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Morris Sciarcon, l’ebreo di Rodi sopravvissuto alla Shoah

Morris Sciarcon, l’ebreo di Rodi sopravvissuto alla ShoahIo desidero la pace (Guerini e Associati, 2017) scritto a quattro mani da Andrea Sciarcon e Fabrizio Nurra, ci racconta la storia di Morris Sciarcon. Un ebreo di Rodi sopravvissuto alla Shoah, come spiega il sottotitolo del volume.

Chi era Morris Sciarcon, padre di Andrea? Nato nel 1926 a Rodi e cresciuto nella vivace comunità ebraica presente sull'isola, a quel tempo governata dall'Italia (che aveva ottenuto dall'Impero Ottomano le isole del Dodecanneso insieme alla Libia grazie alla guerra del 1911-12), Morris ha vissuto un'esistenza inquieta e avventurosa: deportato nei campi di sterminio nazisti nel 1944, dopo che l'esercito tedesco era subentrato in Grecia a quello italiano, è stato tra i pochi sopravvissuti. Tornato in Italia, si è trasferito in Israele, da dove si è però presto allontanato, non condividendo la politica di guerra con i paesi arabi confinanti, per tornare a vivere in Italia. Ha poi tentato la fortuna in Rhodesia, fino a rientrare definitivamente a Roma, dove è morto appena cinquantatreenne.

Perché questa vita è così speciale da essere raccontata in un'interessante biografia, che integra le vicende personali di Morris Sciarcon con un esauriente inquadramento storico e geografico dei vari luoghi in cui ha vissuto? Perché rappresenta un perfetto esempio di coerenza ideologica da parte di una persona che, dopo aver sperimentato la tragedia della guerra e la disumanità estrema dei campi di sterminio, non accetta più di vivere in quei paesi dove non solo la guerra, ma anche il razzismo e l'intolleranza sono sempre alle porte: un'Israele che non riesce a realizzare del tutto il sogno di chi la vedeva come Terra Promessa, una Rhodesia in preda all'apartheid e al conflitto coloniale, ma anche un'Italia in cui l'antisemitismo non scompare di certo con la caduta del fascismo.

In mezzo a queste vicende, Morris Sciarcon preferisce vivere un'esistenza da perenne profugo piuttosto che adattarsi a convivere col rischio costante di essere coinvolto in nuovi conflitti.

Morris Sciarcon, l’ebreo di Rodi sopravvissuto alla Shoah

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Di questo abbiamo parlato con i due autori, Andrea Sciarcon e Fabrizio Nurra.

 

La prima domanda è per Andrea Sciarcon: quando ha avuto la prima idea di scrivere la biografia di suo padre?

Già alla nascita della mia prima figlia Martina, 25 anni fa, e ancor di più alla nascita del secondo, Davide, ho sentito la responsabilità di trasmettere quanto mi era stato raccontato da mio padre e le sensazioni che mi suscitavano quelle narrazioni.

Ho, mio malgrado, ricevuto in eredità la responsabilità di mantenere una memoria che il tempo sta sbiadendo, lasciando spazio al negazionismo, o peggio all’ignoranza madre di tutti i razzismi.

La nascita dei miei figli sanciva il passaggio di questa eredità.

Ma anche l’insistenza di alcuni cari amici mi ha convinto non solo a lasciare uno scritto privato, come pensavo di fare inizialmente (una sorta di memoria di famiglia), ma a rendere pubblica questa storia, sotto certi aspetti unica e terribilmente affascinante.

 

La sua famiglia come ha vissuto questo progetto?

I miei figli, mia moglie, mio fratello, ma anche la mia famiglia allargata di cugini e zie, hanno subito risposto con entusiasmo, aiutandomi nella ricostruzione dei fatti con racconti, fotografie e documenti. Tutto quanto era in loro possesso lo hanno condiviso con me. Mia moglie e i miei figli mi hanno anche seguito in alcuni viaggi a Rodi, in Grecia, a Birkenau e negli Stati Uniti, dove risiede mio fratello, per raccogliere immagini e storie, ma soprattutto documentazioni.

