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Modi diversi di scrivere la Storia: Roberto Costantini e Filippo Tuena

Roberto CostantiniSi è svolta nei giorni scorsi a Milano la seconda edizione di “Writers: gli scrittori (si) raccontano”, un weekend letterario fitto di incontri e presentazioni, collocato all’interno dei Frigoriferi Milanesi, grande spazio ben ristrutturato dove, prima della diffusione degli elettrodomestici, si produceva il ghiaccio per tutta la città e si conservavano beni deperibili.

Tra gli scrittori presenti, Roberto Costantini, autore della Trilogia del male, e Filippo Tuena, a cui si devono alcuni interessanti romanzi storici tra cui il pluripremiato Le variazioni Reinach (riedito quest’anno da Beat), considerato uno dei migliori esempi del genere, ci hanno dato modo di riflettere sull’uso della storia nella narrativa.

La Trilogia del male, composta da tre romanzi usciti per Marsilio tra il 2011 e il 2014 (Tu sei il male, Alle origini del male, Il male non dimentica) racconta in realtà un’unica grande vicenda, che trova compimento solo alla fine del terzo volume.

Roberto Costantini, nato in Libia da genitori italiani e rientrato in Italia con la famiglia dopo il colpo di stato del colonnello Gheddafi, che tra il 1969 e il 1970 obbligò la popolazione di etnia italiana a lasciare il Paese, racconta appunto di questo nella sua trilogia: di un esodo di cui non si è parlato granché all’epoca, delle oscure trame intrecciate tra i governi italiani e quello libico, dei potenti interessi economici legati al petrolio. Tuttavia, quando si è deciso a mettere su carta ciò che gli urgeva dentro da molto tempo, dopo una vita lavorativa estranea alla letteratura, ha preferito costruire un complicatissimo thriller, denso di personaggi, di flashback e di continui rimandi tra Italia e Libia, anziché un saggio o un classico romanzo storico.

 

Come mai del problema degli italiani esiliati dalla Libia non si è mai parlato molto, né allora, né in seguito?

Non si è parlato molto di quella vicenda perché nasconde questioni di cui ancora oggi non è possibile parlare, come il caso dell’aereo precipitato a Ustica.

Io ho fatto una ricostruzione storica basata su fonti d’archivio, e siccome nessuno è venuto a denunciarmi per quello che ho scritto, mi sento tranquillo. Posso affermare che il ruolo italiano nell’appoggiare l’ascesa di Gheddafi, nell’accettarla e nel dare false informazioni agli americani perché non intervenissero è stato decisivo, sia nella componente dei servizi segreti sia in quella politica, che coincide con la Democrazia Cristiana andreottiana. Erano coinvolte anche due grandi aziende italiane con forti interessi in Libia, che hanno avuto benefici negli anni successivi.

 

Perché trasformare una ricostruzione storica in un thriller?

Perché i saggi non li legge nessuno! Se uno vuole raccontare una storia interessante, e però vuole anche che la gente la legga, deve inserirla in un bel libro avvincente. Tu sei il male ha venduto centomila copie, cifra astronomica per l’Italia, ma questo è stato possibile solo scrivendo thriller, non certo un saggio.

Roberto Costantini, Tu sei il male

La Trilogia del male l’ha creata l’editore o l’ha pensata lei già così?

Io avevo scritto la storia tutta insieme, ma sapendo già che sarebbe stato impossibile farne un libro unico, perché non esistono romanzi di 2000 pagine.

 

Voi giallisti recenti tendete a scrivere libri molto abbondanti. Non pensate che questo possa scoraggiare il lettore, che rischia di perdersi un po’?

Se uno scrive per vendere mezzo milione di copie deve fare un libro al massimo di 300 pagine, e molto più leggero nei contenuti: ma io ho una mia età, ho già guadagnato abbastanza e scrivo perché mi fa piacere, perciò credo che la profondità dei personaggi, e la cura dell’ambientazione, portino a raggiungere queste dimensioni. Non è la lunghezza a rendere avvincente un libro, ma il contenuto. Libri di 300 pagine possono essere noiosissimi.

 

I suoi progetti per il futuro?

Ho in mente tre storie gialle, staccate tra loro, dove Balistreri (il protagonista della trilogia) tornerà, ma come personaggio secondario, per non annoiare il lettore. Penso che scrivere a lungo con lo stesso personaggio abbia dei limiti: Montalbano o Maigret, alla lunga, sono prevedibili.

Con La trilogia del male penso d’aver scritto una storia interessante e che possa essere materia di riflessione in questo Paese, che è abituato a saltare da una parte all’altra secondo la convenienza, ma che un giorno potrebbe pagarne le conseguenze.

