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Nell’officina dell’autore insieme a Enrico Brizzi

Nell’officina dell’autore insieme a Enrico BrizziEnrico Brizzi ci racconta che dal primo momento in cui è uscito Jack Frusciante la sua vita è cambiata. La scrittura è stata fin da subito per lui un modo per dialogare e confrontarsi con gli altri; con altre persone che condividevano il suo fuoco, la sua passione: in fondo un modo per non sentirsi soli. La passione per la narrativa lo ha introdotto fin da giovanissimo in un ambiente in cui “era bello stare”, un luogo in cui si può parlare d’arte e si possono indagare le diverse forme di narrazione: il cinema, il teatro, la musica. Questo ci racconta Brizzi quando lo incontriamo in occasione dell’uscita del suo ultimo libro: Tu che sei di me la miglior parte (Mondadori).

Il libro, ambientato nella Bologna degli anni Ottanta, è uno spaccato sull’adolescenza. Tommy, il protagonista, è orfano di padre e vive e con la madre Alice. Cresce fra i racconti avventurosi dello zio Ianez e i giochi con gli amici di sempre Athos e Selva, fra il cortile e la parrocchia. Dopo un inconsapevole percorso di educazione sentimentale arriva anche per lui il vero amore, Ester, che però susciterà le attenzioni anche di Raul, il nuovo arrivato, che di Tommy diventerà la guida e la nemesi. Siamo di fronte a una storia che racconta la difficoltà di crescere, di trovare il proprio “io” ed il proprio posto nel mondo, ma anche descrive e ci ricorda lo stupore delle prime volte e di una vita ancora tutta da decidere.

Per Brizzi, nonostante il gradissimo successo ottenuto con il suo esordio, la cosa fondamentale è sempre restata produrre delle opere di cui essere fiero, senza lasciarsi coinvolgere dalle logiche editoriali che, spesso e volentieri, spingono l’autore a cavalcare l’onda del successo e a economizzare sui tempi del processo creativo.

 

Le pesa avere un esordio così ingombrante alle spalle?

Che dire, sapete meglio di me come funziona il sistema dei media; magari fai una lunga intervista in cui parli di tutt’altro e poi ti ritrovi come titolo “Jack Frusciante è tornato nel gruppo” o cose così, e quindi si ritorna a parlare del mio esordio, è un cane che si morde la coda. All’inizio può dar fastidio, ma dopo un po’ capisci che questo è il gioco, e soprattutto che il lavoro non può, e non deve, interferire con la tua vita personale. D’altronde è anche normale che sia così; cosa dovrebbe pensare Dylan che quando attacca Mister Tambourine Man la gente impazzisce, perché tutti non avevano il coraggio di chiedergli quel pezzo e alla fine lo fa davvero, o gli Stones quando fanno Satisfaction: tutti coloro che hanno fatto qualcosa che è rimasto si dovranno sempre confrontare con quel titolo, quella canzone, quel libro… In fondo essere riconoscibili fa gioco. Ma alla rassegna stampa non dedico più di dieci minuti la mattina!

Nell’officina dell’autore insieme a Enrico Brizzi

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Qual è il suo rapporto con i social?

Penso che, come in tutte le cose, ci sia bisogno di moderazione, perché si rischia di perdere il rapporto autentico con gli altri e con la realtà. Internet deve essere uno strumento, non un constante filtro interposto fra noi ed il mondo.

Fra l’altro i cellulari, che veicolano il mondo dei social, sono sì degli strumenti utili, ma devastanti per la concentrazione. Bisogna sempre essere in grado di capire quand’è il momento di metterli da parte.

 

L’uscita del nuovo libro la emoziona come se fosse sempre la prima volta?

Sì. Io amo i miei personaggi, li ho creati e gli ho dedicato il mio tempo. Mi emoziona ogni volta pensare che ora se ne andranno da soli per il mondo. Ed è toccante anche pensare che sono passati ormai vent’anni dalla prima volta in cui mi sono trovato a parlare di una storia creata da me, una storia che avevo tirato fuori dal nulla.

Per questo libro è particolare ragione di emozione il fatto che lo abbia scritto e gettato via due volte, e solo alla terza ho ottenuto davvero ciò che volevo, la forma che mi aspettavo, l’equilibrio perfetto fra narrazione e tessuto stilistico. Dopo molto che ci lavori la storia diventa una cosa molto importante da rispettare e onorare, e al di là dei riscontri esterni, è dentro di te che devi essere certo di aver fatto il tuo lavoro nel modo migliore possibile.

 

Un oggetto rappresentativo degli anni Novanta?

La bicicletta. La bicicletta era la libertà assoluta.

Nell’officina dell’autore insieme a Enrico Brizzi

Perché lei sceglie di raccontare sempre gli anni Novanta?

Se fossi cresciuto negli anni Cinquanta avrei parlato di quelli. Gli anni Novanta sono per me gli anni della scoperta, della meraviglia, delle prime volte. Sono gli anni delle mie esperienze indimenticabili, gli anni in cui sono diventato quello che sono. Tutto quello che è successo in quegli anni me lo ricordo molto bene, mi viene naturale raccontarli. Sono gli anni in cui tutte le possibilità sono ancora davanti a te. Non avrei pregiudizi nell’ambientare una storia oggi, ma sarebbe difficile che il protagonista fosse un ragazzino, perché per me andava di moda essere ragazzini in quegli anni lì.

 

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Ed è per lo stesso motivo che ha scelto di ambientare il romanzo a Bologna?

Sì. Bologna è l’idea tipo della città. La conosco e offre tutti gli strumenti per la realizzazione di una storia. Ma in generale tutte le città sono state sempre per me fonte di grande stupore e incanto, anche per i libri. Quando da bambino andai a Parigi scoprii che potevo trovarci davvero ogni tipo di libro. Alla Bibliotheque National di Parigi si può avere qualsiasi libro sia stato mai pubblicato in Francia; quando lo scoprii da bambino la cosa mi lasciò stupefatto.

 

Tommy e Raul, i due protagonisti del suo libro, sono due ragazzi molto diversi fra loro, pur bruciando entrambi nei fuochi dell’adolescenza. Possiamo dire che rappresentano la dicotomia interna a ogni adolescente?

Sì, quando sei giovane puoi essere ammaliato da un amico che per te è un cattivo maestro, perché più maturo, più affascinante, ma allo stesso tempo ci sono situazioni in cui tu sei il cattivo maestro per qualcun altro. Nella vita i ruoli si scambiano continuamente. In ognuno di noi convivono la natura del cattivo maestro e quello del bravo ragazzo, ognuno di noi contiene tantissimi potenziali personaggi interessanti, dentro di noi ci potrebbe essere chiunque: la cosa importante è lasciare che le nostre personalità vadano per il mondo e trovino la loro strada. E quando si cresce bisogna preservare la fantasia che ci permette di ricordare che c’è stato un momento in cui tutto era possibile.


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Per la prima foto, copyright: Angelina Litvin.

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