L’entusiasmo si è anche misurato con la crudezza di alcuni racconti, fatti da testimoni diretti che hanno rinverdito in me ricordi dolorosi, e in loro l’estrema crudeltà vissuta in quegli anni da un intero popolo, attraverso la storia di un semplice ragazzo di 17 anni.

Molto più divertenti sono stati i racconti del periodo in cui mio padre ha conosciuto mia madre dopo la guerra. Le mie zie, sorelle di mia madre, hanno condito tutti i racconti con sottintesi e occhiate, sono due discole di 95 e 87 anni senza peli sulla lingua. Nella stesura del libro alcuni episodi li abbiamo però tralasciati per non mettere in imbarazzo persone ancora viventi.

Morris Sciarcon, l’ebreo di Rodi sopravvissuto alla Shoah

A Fabrizio Nurra vorrei invece chiedere com'è nata questa collaborazione e come vi siete divisi il lavoro.

Già esisteva da anni una collaborazione tra noi fatta di interessi comuni, anche lavorativi, e soprattutto di un’attiva partecipazione alle iniziative di solidarietà attuate con la Comunità di Sant’Egidio. Conoscevo alcuni tratti della storia di Morris: è uno degli argomenti di conversazione che con Andrea Sciarcon non mancano mai! Alla fine ho “ceduto” alla richiesta insistente di scrivere assieme un libro. Mentre lavoravamo ho maturato una convinzione: credo che la storia di chi è sopravvissuto all’Olocausto debba essere impreziosita da una lettura, anche psicologica, volta a indagare su come quella terribile esperienza di sopravvissuto si sia riverberata nella vita di tutti i giorni, coinvolgendo chi è stato loro più vicino. 

Per quanto riguarda la divisione del lavoro devo dire che è stata molto semplice. Andrea è come un fiume in piena, colmo di ricordi. Siamo partiti dai suoi appunti, dalla lunga intervista della zia Lucy all’Associazione Schindler, dall’intervista di Morris e dalle tante notizie che ci fornivano altri parenti, quindi ho chiesto ad Andrea lo sforzo di sistematizzare tutto il materiale.

Il mio compito è stato invece quello di provare a costruire le cornici storiche dei vari paesi in cui quella vita così complessa di Morris si andava di volta in volta dipanando. Alla fine abbiamo scoperto che Morris non ha subito la storia: in tutti i modi ha provato a sottrarsi al suo peso schiacciante, incamminandosi nella strada imprevedibile che è la vita stessa. È una bella sfida per tutti.

 

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Premesso che sia impossibile dimenticare l'esperienza di un campo di sterminio nazista, ci sono stati sopravvissuti in grado di costruirsi una nuova esistenza, altri invece, come suo padre, che non sono più riusciti a mettere radici in nessun luogo. Lei, Sciarcon, pensa che suo padre, in altre circostanze, sarebbe stato comunque una persona irrequieta e incapace di fermarsi, oppure questo comportamento è stato determinato da ciò che è stato costretto ad affrontare?

Non ho dati ufficiali a cui rifarmi per stabilire quanti siano o no riusciti a vivere un’esistenza più stabile. Ma posso rifarmi all’esperienza dei tanti sopravvissuti che ho incontrato e conosciuto tra parenti e amici: la maggior parte è riuscita a ricostruirsi un’esistenza, al di là dell’orrore vissuto, con la voglia di vivere nonostante tutto. Salvo che, anche questi apparentemente “normali”, incontrandosi, alla fine si ritrovavano sempre a parlare di un parente o un amico deceduto nel campo o di ciò che gli era accaduto subito dopo o durante il trasferimento nel lager. Mia zia Lucy è riuscita con suo marito, anche lui sopravvissuto alla Shoah, a costruirsi una buona vita; ma tutti i giorni parlava del campo. Mia zia Giulia, anche lei ormai sposata con un poliziotto (il ragazzo che nel libro viene salvato dalla fucilazione con lo stratagemma della morte apparente), con una figlia e stabilmente residente a Imperia, ogni volta che sentiva di una manifestazione antisemita, tombe profanate nei cimiteri ebraici o stelle di Davide disegnate sui negozi di commercianti ebrei, aveva crisi di panico e per settimane telefonava per sapere come stavamo e se era successo ancora. Aveva il terrore che tornassero i nazisti. Ripeteva sempre: hanno cominciato così!

