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Musei a pagamento oppure no? Questione sempre aperta

Biglietto museiÈ ovvio che un’alta percentuale delle mete scelte dai viaggiatori dediti al turismo culturale sia costituita da musei e siti archeologici, per visitare i quali è in genere necessario pagare un biglietto d’ingresso. Entrano gratis i ragazzi fino a diciotto anni e gli anziani oltre i sessantacinque, mentre per la fascia compresa tra i diciotto e i venticinque anni sono di solito previste delle riduzioni.

In realtà, le cose non stanno proprio così. Prima di tutto, c’è un elenco di persone che beneficiano dell’ingresso gratuito, e che comprende giornalisti, insegnanti di ruolo nelle scuole statali, dipendenti del Ministero dei Beni Culturali, guide turistiche e interpreti, portatori di handicap, docenti di architettura e belle arti, così che di media un buon quarto dei fruitori entra senza pagare, con punte ancora più alte nei luoghi più visitati da scolaresche e comitive. In pratica, sui trentasei milioni circa di visitatori annuali, sono diciotto quelli che lo fanno gratis o pagando un ingresso ridotto, il che significa quaranta milioni di euro in meno per lo Stato, che dai biglietti ne incassa centodieci.

Da anni esistono due correnti di pensiero contrapposte riguardo al costo dei musei.
Da un lato si giudica corretto far pagare un biglietto, anche a costo contenuto, per affermare il concetto che l’arte e la cultura vanno valorizzate come beni preziosi, alla cui conservazione siamo tutti chiamati a contribuire in qualche modo.
Dall’altro si sostiene che un biglietto a pagamento è una barriera tra il fruitore e il museo, e che le istituzioni statali dovrebbero essere gratuite per tutti, puntando piuttosto a realizzare introiti attraverso la gestione dell’indotto, come la vendita di articoli nei bookshop, l’apertura di punti di ristoro nei musei stessi e il fatto che attirando visitatori si dia lavoro alle strutture del territorio, come gli alberghi e i ristoranti.

Nei Paesi europei sono in vigore entrambe le soluzioni. In Gran Bretagna, ad esempio, i musei sono gratuiti per tutti, mentre sono a pagamento le mostre temporanee, eppure la gestione delle grandi strutture è generalmente in attivo. In Francia, si paga, invece, il biglietto, all’incirca con le stesse forme di riduzione e/o gratuità in vigore qui da noi.

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Come si spiega allora il fatto che tutti i musei statali italiani nel loro complesso arrivano a incassare in un anno meno di un quarto del solo Louvre?
La risposta sta probabilmente in una pessima gestione globale delle nostre strutture, senza un disegno preciso e senza uniformità tra le varie regioni, a cui sono state concesse autonomie decisionali quantomeno discutibili. Esistono regioni come il Friuli, in cui tutti i musei statali presenti sono a ingresso gratuito, e altre come l’Umbria in cui sono tutti a pagamento.
Ci sono anche strutture con dieci custodi, ma che hanno in media uno/due visitatori al giorno, e con un incasso annuale di  poche centinaia di euro non si possono pagare dieci stipendi, mentre a volte in musei più grandi il personale è carente. Al Ministero dei beni Culturali non è però prevista la mobilità dei dipendenti, che non possono essere trasferiti da una struttura all’altra come avviene invece in altri settori statali.

La scelta di far pagare o meno i biglietti d’ingresso andrebbe, quindi, preceduta da una ben più vasta revisione della gestione economica del Ministero, con un uso migliore delle risorse umane a disposizione, l’unificazione dei criteri amministrativi tra le regioni e magari la valorizzazione di quei musei oggi quasi sconosciuti al grande pubblico, ma che spesso contengono tesori artistici di valore inestimabile.

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