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Miguel Hernández, la libertà e le risate di un bambino

Miguel HernándezPer Miguel Hernández la libertà degli uomini cerca riparo nella culla dei bambini, nel fragore delle loro risate e nei suoi racconti appena riscoperti.

C’è un giovane poeta già molto malato, che trascorre gli ultimi otto mesi di vita nell’infermeria di un carcere, subito dopo la Guerra Civile, nella crudezza della Spagna franchista. Sta così male che nemmeno si tiene in piedi, durante l’ora di visita dei familiari; lo sorreggono due compagni di prigionia. Dall’altro lato delle sbarre, non molto più libera del poeta, c’è una giovane moglie con un bambino in braccio. Insieme sono Miguel Hernández, Josefina e Manolillo, il nucleo di una storia in cui il sorriso sdentato dell’infanzia inghiotte la pena della prigionia, gli stenti e gli scempi della dittatura. Il sorriso vorace di un futuro senza più catene.

Josefina racconta nelle sue memorie di vedova del poeta che durante una di quelle visite, impregnate ormai di addio, Miguel le consegnò un quadernetto di sole sei pagine, cucito con del filo ocra e formato da pezzi di carta igienica fittamente riempiti di calligrafia e disegni. Si trattava di quattro racconti che Miguel Hernández fece passare per traduzioni dall’inglese, lingua di cui aveva ricevuto lezioni in carcere a Madrid e Palencia. L’apprendimento di una lingua straniera e l’esercizio della traduzione gli servivano a praticare non tanto un idioma, quanto a esercitare la resistenza mentale nei momenti peggiori della prigionia. Ora un esperto dell’Università di Alicante, José Carlos Rovira, cattedratico di letteratura ispano-americana, afferma che il poeta fece passare i propri racconti per traduzioni per salvarli dalla censura, che se ne avesse riconosciuto la vera paternità li avrebbe certamente distrutti. Il manoscritto, pubblicato come facsimile nel 1988 con il titolo Dos cuentos para Manolillo (Due racconti per Manolillo) è stato appena acquisito dalla Biblioteca Nacional de España.

Miguel Hernández aveva disseminato i racconti per il figlio di metafore sulla libertà che difficilmente avrebbero valicato le mura del carcere giungendo fino a noi, se i censori non avessero creduto che si trattava di semplici traduzioni. E non era certo la prima volta che il piccolo Manuel, Manolillo, forniva al padre ali o zampe letterarie (quelle del puledro scuro, El potro oscuro, titolo di uno dei racconti, per esempio) per volare via dalla prigione

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Miguel HernándezEra già successo con Las nanas de la cebolla le ninnananne della cipolla, “le più tragiche di tutta la poesia spagnola”, ma anche le più liriche e adulte, eccone un frammento:

Tu risa me hace libre                               Il tuo ridere mi rende libero

me pone alas.                                            mi mette le ali.

Soledades me quita,                                  Solitudini mi leva,

cárcel me arranca.                                      strappa da me il carcere.

Boca que vuela,                                           Bocca che vola,

corazón que en tus labios                          cuore che sulle tue labbra

relampaguea.                                               fiammeggia.

 

Pane e cipolla era tutto ciò di cui poteva cibarsi Josefina, la mamma di Manolillo, mentre lo allattava nei durissimi anni del dopoguerra, i primi della dittatura franchista. Lo scrisse al poeta, che in carcere iniziò a tormentarsi al pensiero che il figlio succhiasse dal petto materno aspro succo di cipolla al posto del latte. Nel tentativo di alleviare ogni pena per gli stenti della famiglia, creò nutrimento con le parole per il figlio, la moglie, sé stesso e tutte le generazioni future, sperando che si affacciassero a un mondo finalmente libero di ogni privazione:

  

Porvenir de mis huesos                                   Avvenire delle mie ossa

y de mi amor.                                                      e del mio amore. 

 

Poeta di una crudezza pura nelle immagini e nei suoni, Miguel Hernández alimenta un mito tutto umano di creatura impermeabile alle avversità: pastore di capre mentre scriveva i suoi primi versi, umile traduttore incarcerato quando mette in salvo la sua ultima prosa. Lontanissimo dalla diplomazia e dall’urbanità, scavava trincee per i rossi e arringava le masse per la causa repubblicana mentre i poeti di due generazioni – quelle del ’27 e del ’36 – rimanevano a Madrid al riparo di comode mura e generosi protettori. È la sua capacità di mimetizzarsi in noi a mantenerlo vivo, a dare ancora fiato al senso di perdita del futuro che ci opprime,  mentre la poesia di altri si sfilaccia nelle mode che passano, nelle epoche che si chiudono.

La riscoperta di questi racconti cullati, protetti e riparati per decenni dalla coperta della traduzione, trova invece noi – dopo guerre, dittature, rivoluzioni e crisi economiche – ancora nudi davanti all’anelo di libertà, e la poesia di Miguel Hernández ancora pronta a coprirci.

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