Non so come sarebbe stato mio padre senza questa tragica esperienza. Io l’ho conosciuto nella mia immaturità, avevo 16 anni quando è morto, forse conoscendolo meglio da adulto avrei avuto altre opinioni che oggi non posso esprimere. Però posso dire quello che mia madre diceva di lui, e lei lo conosceva bene: Morris è come la sabbia, più la stringi più scappa via, solo io riesco a tenerlo stretto, andandogli dietro!

 

È possibile fuggire per tutta la vita? Se Morris Sciarcon non fosse morto a soli 53 anni, avrebbe trovato prima o poi un luogo dove fermarsi?

A questa domanda posso rispondere senza pensare: no, non si sarebbe fermato, il progetto Stati Uniti era pronto nel cassetto, solo la scarsa salute lo ha fermato. Quando mi mandò a 15 anni, cioè l’anno prima di morire, negli USA da mio fratello, mio padre voleva che io mi fermassi lì. Lui sarebbe arrivato con mia madre successivamente, dopo che mi ero stabilito io. Stavolta dovevo essere io l’apripista che avrebbe preparato la famiglia a un nuovo salto. Sarebbe stata quella l’ultima meta? Non lo so!

Morris Sciarcon, l’ebreo di Rodi sopravvissuto alla Shoah

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Torniamo a Fabrizio Nurra. Lei ha scritto in precedenza la biografia di una santa seicentesca e la storia di una confraternita religiosa cinquecentesca. È stato molto diverso raccontare un personaggio "contemporaneo" come Morris Sciarcon?

Il primo libro che ho scritto raccoglieva l’eredità di una compagnia di laici che venivano incontro, nel Cinquecento, ai poveri di Roma. L’anima di questa grande opera filantropica era Filippo Neri, una figura che mi ha sempre colpito per la sua originalità e per il modo personale di rispondere alle sfide della storia attraverso la vicinanza agli uomini, soprattutto ai più poveri. Il secondo libro narra di una beata romana poco conosciuta: Chiara Maria della Passione. È una giovane ricca, della famiglia Colonna, che si converte leggendo la vita della grande Teresa d’Avila. Vive reclusa in un monastero trasteverino che, grazie a lei, diventerà uno snodo importante della vita religiosa della Roma del Seicento.

Sono personaggi la cui vita mi sembra abbia un filo comune. Sono storie di resistenza e di ricerca di senso: per Filippo Neri è stata la resistenza alla moda dell’uomo del Cinquecento che si fa da solo di disprezzare i poveri e di rinchiudersi in una ricerca individuale di senso e soddisfazione personale. Chiara Maria, invece, ha resistito alla tentazione di rivivere modelli femminili già prefissati dalla famiglia sperimentando, in nuovi scenari, un modo nuovo di contare nel mondo. Era diventata la consigliera di molti papi.

La storia di Morris, anche se tanto lontana nel tempo, è ancora storia di resistenza. Nel suo caso è opposizione alla vendetta e al male con quella che Mario Giro ha chiamato, nella sua bella introduzione, la forza dei giusti.

 

Dopo aver scritto di tematiche religiose cattoliche, come ha affrontato questa immersione nel mondo ebraico?

