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Monuments Men: l’avventura continua

Robert Edsel, Monuments Men, Missione ItaliaRobert Edsel, a cui dobbiamo l’avvincente Monuments Men, bestseller tradotto in venticinque lingue e pubblicato nel 2013 da Sperling & Kupfer, da cui George Clooney ha tratto l’omonimo film, è in questi giorni in Italia per presentarne il seguito Monuments Men: missione Italia, in uscita con lo stesso editore.

Si tratta di un distinto uomo d’affari texano che è diventato scrittore per caso.

Negli anni Novanta aveva avuto occasione di vivere per un lungo periodo a Firenze, e mentre andava alla scoperta dei suoi tesori artistici si era chiesto in che modo gran parte dei monumenti e dei capolavori dell’arte italiana ed europea fossero scampati alle distruzioni operate dalla seconda guerra mondiale. Chi si era incaricato di preservarli?

Incuriosito dal problema, Edsel ha svolto minuziose ricerche per diversi anni, scoprendo così l’esistenza dei Monuments Men: uno sparuto gruppo di militari americani e inglesi, provenienti da diversi settori delle forze armate ma accomunati dall’appartenenza nella vita civile, a vari livelli, all’ambiente dei musei e della conservazione dei beni culturali, incaricati dal generale Eisenhower di proteggere il più possibile il patrimonio artistico europeo.

Nel primo volume Edsel ci aveva fatto conoscere le vicende di questi pochi uomini, costretti a operare senza mezzi e spesso senza direttive precise a cui attenersi, a volte combattendo contro l’aperta ostilità degli ufficiali impegnati nelle operazioni di guerra, che li consideravano un intralcio, e potendo contare solo sul loro buonsenso e sull’aiuto occasionale dei civili, e ci aveva raccontato le vicende accadute nel Nord Europa, dal salvataggio dei musei parigini al recupero delle opere trafugate ovunque dai nazisti.

In Monuments men: missione Italia ci vengono invece presentati gli avvenimenti sul fronte italiano nel periodo cruciale che va dalla caduta di Mussolini nel 1943 al crollo della Repubblica di Salò, con la resa definitiva dei tedeschi.

Due sono le linee principali lungo le quali scorre la narrazione, serrata e coinvolgente come un romanzo giallo: da un lato gli sforzi per proteggere gli edifici, cercando di limitare al massimo, anche se non sempre con successo, i danni prodotti dai bombardamenti dell’aviazione alleata, dall’altro quelli per impedire il furto sistematico delle opere d’arte mobili da parte dei nazisti, pronti a trasferire in Germania qualsiasi oggetto prezioso, dai quadri ai gioielli, dai libri antichi agli arredi sacri.

È noto infatti come Hitler, appassionato d’arte, progettasse di costruire un immenso museo a Linz, sua città natale, dove raccogliere tutto ciò su cui fosse riuscito a mettere le mani, a testimonianza imperitura della potenza del Reich. Negli anni dell’occupazione nazista dell’Europa, quantità indescrivibili di capolavori artistici d’ogni genere, sottratti ai privati cittadini – soprattutto ai ricchi ebrei deportati nei campi di concentramento – e ai musei dei Paesi sconfitti, presero la via della Germania, per essere accatastati in depositi segreti, della cui esistenza però ben pochi erano al corrente.

Sembra incredibile però constatare come, prima delle lunghe e accurate ricerche di Edsel, il preziosissimo lavoro svolto dai Monuments Men per la salvaguardia dell’arte europea non fosse mai stato preso in considerazione né dagli storici, né tantomeno dagli autori di romanzi, saggi e sceneggiature cinematografiche, che per decenni ci hanno descritto il secondo conflitto mondiale in tutti i modi possibili.

Le presentazioni italiane del libro sono state organizzate, non casualmente, in luoghi artistici particolari: a Firenze nelle Gallerie dell’Accademia, a Roma nella pinacoteca dei Musei Vaticani, e a Milano nella Sala della Passione della Pinacoteca di Brera, dove l’Associazione Amici di Brera ha chiamato a discuterne, insieme al suo presidente Aldo Bassetti, la soprintendente della pinacoteca Sandrina Bandera, l’antiquario Carlo Orsi, il giornalista Marco Carminati, responsabile delle pagine artistiche del «Sole 24 Ore», e il critico Philippe Daverio.

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Robert EdselPrima di quest’incontro Robert Edsel, che ha disinvoltamente tenuto il suo intervento in italiano, ha risposto ad alcune domande da parte di Sul Romanzo, Ultima riga, Gli Amanti dei Libri, e della responsabile web marketing di Sperling.

