di vedere la struttura di personalità che ha compiuto questi gesti. Caso dopo caso, ho raccolto una casistica che consente alcune riflessioni in merito alla categoria esaminata.

 

Il libro racchiude una serie di casi reali di killer seriali. In che modo sono stati scelti?

Nel libro presento quarantacinque scritture di serial killer, quasi tutti statunitensi e tutti uomini, giacché mi sono quasi subito resa conto che uomini e donne agiscono in modo ben diverso anche in questo campo.

Diciamo che le fasi di avvicinamento al problema sono state diverse. Parecchi anni fa ho cominciato a osservare tutte le scritture che potevo reperire on line, senza alcuna ipotesi in merito. Poi ne ho acquistate parecchie, costruendomi un archivio personale: in questa fase ho messo in campo un primo criterio di selezione, sia pure molto vago, che era quello di avere la più grande varietà sia in merito al numero di uccisioni, per cui si va da due-tre persone a trenta, sia in merito alle strutture di personalità coinvolte. A questo punto, però, sono entrata in crisi perché il materiale raccolto era così disomogeneo da darmi l’idea che fosse impossibile strutturarlo in un discorso esplicativo.

Infine, ho avuto l’intuizione che poi ho concretizzato: l’esame più approfondito di 15 casi, scelti appunto come indicativi della varietà delle strutture di personalità coinvolte, e la possibilità di trarre da questi alcune generalizzazioni più ampie, in cui rientrano altri famosi casi di serial killer, molto noti alla cronaca.

Pertanto il lettore può apprezzare sia la varietà e la complessità delle motivazioni a monte di queste storie, sia la ripetitività di alcuni temi di fondo: l’infanzia violata costituisce senz’altro uno dei temi più ricorrenti, anche se non esclusivo.

Nella mente dei serial killer attraverso la grafologia. Intervista a Lidia Fogarolo

Quali sono le caratteristiche reali di un serial killer e che corrispondenza c’è rispetto a quelle create ad hoc da letteratura, cinema, televisione, ecc.?

Non sono un’esperta di serie televisive su questa tematica: semplicemente non le reggo. L’unica che ho visto, quasi per una forma obbligata di aggiornamento personale, è Dexter: e qui abbiamo, appunto, rappresentato un tipico serial killer, maschio, bianco, sulla trentina, emotivamente dissociato. Tuttavia la dominanza dei serial killer bianchi è ormai appartenente al passato; mentre resta la dominanza bianca delle vittime, siano esse uomini o donne.

Dexter, appunto, è un personaggio interessante, che rappresenta la capacita di alcuni serial killer di “nascondersi in piena vista dentro la loro comunità”, secondo una definizione data recentemente dall’FBI, perché “hanno spesso casa e famiglia, esercitano un’attività professionale e sembrano essere normali membri della loro comunità”. È chiaro che un soggetto del genere, totalmente scisso in due secondo un quadro psicologico già descritto nel libro di Stevenson Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde, ha la possibilità di uccidere molte più vittime rispetto a un soggetto che presenta segni di squilibrio mentale. Va da sé che le persone “strane” attirano l’attenzione molto più degli individui insospettabili; e quindi questi ultimi sono sempre i più inquietanti. È possibile convivere per anni con un serial killer che ha ucciso 25-30 persone e non accorgersi di nulla? Alcuni casi dimostrano di sì.

 

Serial killer si nasce o si diventa? Ed è possibile anticipare se una persona diventerà un serial killer o se giungerà a mettere in pratica quest’aspetto della sua personalità?

No, né la criminologia né la grafologia sono scienze predittive con questo significato così deterministico. Anche l’utilizzo di categorie come “personalità sociopatica” risultano ovvie se applicate dopo che l’individuo ha commesso il fatto. Va da sé che se uno uccide 5-10 persone e più, è legittimo affibbiargli l’etichetta di sociopatico. Ma quanti serial killer hanno collezionato questa diagnosi prima di venire scoperti? Praticamente ben pochi.

Devo dire che la mia ricerca su questo punto è assolutamente in linea con quanto affermato negli atti di un convegno organizzato dall’FBI nel 2005 sui “serial murders”: non c’è una singola causa e nessun tratto specifico caratteristico riscontrabile in questo tipo di reato, quanto piuttosto una moltitudine di fattori. Esattamente come non è possibile identificare tutti i fattori che influenzano il comportamento umano “normale”, similmente non è possibile identificare tutti i fattori che conducono un individuo a diventare un serial killer.

 

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Oltre agli indizi ritrovati nei luoghi dei delitti, quanto è importante l’analisi grafologica per comprendere la personalità del serial killer?

