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Morire di lavoro – Antonio, l’ultimo guerriero suicida

Morire di lavoro – Antonio, l’ultimo guerriero suicidaAntonio è un guerriero: un bracciante pugliese di cinquantatré anni, cardiopatico. È stato colpito da due infarti negli ultimi anni, ma il suo destino è segnato.

 

«Ormai lavoro. Lavoro e basta. Non posso più godermi la vita. Non devo bere, non devo prendere caffè. Per fortuna non ho mai fumato. Mi ha ucciso la campagna, a me. Mi devono dare l’invalidità, ma non posso dimostrare che è tutto opera del lavoro. Il medico mi ha detto che non riescono a risalire… C’ho troppo pochi contributi»

 

Il lavoro agricolo, al pari di quello in edilizia, è sottratto a controlli efficaci e contrattualizzazioni precise. Normalmente si tratta di una vastissima area di grigio, nella quale le giornate registrate sono poche, per alcuni, e troppe per chi truffa l’Inps. In questo gioco, che non è a somma zero, ci rimettono la salute i braccianti italiani e quelli stranieri: in una perversa spirale discendente nel cui avvitarsi i lavoratori perdono i diritti e la salute.

 

«Ma c’hai una famiglia? Una moglie?»

Fa di sì. Ha una moglie che fa lo stesso mestiere qui vicino, a Ruvo, nella bassa Murgia barese. Ma non ce la fanno a pagare il mutuo e tutto il resto. Al sud la crisi non ha abbattuto i prezzi al consumo, ma ha compresso i salari e il potere d’acquisto. Tutto a danno dei lavoratori più onesti come Antonio.

 

«Non ce la faccio a pagarmi le medicine, perché costano. Non dovrei lavorare più, e cosa faccio? Mi ammazzo?»

Ci ha già provato una volta, così mi dice. Ma non ce l’ha fatta.

«E due giorni dopo il caporale è venuto a prendermi da casa. Mi ha detto che mi metteva qualche giornata in più»

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Morire di lavoro – Antonio, l’ultimo guerriero suicidaIl caporale è un suo cugino. Non un estraneo. È uno più scaltro, un criminale di provincia, un parassita. Lavora per conto di un paio di grandi Organizzazioni di Produttori ruvesi. Non recupera i braccianti in piazza, come si faceva un tempo, ma per telefono o col sistema del porta a porta, ma…

 

«Vuole mettersi in regola, lui. Vuole aprire un’agenzia per darci un contratto a tutti»

Pochi giorni fa la procura di Trani ha sottoposto a indagine l’agenzia di somministrazione lavoro presso la quale era stata assunta Paola Clementi, la bracciante tarantina morta l’estate scorsa nelle campagne della Bat. Il sistema pare essere diventato questo: agenzie che favoriscono il caporalato e viceversa, tutto pur di tenere bassissimo il costo del lavoro e di comprimere i diritti. Una vergogna per il sistema agricolo pugliese ed italiano.

 

«Ha fatto i soldi, tuo cugino, allora!», esclamo.

E lui annuisce.

«Ha fatto i soldi sopra a noi. Ma pure lui deve schiattare, quell’uomo di m…», impreca Antonio. «Il sistema è sempre quello, ma lui non si fa fare la concorrenza dagli albanesi, li fotte prima»

 

Effettivamente il caporalato per italiani è gestito in Puglia da italiani, i quali non disdegnano di reclutare gli stranieri regolarmente residenti, e da più tempo, nei nostri comuni: come gli albanesi, appunto.

 

«Perché non denunci?»

«E chi mi prende più a lavorare? Io muoio o di fame o d’infarto. Ho deciso di morire d’infarto, almeno lascio qualcosa a mia moglie»

 

Il sistema è talmente fitto da non consentire a questi lavoratori di affrancarsi dal reclutamento illegale. Un ritorno agli anni Sessanta che abbrutisce i rapporti di forza laddove il sindacato è fragile, debole, e lo Stato assente.

 

«Io non so dove andremo a finire, ma così non si può. Magari mi sbaglio e domani capita il miracolo e mio cugino muore. Ma dopo? Arriva un altro, o mi metto io a fare il caporale. Sono un guerriero, non mi abbatto!»

 

Gli sorrido. Nelle sue ultime parole la cifra di una decadenza morale in atto, di una regressione culturale che ha già fiaccato le deboli risorse di un numero incalcolabile di braccianti. Questa è la crudele agricoltura italiana in epoca di globalizzazione.


Segui il nostro speciale I nuovi schiavi. Reportage tra i lavoratori agricoli.

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