 

Nel libro si parla della restituzione delle opere d’arte confiscate dai nazisti e che vengono rimandate nei luoghi d’origine. Qual è allora la sua opinione riguardo alla conservazione, e al fatto che ci sono grandi musei che non riescono nemmeno a esporre tutto quanto possiedono e altri, meno importanti, che li potrebbero ospitare meglio? Non si dovrebbe operare anche oggi delle restituzioni delle opere artistiche ai paesi dove sono state create?

Questa è una fantastica domanda! Per me non è giusto rimuovere i capolavori dai musei, perché concorrono a costituire l’identità di una città. Faccio due esempi: a Worcester, nel Massachussets, c’è un museo molto importante dell’arte occidentale (il Worcerster Art Museum, o WAM), nato nella prima metà del Novecento quando la città era molto prospera, che è stato diretto anche da alcuni Monuments Men. Col tempo la città ha perso il 75% dei suoi abitanti, insieme alla prosperità economica di un tempo, ma se non ci fosse il museo, a Worcester non andrebbero più nemmeno i turisti che ci si recano solo per quello.

A Detroit, invece, qualcuno ha proposto di vendere gran parte del patrimonio artistico per risanare la crisi economica della città, ma se svuotiamo i suoi musei, che sono simbolo della storia di un territorio, una città cessa di esistere, anche perché non attira più visitatori esterni.

 

Uno dei temi del libro è la volontà degli Alleati di riportare nei luoghi d’origine i tesori rubati dai nazisti. Seguendo quest’idea, cose ne pensa della richiesta fatta tempo fa dai greci agli inglesi di restituire i fregi del Partenone, ospitati al British Museum? I reperti archeologici che affollano i musei europei dovrebbero tornare dove sono stati rinvenuti?

No, io non credo che debbano essere restituiti. In passato si agiva in modo diverso: sotto il colonialismo, era normale che un Paese considerasse di sua proprietà ciò che trovava nelle regioni conquistate, senza contare che le spedizioni archeologiche, che ci hanno restituito i capolavori dell’antichità, si muovevano in base ad accordi precisi, anche di tipo politico. Napoleone poi ha riempito il Louvre di opere che ha portato a Parigi come bottino di guerra, e la cosa era ritenuta normale.

Con la seconda guerra mondiale si è deciso per la prima volta che i Paesi vincitori non possono più avere un bottino di guerra, anche se in realtà l’Unione Sovietica ha continuato a farlo, e non ha restituito i beni di cui si è appropriata in quegli anni, ma non si può nemmeno tornare troppo indietro nel tempo con le rivendicazioni e le richieste di restituzioni.

Si è anche ipotizzato una specie di prestito costante dei fregi del Partenone, che avrebbero potuto stare un po’ a Londra e un po’ ad Atene, ma questo progetto è stato scartato per i costi altissimi e le difficoltà obiettive di far viaggiare in continuazione queste opere. Penso che le energie vadano spese per i progetti futuri e non per modificare il passato.

 

Quali sono secondo lei i momenti più emozionanti del recupero delle opere d’arte italiane di cui parla in questo libro?

Per me sono tre: il primo è senz’altro il salvataggio del Cenacolo Vinciano, ed è stato molto emozionante poterlo rivedere quando l’ho visitato insieme alla troupe del film realizzato da George Clooney.

Il secondo riguarda il viaggio di ritorno delle opere fiorentine, che erano state trasferite in Alto Adige, su dei camion che hanno dovuto percorrere strade distrutte dalla guerra, dove mancavano ancora i ponti per attraversare i fiumi.

Il terzo è più divertente, perché riguarda il ritorno della statua di Cosimo de’ Medici a cavallo, che però per le dimensioni era stata divisa in due parti, con i soldati che usavano come gabinetto il buco rimasto sul cavallo, e i toscani che vedendo passare il convoglio salutavano dicendo “ciao Cosimo!”, come se fosse un vecchio amico.

 

Secondo lei la cultura deve essere principalmente pubblica o privata?

Ho vissuto in Italia per cinque anni e conosco le sue leggi in materia di tutela del patrimonio artistico, che sono anche più severe di quelle in vigore in altri paesi europei, soprattutto per quanto riguarda gli acquisti fatti da privati, ma a volte fin troppo restrittive.

 Per me un’opera acquisita da una persona o da una fondazione non è sottratta al patrimonio pubblico: negli Stati Uniti, dove tutto è in mano ai privati perché il governo non ha abbastanza soldi per l’arte, le collezioni private vengono spesso esposte nei musei pubblici e tutti ne possono godere. Penso che una giusta combinazione tra pubblico e privato sia quella vincente per favorire il mondo dell’arte.

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