Lo studio della personalità dal punto di vista criminologico è di estrema importanza per vari fattori. Uno di questi, molto dibattuto nei tribunali, è la capacità di intendere e di volere, e ancor più la capacità di simulare una malattia mentale che possa mitigare la pena. Solo da questo punto di vista – che costituisce uno di quelli presi in considerazione nel testo – la varietà del campione è notevole: si va da evidenti casi di ritardo mentale (rari), e da un caso di completa confusione mentale (il famoso caso di Charles Manson) ad altri che intellettivamente si collocano nella norma, fino ad avere personalità con QI elevatissimi.

A livello giuridico, la possibilità di definire in quale categoria rientri il serial killer esaminato è di estrema importanza; e la grafologia è in grado di formulare interessanti e approfondite distinzioni.

Di norma, raramente nelle sentenze emesse dalle Corti USA viene ammessa l’incapacità di intendere come motivo di riduzione della pena, perché le atrocità commesse costituiscono una condizione di non ritorno.

Poi su ogni storia narrata si intrecciano anche le trame del destino Ad esempio, il famoso serial killer Jeffrey Dahmer, responsabile di diciassette omicidi cui seguivano macabri rituali, è riuscito a salvarsi dalla sedia elettrica. Tuttavia pochi mesi dopo la sua condanna fu trovato con il cranio sfondato, ucciso da un detenuto schizofrenico in preda ad allucinazioni e convinto di essere il Figlio di Dio.

Nella mente dei serial killer attraverso la grafologia. Intervista a Lidia Fogarolo

Quali sono gli elementi della scrittura che possono far capire che la persona sospettata potrebbe essere un serial killer?

Anche in questo caso non posso che rispondere così: nessuno, perché la categoria è estremamente disomogenea. Lo vede anche un profano: solo sfogliando il testo si evince con immediatezza l’incredibile diversità delle scritture esaminate. Però i serial killer condividono spesso alcune caratteristiche: la dissociazione emotiva, che tuttavia non è esclusiva della categoria, e per di più non appartiene nemmeno a tutti i serial killer; oppure la disposizione alla tecnica prima di comprensione empatica. Tuttavia anche rispetto a quest’ultima indicazione, che in base al buon senso dovrebbe appartenere a tutti i serial killer, ci sono delle eccezioni. Mi riferisco in particolare a un ingegnere analizzato nel testo, caratterizzato da capacità di insinuazione psicologica, che ha ucciso una trentina di persone a bruciapelo perché lui non voleva farle soffrire; e poi sfogava la sua rabbia repressa sul cadavere.

 

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Esistono dei segni, delle azioni, dei comportamenti che inducono a identificare un serial killer?

Considerato che il serial killer – nella maggior parte dei casi – agisce su degli sconosciuti, è difficile da identificare perché non fa parte della cerchia dei conoscenti della vittima. Questo fa sì che agli investigatori non resti che analizzare in dettaglio quello che viene definito il modus operandi, al fine di collegare più delitti a una sola persona, ricostruendone gli spostamenti geografici.

In questo minuzioso lavoro di ricostruzione rientra anche il criminal profiling, che dovrebbe consentire – unitamente al vecchio identikit – di individuare le caratteristiche psicologiche e comportamentali del criminale.

Quando si tratta, però, di definire prima la struttura di personalità di un serial killer, in modo da agevolare la sua cattura, la psichiatria e la criminologia sono in difficoltà, e lo è pure la grafologia. Questo perché indubbiamente si tratta di un crimine che appartiene alle più svariate categorie: e mentre le personalità più devianti sono, bene o male, sotto l’occhio della polizia, certamente non lo sono le persone rispettabili, quelle appunto che “si nascondono in piena vista dentro le loro comunità”. Nel libro c’è più di un caso come questi: e lo sgomento dei famigliari nello scoprire di che cosa è stato capace il loro caro, è del tutto genuino.

 

Come è stato scrivere questo libro, con la consapevolezza della verità della realtà narrata?

Un’esperienza dura, soprattutto perché molti serial killer vengono da famiglie che sono state profondamente abusive nei loro confronti; e quindi, prima di reggere la violenza dei loro comportamenti, bisogna reggere la violenza cui sono stati sottoposti da bambini.

Tre giorni prima dell’uscita del libro sono stata colpita da un attacco di Herpes zoster, cui meglio si addice – letteralmente – il nome popolare di Fuoco di S. Antonio: ed effettivamente si è scatenata nel mio corpo un’ondata di dolore fisico. Mia figlia e alcuni amici mi hanno chiesto: ma è in relazione al libro? Non lo so, io direi di no perché il libro l’ho terminato un anno fa; tuttavia si tratta di una sorprendente coincidenza. In ogni caso il tema affrontato costituisce uno spaccato dolorosissimo della nostra realtà sociale.


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