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Filippo TuenaSe Costantini ha travestito da thriller una ricostruzione storica, Filippo Tuena, laureato in storia dell’arte e antiquario, ha trasferito nella scrittura il suo grande amore per il passato. Cultore di Michelangelo, che ha posto al centro di un romanzo e due saggi, ha però dedicato all’Olocausto il suo libro più importante, Le variazioni Reinach: la ricostruzione necessariamente romanzesca, ma resa più verosimile dall’inserimento nel testo di fotografie e riproduzioni di documenti autentici, della vita di una famiglia della ricca borghesia ebraica francese sterminata ad Auschwitz.

 

La sua vocazione al romanzo storico nasce dall’aver lavorato per anni come antiquario?

Direi di sì. Sono sempre stato affascinato dagli oggetti antichi, dalla loro storia, dal loro essere passati di mano in mano nel corso del tempo. All’inizio facevo narrativa d’invenzione, ma a partire dal terzo romanzo ho scelto di scrivere solo storie vere. Credo che il romanzo d’invenzione non metta il narratore alle strette: se un personaggio ti sta antipatico puoi anche decidere di farlo morire, ma non puoi farlo quando racconti storie vere. Devi cercare, documentarti, ed è una cosa molto bella perché entri in comunicazione con gli altri, a differenza della scrittura solitaria di chi inventa e basta.

 

Quindi lei è affascinato dalla ricerca?

Sì, del resto Le variazioni Reinach racconta questo: la storia della famiglia, ma anche la storia della mia ricerca per ricostruirla.

 

Secondo lei dell’Olocausto si è parlato abbastanza, e si finirà un giorno di parlarne?

Credo che se ne debba sempre parlare: a volte c’è una certa retorica, a volte si fanno paragoni col presente del tutto fuori luogo, ma penso che sia un argomento che ognuno deve affrontare. Scrivere questo libro per me è stato forse scrivere “il” libro, perché la storia dei Reinach mi ha coinvolto molto più di tutte le altre che ho affrontato, pur non essendo io ebreo.

 

Scrivere dell’Olocausto poteva avere una funzione liberatoria per chi è tornato e si è messo a raccontare?

Ognuno l’ha vissuta in un modo individuale. Per Levi o Améry che poi si sono suicidati a distanza di tanti anni, evidentemente non ha funzionato, per altri sì, e del resto non c’è stata una regola neanche nel modo di raccontare. Non tutti i resoconti di reduci da Auschwitz, che ho letto nella fase preparatoria del mio romanzo, hanno destato in me le stesse emozioni, perché a volte erano privi della capacità di coinvolgere. Se vuoi colpire con ciò che scrivi, devi essere in grado di scriverlo bene.

 

Parliamo di Michelangelo, protagonista di tre suoi libri. Perché ne è tanto affascinato?

Perché non riusciva mai a finire niente. È un artista sempre in conflitto con l’opera a cui sta lavorando, per vari motivi tutto ciò che fa gli si sfalda tra le mani. Una specie di maledizione biblica, o di contrappasso dantesco: chi può fare tecnicamente tutto ha dei progetti così grandi che non riesce a portarli a compimento.

 

Non le interessa più scrivere romanzi di pura fiction?

No, perché mi metterebbe in una situazione di solitudine che non mi piace. Lavorare su eventi veri significa fare ricerche d’archivio, incontrare persone, confrontarmi coi personaggi reali.

 

Quanto tempo ci vuole per scrivere un romanzo storico?

Dipende soprattutto dalla fortuna e dall’esito delle ricerche. Per Le variazioni Reinach, ho impiegato tre anni, ma non lo avrei terminato se non avessi trovato la partitura della composizione musicale scritta dal capofamiglia, la prova della sua esistenza. È stata una grande soddisfazione essere riuscito a fare una scoperta concreta, con un mezzo astratto come la letteratura. Come mi dicevano quando studiavo storia dell’arte, “non importa trovare, ma importa cercare”, e “si trova sempre ciò che non è stato distrutto”. Le guerre devastano e distruggono, ma gli uomini tendono sempre a conservare le cose.

Filippo Tuena, Le variazioni Reinach

Di cosa parlerà un suo libro futuro?

Degli ultimi anni di vita di Schumann, un musicista che mi affascina: romantico e visionario, passò gli ultimi due anni in manicomio in preda ai suoi fantasmi. È un argomento complesso, anche perché non bisogna esagerare con i fantasmi, ma cercare di razionalizzare quelle che erano le ansie e le paure dell’artista, al di là delle presenze che lo distraevano.


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