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Natalia Ginzburg. La realtà all’indicativo, la vita al superlativo

Natalia Ginzburg. La realtà all’indicativo, la vita al superlativoÈ certo che la materia narrativa di Natalia Ginzburg riflette un realismo che affonda le sue radici nell’angoscia esistenziale della sua epoca e – forse – anche del nostro tempo. Un classico, infatti, è sempre contemporaneo, ed è per questo motivo che non ci dimentichiamo di lei, che non smettiamo di leggerla e rileggerla. Risulta difficile un inquadramento dell’autrice nel panorama letterario coevo; non si può certo isolarla nel contesto controverso, nelle correnti, spesso antitetiche, che si sono succedute dal dopoguerra in poi. La Ginzburg risente di quell’atmosfera, è partecipe del suo tempo ma non aderisce ad alcun programma astratto, a qualsivoglia indirizzo, superando i ristretti confini dei vari “ismi” letterari per operare soprattutto sulla linea di una costante fedeltà a sé stessa.

Fedeltà a sé stessi non vuol dire trincerarsi nel proprio io interiore, ricadere nell’autobiografia e nell’autoreferenzialità; la capacità della Ginzburg di osservare il mondo è così assidua, così tenace che il suo cercarsi intimamente senza posa è uno scandaglio, uno strumento che le consente di avvicinarsi agli altri e dagli altri farsi completare, pur ribadendo e rimarcando in ogni pagina, si può dire, il proprio tortuoso e drammatico percorso individuale. Questa è la matrice della sua poetica, che non verrà mai disattesa. La realtà è sempre il terreno sul quale s’incentra l’esperienza di vita dei suoi personaggi, in un apparente non-accadere, in un girare a vuoto che riconduce al destino di dolore che isola e insieme accomuna gli uomini.

Natalia nasce il 14 luglio del 1916, a Palermo. Dopo tre anni la famiglia si sposterà a Torino e piemontese, anzi torinese, permarrà l’ambiente di formazione e identità della futura scrittrice. Il padre, Giuseppe Levi, era un illustre scienziato di origine ebraica, professore universitario e antifascista, che insieme ai tre fratelli di Natalia verrà imprigionato e processato per le sue idee politiche. Gli anni in cui Natalia gioca, studia e matura sono quegli stessi anni che vedono il trionfo del fascismo e il formarsi di nuove file di oppositori, l’incrudire degli arresti, il confino, l’espatrio e la morte di tanti: un avvicendarsi di nomi illustri nella storia della Resistenza, da Filippo Turati ai fratelli Rosselli, da Carlo Levi a Cesare Pavese e Leone Ginzburg. Sono anni duri, di vuoti e di indebolimento della fazione antifascista, per il consolidarsi del fascismo in Italia come una realtà granitica. Ma lo spirito degli antichi ideali di libertà e uguaglianza spinge i più giovani a studiare e scrivere, a tramandare l’eredità di una lotta che non è ancora perduta del tutto. La traduzione di libri americani, a opera di Pavese e Vittorini, è una prima forma di opposizione della genuina cultura italiana alla cultura ufficiale fascista, che si nutre di canoni stereotipati e di logori slogan. Un avvenimento importantissimo e decisivo di quegli anni, nella storia dell’antifascismo, fu perciò la fondazione a Torino della casa editrice Einaudi, nel 1933. Fu un centro di lavoro e di cospirazione, fra letteratura e politica. Con Giulio Einaudi presero subito a collaborare i vecchi compagni di liceo, primi fra tutti Leone Ginzburg e Cesare Pavese, presentati da Massimo Mila. Ben presto il gruppo si ampliò, anche per merito dello stesso Ginzburg, comprendendo nomi come Carlo Levi, Felice Balbo, Augusto Monti e Ludovico Geymonat. Torino diviene, perciò, il punto di partenza delle nuove idee, il focolaio della rivolta intellettuale. Il lavoro non procede senza ostacoli, il fascismo vigila, mette gli occhi su scritti e persone e in seguito prende misure drastiche. Leone Ginzburg, direttore editoriale di Einaudi, è il primo a conoscere le mura del carcere. Ma anche Pavese, che lo sostituisce, viene incriminato, e a seguire pure gli altri.

 

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Inquietudine e silenzio sono gli aspetti che più emergono nelle scarse ma frequenti annotazioni biografiche della giovane Natalia. La ragazzina tende, sin dalle prime incerte esperienze sulla pagina, alla ricerca di una piena affermazione di sé che sfocia nella confessione autobiografica. Ultima di cinque figli, è spettatrice assorta della vita famigliare e sociale che si svolge intorno a lei e alla quale sembra non partecipare, come distratta da sé stessa, ma niente le sfugge, è avida di ogni dettaglio, per cercare nelle radici stesse della vita una giustificazione alla propria vocazione. Al suo isolamento contribuiscono la decisione di suo padre di farle fare le elementari in casa, per evitare il pericolo di contrarre malattie contagiose, preoccupazione eccessiva di un biologo che conferisce estrema importanza allo stato di salute, e il distacco da una qualsiasi forma di religione. Pur essendo la madre, Lia Tanzi, una milanese di religione cattolica, l’assenza di religione nel nucleo famigliare la escludeva da un certo mondo, senza contribuire a integrarla in qualche altro.

