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Morto Oliviero Beha – Il suo testamento al nipotino

Morto Oliviero Beha – Il suo testamento al nipotinoÈ morto il giornalista, scrittore e conduttore televisivo e radiofonico Oliviero Beha.

Si è spento all’età di 68 anni. A darne l’annuncio la figlia Germana: «È stato un male molto veloce, papà se n'è andato abbracciato da tutta la sua grande famiglia allargata di parenti e amici».

Qui di seguito riportiamo un estratto da Mio nipote nella giungla (Chiarelettere), il libro testamento scritto da Oliviero Beha per suo nipote:

 

Lui è lì, che sospira nel mondo, ormai è in piedi e cammina da un pezzo pur avendo compiuto un anno da pochi mesi. Gorgheggia anche parole basiche. Lui è lì, e come una folgorazione nella comune, banale e straordinaria esperienza di un nipote, di due generazioni dopo di te, del tempo che corre negli anni davvero luce (be’, insomma, anche in penombra…), improvvisamente mi colpisce come uno schiaffo la realtà del futuro.

È lui il futuro, e gli altri come lui, qui e dappertutto, semplicemente lui.

Sono il futuro le sue manine, i piedini che sbatte, gli occhi radiosi per fortuna più allegri di quelli di molti, per esempio dei miei (ed è già un delitto, ormai un peccato originale dei contemporanei…), è il futuro quello che tu riesci a immaginare attraverso di lui.

Niente a che vedere per intensità emotiva con i discorsi seri, più o meno impegnati, a volte apocalittici e altri integrati, sulla catastrofe del pianeta, la degenerazione delle persone, lo svuotamento ideale ed etico dell’Italia dove a lui è capitato di nascere. Come al nonno, ma in tutt’altro periodo, in tutt’altro Paese. Adesso è davvero una giungla.

 

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Che posso fare per non spegnere l’entusiasmo vitale nel suo sguardo, la sua curiosità, la sua socievolezza? Che fare per lui e per loro, per i nipoti di tutti, in un’Italia trasfigurata al suo interno e decimata nei rapporti con il resto del mondo, se non descrivere la giunga in cui è venuto al mondo, novello Mowgli senza un Kipling a raccontarlo? Lui, cucciolo dell’idea di uomo in una foresta sempre più disumana di piante carnivore e individui animalizzati nel senso peggiore, di organismi geneticamente modificati dall’insensatezza. Lui che crescerà senza pantere come Bagheera che lo proteggano, e verrà invece aggredito fin dall’inizio da serpenti a misura umana di qualunque taglia che mutano pelle per sembrare come lui, in un libro della giunga che si scrive da solo, quotidianamente.

Mentre tutti i segnali ci dicono che stiamo andando giù, sempre più giù, e non tanto e non solo dal punto di vista economico, assurto ormai a unico metro della nostra esistenza?

Morto Oliviero Beha – Il suo testamento al nipotino

Nella giungla che non ha memoria per cui nessuno ricorda niente di nessuno e soprattutto non se ne dispiace, in cui il futuro sembra un’altissima muraglia che ottunda qualunque orizzonte in un paesaggio circoscritto alla configurazione dell’oggi, un oggi istantaneo ed estenuato, consumato ancor prima di esserci. Nella giungla in cui tutto sembra obsoleto perché «niente è paragonabile a prima grazie alla scienza e alla tecnologia», supplenze tendenzialmente straordinarie e invece troppo spesso mostruose del senso della vita. Un «prima» impietosamente già polverizzato?

Posso solo raffigurarla, questa giungla, o provare a farlo nella maniera più lineare e accessibile, sintetizzando i temi che si intersecano nella nostra/sua quotidianità, dicendo senza sconti le cose come stanno, almeno a parere di chi le ha vissute e se le è sentite addosso, disboscando gli intrecci di liane mentre gli anni si accalcano alla porta qualche volta bussando, altre entrando senza difficoltà perché ne possiedono la chiave. Posso solo tentare di rintracciare che cosa abbiamo in comune, il futuro nel passato, il passato verso il futuro, lui batuffolo fatto già quasi persona e io persona sempre più imbatuffolita negli acciacchi, che ha già traversato molta vita in un mix di velleitarismo e conoscenza, sul limitare dell’età in cui ci si trasforma in vecchi bavosi e in venerai maestri (o altro ancora: scostiamo il frusciame tra Arbasino e Berselli). Per il cucciolo se vorrà saperlo: trattasi di due intellettuali, finissimo il primo, randelloso il secondo, scomparsi all’inizio del terzo Millennio, eccellenti descrittori dell’Italia di allora e di sempre.

È un modo di fargli gli auguri, di offrirgli istruzioni per l’uso che dovrà ovviamente come tutti forgiarsi da sé, alla faccia dell’esperienza trasmessagli da chi lo ha preceduto. È il disegno di una passerella interiore affacciata sul vuoto, che ballonzoli tra lui e il suo duende in embrione. Il duende che non è necessario sapere bene che cosa sia ma che confligge, simpatizza e antipatizza con lui, nel suo spirito, un Dna ballerino come lui che cammina sulle punte, imprescindibile se avrà qualcosa dell’artista.

 

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È un machete per la mente laddove il groviglio sembra più fitto e sempre meno naturale. È un espediente personale, credo umanissimo, per ricominciare a pensare e a pensarsi nel futuro, a farsi domande e non solo a darsi risposte estemporanee e ingannevolmente risolutrici, a tracciare linee guida esistenziali che si sporgano dalla finestra di un presente cupo e, se ci riescono, inducano al sorriso.

Non è forse questa la capacità che ci distingue dagli animali nel libro della giungla di sempre, preverbale? E, d’altro canto, non è proprio questa difficoltà a sorridere che ci sta avvelenando la vita nella nostra giungla quotidiana, secolare e per certi versi ultramondana? E tale mancanza del sorriso e dell’allegria di un popolo che ha sempre cantato, sotto qualunque vessazione e ora non canta più che altro è in realtà se non una paura a vivere davvero, senza recitare per forza una parte ma rischiando di essere se stessi come è umanissimo che sia?

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