Avevo letto molto. Non ci si può avvicinare però al mondo ebraico credendo già di conoscerlo, perché, come il mondo cristiano non è un unicum, lo stesso si può dire per il mondo ebraico. Per questo mi sono avvicinato con grande rispetto e curiosità e ho scoperto una comunità viva. A scuola, quando si parla di Mediterraneo, si ricordano molti popoli che solcarono il mare, ma curiosamente ci si dimentica degli Ebrei e del loro ruolo. Mi ha colpito come ci fosse un grande rapporto tra le varie comunità sefardite: tra Sicilia, Alessandria, Rodi, Nord Africa, Palestina fino a Sarajevo, era tutto un pullulare di traffici e di scambi culturali. Erano comunità ebraiche, per lo più immerse in un mondo islamico, ma libere, non relegate in un ghetto, bene integrate nella società circostante. La religiosità dei rodioti, poi, era molto tradizionale. L’arrivo degli italiani, dopo secoli di dominio turco, rappresentò un taglio netto con una lunga storia. Anche la famiglia Sciarcon l’ha vissuta come il passaggio a una nuova e moderna civiltà. Gli ebrei di Rodi sono stati vittime della stessa illusione vissuta dalle comunità consorelle che in Libia nel 1911, dopo la sconfitta dei turchi, festeggiarono l’arrivo degli italiani.

 

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Morris Sciarcon, l’ebreo di Rodi sopravvissuto alla Shoah

L’ultima domanda è per Andrea Sciarcon: secondo lei, oggi si sta facendo abbastanza per combattere l'antisemitismo strisciante? E quanto contano, in questo antisemitismo, l'intransigenza politica israeliana e l'identificazione, errata ma diffusa, tra Stato d'Israele e popolo ebraico?

È difficile valutare l’efficacia di quanto si sta facendo oggi per combattere l’antisemitismo, che secondo me è un po’ più che strisciante in Italia e di più in Europa: purtroppo solo la storia ne potrà dare riscontro. Comunque bisogna fare di più, e vigilare con attenzione, cogliendo i segnali che preludono le catastrofi.

Se accadrà ancora, non avverrà nello stesso modo. Gli antisemiti sono cattivi, non stupidi.

É vero anche che non si è apertamente antisemiti, se non in qualche ambiente, ma l’antisemitismo è un virus latente, in grado di rimanere sopito per decenni. L’antisemita, il razzista rigurgita i suoi schemi a prescindere dalla vittima: oggi, per esempio, l’atteggiamento che si ha nei confronti dei Rom è di odio diffuso e profuso, senza alcun timore di apparire razzisti, anche nei mezzi di informazione. Dietro la frase “io non sono razzista…” si nasconde il germe che ha scatenato la bestia che ha sconvolto il mondo, ma nessuno sembra farci caso. Forse un domani, allontanati tutti i Rom, si tornerà all’antisemitismo. Vedo segnali inquietanti anche nelle frasi contro gli stranieri.

Il Medio Oriente è un mondo complesso, che non può essere misurato con i nostri schemi. Quello che sembra a noi un’incomprensibile intransigenza, in quei luoghi è sopravvivenza, è autodifesa.

È, nonostante tutto, il desiderio di un luogo sicuro di pace, cercato e voluto dopo l’orrore della Shoah, anche se, in settant’anni, di pace lì se ne è vista poca.

 

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Ritengo che l’antisemitismo trascenda la politica israeliana, perché sono stati sterminati sei milioni di ebrei senza che Israele esistesse. E poi mi chiedo: serve un motivo per odiare qualcuno?

Lei nella sua domanda parla di errata identificazione tra Stato di Israele e popolo ebraico. Sicuramente c’è una correlazione, non ci sarebbe Israele senza gli ebrei e la loro storia, comunque la politica israeliana non è l’ebraismo. Certamente Israele è uno Stato fondato su una democrazia occidentale laica, mentre alcuni degli Stati confinanti sono governati in maniera teocratica. Affermato questo, le faccio io una domanda: perché i media italiani, parlando di scontri armati in Medio Oriente, definiscono tutti con la nazionalità (siriani, egiziani, libici, ecc.) e solo gli israeliani con la religione? Ci faccia caso. Il giornalista non deposita forse nella mente di chi legge, o sente la notizia, un piccolo seme? L’antisemitismo non è nelle mani di chi uccide, ma nella mente dell’ignorante.

Infine, io sto dalla parte di mio padre. Pronto a cercare un luogo dove non ci sia odio, guerra e morte. Se necessario, cercare ancora e ancora. Come lui voglio vivere, ma soprattutto non voglio uccidere.


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