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Natalia inizia a scrivere verso i dodici anni: poesie, romanzi, ma soprattutto poesie, sbocco naturale alla solitudine e al silenzio ma anche tensione di vita, componimenti e materiale che in seguito censurerà, in gran parte, per pudore o reticenza al dichiararsi, allo scoprirsi troppo, senza affidarli alla pubblicazione. La prima classe liceale si chiude con una clamorosa bocciatura, ma dall’orgoglio ferito nasce, nel corso dell’estate, il primo racconto completo, Un’assenza. Il fratello Mario lo giudica buono e lo passa in lettura a un suo amico. L’amico va a trovarla a casa, le propone di inviare il racconto alla rivista «Solaria» per la pubblicazione. Avviene, così, che Natalia e Leone Ginzburg si incontrino. La svolta, per Natalia, è perciò anche umana oltre che letteraria; all’inizio il rapporto di questa diciassettenne introversa con un giovane di 24 anni sicuro di sé sia da un punto di vista professionale che politico si sviluppa in certa misura non del tutto equilibrato. L’intuizione di avere di fronte a sé il compagno di una vita farà comunque maturare in fretta la giovane donna. L’idillio non dura molto: Leone viene presto condannato a quattro anni di carcere per la sua militanza antifascista, due dei quali gli vengono condonati in seguito a una provvidenziale amnistia. Di nascosto dai suoi, Natalia mantiene una regolare corrispondenza con Leone in carcere, consolidando quell’intesa e quel sentimento che costituirà parte integrante della vita di entrambi.

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Leone esce dal carcere nel 1936. Lui e Natalia si sposano nel 1938. Vivono i primi anni del loro matrimonio a Torino, dove Ginzburg ha la cattedra di letteratura russa (era un ebreo di origine russa). Leone si rifiuta di prestare giuramento di fedeltà al fascismo, ma la coppia rimane comunque a Torino, lavorando in Einaudi fino al 1940, poco prima dello scoppio della guerra, nel giugno dello stesso anno. Leone viene spedito al confino in Abruzzo, in un paese, Pizzoli, che tante volte comparirà nei testi di Natalia, che seguirà il marito e crescerà con lui i figli Carlo e Andrea (avuti rispettivamente nel 1939 e nel 1940). In seguito la figlia Alessandra nascerà a Pizzoli nel 1943. Sono di questo periodo un racconto, Mio marito, e un romanzo breve, La strada che va in città; il primo è del ’41, il secondo viene invece pubblicato nel 1942 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, assunto per motivi razziali. Le opere riflettono qualcosa dell’esperienza vissuta al confino: la scoperta della campagna, la bellezza della gente e della vita di paese. È un periodo irripetibile, una breve parentesi sotto un cielo di nubi dense e scure dove spirano i venti della guerra. Il 25 luglio del 1943 cade il regime fascista e Leone Ginzburg torna prima a Roma e poi a Torino, dove riprende i contatti con i movimenti politici antifascisti. La tranquillità dura poco: l’armistizio dell’8 settembre concede la libertà a Mussolini e il dominio dei tedeschi che invadono praticamente il Paese. Leone invita Natalia ad abbandonare Pizzoli, dove il pericolo di essere individuata e deportata è incombente. Quel che accadde dopo lo apprendiamo dalle scarne parole di Natalia in Lessico famigliare (Einaudi, 1963): «Arrivata a Roma tirai il fiato e credetti che sarebbe cominciato per noi un tempo felice. Non avevo molti elementi per crederlo, ma lo credetti. […] Leone dirigeva un giornale clandestino ed era sempre fuori di casa. Lo arrestarono, venti giorni dopo il nostro arrivo; e non lo rividi mai più».

 

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Nel 1947, a distanza di tre anni buoni dalla morte di Leone, torturato e ucciso nel carcere di Regina Coeli, Natalia dà alle stampe È stato così, romanzo breve che si apre con un colpo di pistola e dispiega la confessione di una donna che uccide il marito infedele e si toglie la vita a sua volta. Non sono le infedeltà del marito il movente omicida, ma l’indifferenza di lui, la mancanza di verità e rispetto che la feriscono. Non è un racconto autobiografico ma gli addentellati con quell’io narrante, sul quale grava un carico di vita così pesante da schiacciarlo, rimandano allo stato d’animo dell’autrice in quegli anni: «Mentre scrivevo non mi curai di sapere se nella donna che dice “io” c’ero o non c’ero io stessa. Perché ero molto infelice e lasciavo che la mia infelicità pascolasse dove le pareva».

Natalia Ginzburg. La realtà all’indicativo, la vita al superlativo

Sono anni di intensa attività letteraria. Il 1952 è l’anno della pubblicazione di Tutti i nostri ieri, dove meglio si precisa la poetica della scrittrice, ovvero nella misura del romanzo breve, in un narrare che non privilegia l’intreccio ma le vibrazioni psicologiche più tenui e delicate, le risonanze emotive, un raccontare il cui motore è alimentato da una minimale giustificazione di trama. Con Tutti i nostri ieri la Ginzburg dà il suo contributo alla letteratura della Resistenza, anche se forse non era sua intenzione tratteggiare in questo libro quello ch’è stato definito dai critici il ritratto di una generazione. Non poteva essere, nel caso di Ginzburg, un documento di lotta partigiana o di testimonianza. Il libro abbraccia un arco temporale molto ampio, dagli anni precedenti alla guerra, per concludersi dopo un conflitto devastante e disperato, vissuto con grande coinvolgimento, emblema della lotta di un popolo per la conquista della libertà. Sul piano formale l’assenza del discorso diretto, la mancanza delle virgolette a introdurre quel che i personaggi si riferiscono può significare la portata più generale delle loro parole. Le voci della sera (Einaudi, 1961) costituisce il ponte verso l’opera-capolavoro, quel Lessico famigliare di cui diremo. La necessità di essere sinceri, in Le voci della sera, è così assoluta e pressante da far cadere nella Ginzburg l’intento di quelle consuete finzioni narrative per le quali si dà un nome fittizio a luoghi e persone di cui si vuol parlare. Si tratta, ormai, della piena consapevolezza di uno stimolo che già era forte nell’adolescenza e che ora diviene padronanza della tecnica e impegno a vivere, a non rifiutare alcun aspetto della verità, men che mai la manutenzione e il sapiente utilizzo della memoria, che della realtà è il registro più affidabile.

Lessico famigliare (Einaudi, 1963) è il trionfo della memoria e insieme la più felice espressione del cammino letterario di Natalia Ginzburg. Qui la libertà della memoria è espressa nella forza del dialogo, bandito dal libro precedente. La parola è il sostrato, il tessuto connettivo dei legami famigliari; l’immagine “che parla” è quella di una comunità famigliare mobile, in preda al caos, nel tran tran quotidiano dei contatti, sia interni che con la società circostante, in un periodo storico travagliato. I personaggi sono collocati sulla scena con le loro generalità anagrafiche, ma questo non toglie nulla alla loro sostanza di personaggi romanzeschi. A differenza del tono delle altre opere della Ginzburg qui sentiamo vibrare più apertamente l’humor, nel riverbero di un’onda affettiva che fa capolino quasi in ogni pagina. Il vocabolario paterno e materno è arricchito di tanti neologismi che vanno a comporre, variegato, questo lessico sentimentale. Eppure dietro il gioco, sotto la sostanza volatile della superficie, che potrebbe far pensare a un’evasione, c’è una trama più densa che deborda dal filone della cronaca delle abitudini e stili di vita famigliari configurando, come nel libro che lo precede, la vicenda di una generazione, la storia di una lotta, e questa volta a carte scoperte.

Natalia Ginzburg. La realtà all’indicativo, la vita al superlativo

Con l’assegnazione del Premio Strega arriva il consenso del grande pubblico. Nei decenni che seguono usciranno Mai devi domandarmi (Garzanti, 1970) e Vita immaginaria (1974). Di questo periodo anche le collaborazioni col «Corriere della Sera», numerosi i suoi elzeviri di critica letteraria, teatro e spettacolo.

I personaggi delle opere teatrali della Ginzburg sono oppressi dall’angoscia, storditi da un mondo sconvolto che urla il proprio disagio, incapaci di comunicare e sprofondati nella solitudine. Sembrerebbe, pertanto, non avere tutti i torti, tentando di delineare lo stile dell’autrice, Geno Pampaloni quando afferma che il suo mezzo espressivo è «la lagna», riprendendo un’etichetta coniata con affettuosa ironia da Pavese, vale a dire un ininterrotto flusso autobiografico in cui la scrittrice riesce a “intrecciare e sciogliere i suoi lunghi pensieri”. Italo Calvino ravvisa in Le voci della sera le nuove possibilità del romanzo borghese, a patto che alla nostalgia si affianchi la ferocia, senza falsi schemi di ingenuità ma con un autentico sottofondo di sbigottimento e disperazione. A noi piace senza dubbio Walter Mauro, quando parla di un’operazione di frattura con la tradizione del romanzo. Sulle rovine del passato è risorto il magistero della vita e degli eventi su quello dei libri. Ci preme ancor più concludere la traccia di questo pur breve excursus sulla vita e sull’opera di Natalia Ginzburg citando ancora una suggestione di Pampaloni – questa volta più illuminante – contenuta in un articolo comparso sul «Corriere della Sera», nel 1970: «Se ci soffermiamo un momento a esaminare la prosa della Ginzburg, vediamo che essa fonda la sua cadenza su due poli ben precisi: l’indicativo del verbo e l’aggettivazione al superlativo. Indicativo e superlativo, cioè la piana realtà e la stessa realtà che si qualifica tenendosi verso l’ineffabile, costituiscono l’alternanza, il polso battente di questa prosa e arricchiscono di continua drammaticità la sua apparente monotona estenuazione». E Pampaloni stesso chiarisce, citando a sua volta Cesare Garboli, che per Natalia Ginzburg «la realtà è all’indicativo, la vita al superlativo».

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